Lo Stato dell’Arte: il fantasma della qualità

arte

di Simona GHINASSI STROCCHI

Capita molto spesso di guardare un’opera d’arte e pensare che è senza tempo nonostante le centinaia di anni che ha sulle spalle.
L’Italia è il paese con la più grande concentrazione di Musei e opere artistiche del mondo, ma a quanto pare chi siede al Governo, da sempre, pare non accorgersene, se ne dimentica con leggerezza, per pensare ad altro.
Ciò accade però troppo spesso in modo strumentale e la maggior parte delle volte, senza possibilità di scusanti.

Mantenere un popolo nell’ignoranza, che non conosce le sue potenzialità ed è quindi incapace di decidere di se stesso attraverso l’elevazione intellettuale e culturale, rappresenta il laccio più forte che un qualsiasi Governo possa mettere al collo dei suoi cittadini. Non è necessario arrivare alla violenza cieca della distruzione a colpi di martello dei simboli culturali di una civiltà, come è accaduto giorni fa per mano dell’ISIS, bastano l’abbandono, la non curanza, l’indifferenza, che in modo scientifico viene praticata a comando dalle istituzioni di questo Paese. Non fa notizia solo perché non è urlata, ma silenziosa e implacabile e non c’è quasi nessuno che ha la costanza di censire i disastri provocati da questo atteggiamento.
Quindi, il risultato finale è identico.

In troppi danno per scontato e per incorruttibile un patrimonio che altri ci invidiano, ma nessuno riesce a capire che sarebbe l’unica via per la salvezza di questo paese. O peggio, scientemente consapevoli, dopo proclami e dichiarazioni d’intenti pubblicizzati a gran voce, nei fatti, la cultura in generale viene sempre trattata come il fanalino di coda per ciò che riguarda dimensione di investimenti e finanziamenti indispensabili per azioni di tutela, didattica, divulgazione e promozione artistica.

Si interviene poco e male, o si agisce per decreto senza programmazione, ma solo per le emergenze più plateali con provvedimenti d’urgenza che tamponano temporaneamente il problema senza risolverlo, e solamente quando l’ennesima sciagura è di dominio pubblico e non può in nessun modo essere nascosta.
Vi ricordate Pompei? Se ancora non l’avete visitata, andate in fretta, prima che scompaia, non a causa di una nuova eruzione del Vesuvio, ma per mano nostra.

Per motivi anagrafici, purtroppo, non ci sono più i grandi ‘specialisti’, i conservatori del ‘900. Non c’è più Cesare Brandi, non c’è più Carlo Giulio Argan, non c’è più nessuno di loro a vigilare e a proteggere i nostri ‘beni pubblici più alti’. Salvatore Settis e pochi altri lottano contro il nuovo che avanza e che vuole ‘cambiare verso alla storia’. Ad amministrare i nostri beni ci sono le segreterie di partito, con schiere di contabili ammaestrati travestiti da manager museali, furbi e capaci quanto basta a truccare bilanci, incuranti di una qualità che non è più vista come aspirazione, ma intralcio alla larga diffusione patinata d’ordinanza che impone regole sempre più stringenti improntate al guadagno, al numero di biglietti strappati, come fossero il solo termometro essenziale per la qualifica, il successo o l’insuccesso di un qualsiasi evento o intervento artistico nel nostro Paese.

La politica è diventata padrona dell’arte, ma se nel passato la commistione fra politica e arte si è tradotta in veri e propri maremoti culturali che hanno creato la base per la nascita delle Avanguardie e successivi movimenti fecondissimi che hanno segnato le tappe della storia dell’arte a livello mondiale, in Italia oggi, si assiste ad un ripiegamento, una sorta di letargo in attesa di tempi migliori che forse non torneranno.
Tutti fuggono all’estero, l’Italia non è un paese per artisti o amanti dell’arte, quella vera, non è più qui, non ora, resta nascosta nell’ombra, per paura di essere contagiata o offesa.
Ciò che resta – un patrimonio sconfinato – e non può fuggire all’estero è come piantato nel cemento.
La politica detta le sue regole.
I Direttori dei Musei devono fare i conti con le briciole, tagliare, arrangiarsi inventando artifici, o peggio, vedersi sottrarre dalle politiche locali i loro spazi che saranno destinati ad altro.

L’arte diventa optional, cornice o belletto che infiocchetta nella migliore delle ipotesi matrimoni, o convegni a tema variabile. Valutate voi, la follia di un Sindaco ‘ di centro-sinistra’ che concede gli spazi di un Museo prestigioso a improbabili stage di Zumba, Karate o Pilates e si scandalizza per l’alzata di scudi dei cultori della materia, giustificando la sua scelta con un inequivocabile messaggio: “Tra arte e sport esiste sin dall’antichità una viva relazione”. Non è uno scherzo, evidentemente sono i prodigi del fitness! E così, una maratona muscolare a suon di disco-music sostituisce l’atmosfera sacra e inviolabile del quattrocentesco palazzo di Santa Maria della Scala a due passi dal Duomo di Siena.

O ancora, pensate al destino della Palazzina Vigarani di Modena, spazio glorioso d’esposizione trasformato ora in ‘spazio integrato’ da un Sindaco convinto che l’operazione EXPO sia la sola opportunità di decollo per la città. Un scelta miope, fatta da chi ancora una volta non capisce che va fatta una riflessione sui rischi che si incorrono riducendo la città all’immagine stereotipata di patria del Culatello e dell’Aceto Balsamico, con buona pace della Ghirlandina, di Lanfranco e di Wiligelmo.

La politica non dorme mai, svende il patrimonio artistico dello Stato per far cassa, legifera e crea abomini, imbarcandosi in temerarie quanto opinabili commistioni fra pubblico e privato, che ad uno sguardo attento sono vere e proprie speculazioni di immagine studiate ad hoc per ripulire l’anima di qualche imprenditore che si compra così l’ennesima indulgenza.
Con l’ArtBonus del Governo è ora possibile, il mecenatismo ‘modello caimano’ è servito, non fosse altro per il bonus di detrazioni al 60% su ogni donazione, c’è da aspettarsi qualsiasi cosa sulla natura della contropartita che verrà messa sul piatto ad ogni richiesta di intervento al privato sulla cosa pubblica.

Il nostro Paese negli ultimi 30 anni, è diventato specialista nella costruzione di ‘Grandi Eventi’, grandi opere divenute inutili cattedrali nel deserto.
Vince il macro-pensiero, il gigantismo come manifestazione di potere sempre alla ricerca della spettacolarità usa e getta, che si sostituisce al micro-pensiero di cura per la storia, di durata, di traccia civile indelebile voluta e desiderata dalla comunità che rappresenta. Il risultato di tutto questo è la perdita di dimensione e significato, perdita di utilità, di controllo di spesa e legalità sulle opere costruite. E’ il trionfo della megalomania italiana, progettata da uomini intellettualmente piccoli, ma dall’ambizione smisurata.

Qual è la cura?
Forse, l’unica parola d’ordine sarebbe: fuori la politica e dentro le competenze reali. Facciamo rientrare ‘gli specialisti’?
La risposta oggi è NO, nessuno li rivuole, sono all’estero a ricucire le ferite di qualche altro paese più lungimirante del nostro.
A Roma, la Città Eterna forse non bastava un Colosseo, e ‘loro’, non noi, hanno voluto un ‘Nuvola’, di uguali dimensioni.
Un’indagine della Corte dei Conti è una grossa nuvola carica di pioggia, ma gli italiani, sono diventati più astuti degli inglesi, si sono abituati ad avere sempre a portata di mano un ombrello a proteggergli il capo.

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4 Pensieri su &Idquo;Lo Stato dell’Arte: il fantasma della qualità

  1. Gentilissima Simona, capita di sentire spesso i leghisti piu’ acculturati che i valori della nostra civiltà italica verrebbero azzerati dall’ immissione nel nostro territorio di persone poratrici di alte culture . allora chiedete a costoro cje ra Piero della Francesca o Paolo Uccello a Cecco Angiolieri o Cesare Pavese o Rosmini o Marsilio Ficino, nomi tra i centomila italiani illustri, o altri dello stesso livello di notorietà. Non avrete risposta. La prima “difesa” , ammesso che debba trattarsi di difesa anzichè di contaminazione, è conoscendo le proprie radici. Mi risulta che la stragrande maggioranza dei leghisti non sappiano nemmeno dove quelle stiano di casa.
    Giuseppe Del Zotto

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    • Carissimo Giuseppe, condivido ciò che scrivi, ma purtroppo il problema non riguarda solamente i ‘leghisti’ ed è questa la cosa più disarmante. Stiamo assistendo ad un allontanamento generale da tutto ciò che ci riguarda e ha sempre fatto parte del nostro sentirci cittadini di questo paese così denso di sfumature e, come dici tu, contaminazioni. La storia, l’arte, le nostre radici culturali stanno scomparendo grazie ad una scuola che sempre più raramente ci insegna a leggere, a guardare le cose che ci appartengono con occhi diversi, affettuosi e grati. L’imbarbarimento culturale di questo paese è il primo problema che la politica dovrebbe affrontare. Un paese può diventare migliore solo se i suoi cittadini diventano migliori. Ancora è vero, non ci siamo. Non ci siamo affatto.

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      • Cara Simona, hai straragionissima. Il mio riferimento ai leghisti era perchè moltissime volte ho fatto riferimento a loro come esempio di stupidità in materia, ma in realtà vale per tutti. Io ho fatto una vita da architetto ed urbanista (strimpello malissimo il piano jazz e coltivo altre passioni del tipo ) e tocchi perciò un nervo scoperto. Anche per i politici l’opera artistica o anche il paesaggio hanno valore solo in quanto attirano turisti, alimentano il mercato indotto, insomma vengono mercificati. Il discorso sul deficit di coscienza estetica puo’ essere trasferito alla coscienza politica. Si finisce per …….diventare elitari, snob…. Non farmi continuare, il discorso sarebbe lunghissimo. Cordialmente

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