Senza donne non è rivoluzione

sexism

di Francesco GENTILINI

[dal suo blog Bereshit]

Buon 8 marzo a tutte e tutti!
Oggi non è l’8 marzo”, direte. Appunto: proprio per questo, BUON 8 MARZO!

Capirete bene, la retorica sottostante a queste frasi senza senso è ovvia:
l’8 marzo deve essere tutti i giorni.
Così come il giorno della memoria, il 25 aprile, l’1 maggio, il 2 giugno, il ricordo delle foibe (se conseguente a quello degli orrori della colonizzazione italiana nei Balcani e non solo), la giornata dei migranti etc etc…

Ma questa morale, per quanto non scontata, è ormai diventata ripetitiva e anche un po’ banale. Paradossalmente, ci nascondiamo proprio dietro a queste forme retoriche tese ad un ricordo permanente per sentirci a posto con la coscienza e archiviare il tema del giorno fino all’anno successivo.

C’è poi chi ha quella che potremmo definire una coscienza critica più sviluppata (o solo un’avversione più forte per le ricorrenze, come spesso appare), che proprio in nome di questa memoria perpetua si pronuncia contro le mimose, i ricordi, le celebrazioni. Io questo passaggio non l’ho ancora capito, e spero di non capirlo mai (a parte quando si esprime contro la parata militare del 2 giugno, che, oltre a non avere un senso logico, calpesta ogni anno la nostra Costituzione a suon di marcette, trombe e anfibi di cuoio).

Dunque, questo è un tentativo di analizzare le cause della necessità di un 8 marzo, per di più scritto e pubblicato in un altro giorno, un giorno anonimo, quindi perfetto per un ricordo non vincolato da ricorrenze.

Per iniziare, dobbiamo chiederci dove si trovano la donna ed il sessismo nella società e nella cultura popolare contemporanea.

In primis, la donna appare ancora oggi, dati alla mano, come sottomessa ad una dominazione patriarcale, per quanto certamente più “soft” nell’impatto statistico rispetto a qualche decennio fa. In poche parole, secondo studi della Banca Mondiale, le donne fanno meno carriera, guadagnano di meno e hanno meno responsabilità degli uomini. Ma non basta il piano economico/statistico a definire la mancanza di emancipazione femminile al giorno d’oggi, che, oltre che una vergogna sociale, costituisce una perdita economica consistente.

La figura femminile appare culturalmente e mediaticamente intrappolata in uno spazio vitale minimo che si trova tra il “non abbastanza sexy” ed il “troppo sexy” (a metà tra il cesso e la puttana, per dirla con francesismi consueti negli spazi pubblici reali e virtuali). Questo elemento ovvio e banale deve indurci quindi ad un cambio di prospettiva nella nostra critica.
Da una critica morale (quindi sterile nell’agire collettivo) del sessismo, ad una culturale e relazionale.

Il sessismo è, oggi più che mai, una delle espressioni di una società violenta, dove i rapporti sono spesso definiti in base verticale, di dominazione. Una società globale dove la donna viene mercificata ed “oggettificata” in quanto l’essere umano stesso, ridotto a consumatore, è vittima di questa barbarie materialista.

Come primo punto possiamo quindi stabilire che la lotta al sessismo si configura quindi come una lotta in cui sono coinvolti l’uomo e la donna in egual misura. Infatti il sessismo è una dinamica relazionale e culturale perversa che colpisce anche l’uomo. Così come una donna che fa carriera “deve averlo fatto a forza di pompini”, un uomo che resti a casa per curarsi dei bambini mentre la moglie è al lavoro, o che addirittura rinunci ad uno stipendio o ad un lavoro migliore per permetterlo alla moglie, sarà visto (e a volte si sentirà) come meno virile dei suoi simili. L’errore di riprodurre il sessismo come dinamica “Uomo vs Donna” è un errore fatale, in cui cadono indifferentemente maschi e femmine.

Bisogna quindi chiedersi, da un lato, a chi giova una società sessista e quindi, dall’altro lato, quali sono le radici sociali di questo squilibrio. È in questo passaggio che torna utile una lettura marxista dei rapporti umani (quindi politici, quindi economici). Come detto prima, il sessismo si alimenta delle disparità relazionali della società altamente verticistica in cui viviamo. Società in cui la definizione delle identità sociali avviene spesso per rapporti di dominazione e, quindi, di classe. Nella mercificazione dell’essere umano in una società violenta, la donna è automaticamente ridotta ad oggetto. Studi di psicologia sociale dimostrano che la violenza verso l’altro sesso non è meno diffusa nelle donne che negli uomini, ma la differenza sta nel modo di manifestarsi di quest’ultima. L’uomo si comporta in modo più diretto, meno mediato e violento, colpendo a livello fisico (va inoltre ricordato che si stima che meno del 10% degli abusi domestici, che sono la maggior parte, vengano denunciati). Insomma, l’uomo è più conforme ai valori di una società machista, dove vince chi occupa più spazio in modo più deciso.

La donna si trova sottomessa nella sua dipendenza sociale ed economica dall’uomo, nel suo definirsi sempre o in negativo rispetto all’uomo o in positivo secondo occhi machisti (non dico maschili, perché ho la presunzione di pensare che non tutti gli uomini siano lo stesso, così come per le donne). Ed è quindi nella classe dominante che si trovano le donne che hanno più mezzi per difendersi dal sessismo. Per fare un esempio: se Michelle Obama fosse sempre una donna di colore di mezza età, ma anzi che la First Lady fosse una dipendente di KFC a 30.000 $ l’anno (ammesso e non concesso che i dipendenti di KFC non guadagnino di meno), avrebbe gli stessi strumenti per fuggire dal maschilismo dominante? Sarebbe più insicura, ricattabile e, quindi, dominabile, questo è sicuro. Le donne delle classi e dei paesi più poveri sono più vittime di diseguaglianza di genere.

Ecco quindi un’altra caratteristica della lotta al sessismo: essa combacia perfettamente con la lotta alla subordinazione economica, radice ed effetto di ogni altra subordinazione, e ,dunque, alla società delle classi.
La condizione sine qua non è possibile uscire da dinamiche sociali sessiste è la trasformazione, più facile a dirsi che a farsi, della società neoliberista e turbocapitalista in cui viviamo.

Da quanto detto finora dovrebbe essere chiara una terza conclusione, che sorge spontanea ed evidente ogni volta che si parla di Lotta: che la Lotta è Una, maiuscola e varia, e non un insieme di lotte, plurali e minuscole, che non comunicano con le altre se non in parte. Così come non può esserci Lotta individualmente, non può esserci Lotta particolaristica, che non tocchi tutti i fronti di azione in contemporanea.

Lottare per l’ecologia, per i diritti umani, per un’economia sostenibile o per l’eguaglianza di genere è diverso solo nella forma, ma non nel contenuto. Un contenuto che conosciamo bene: la Lotta al profitto che viene prima delle persone. La Lotta al consumatore al posto dell’essere umano.

n.b.

qui la tabella coi paesi del mondo ordinati per indice di disuguaglianza di genere

qui l’analisi dei dati
da parte della Banca Mondiale

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