Il conflitto tra capitalismi. Una diversa prospettiva

Capitalism-is-Crisis

di Michele SAPONARO

Landini mi convince: non vuole la costruzione di un nuovo partito ma di una politica dei diritti e del lavoro all’interno di una coalizione sociale prima ancora che sul piano strettamente politico, che può essere sperimentato solo quando è intervenuta la legittimazione sociale del movimento.

Quel che mi lascia però perplesso riguarda il punto di vista con cui guardare a quel che accade nella nostra società in particolare: il rischio, cioè, di ridurre tutta la storia moderna al paradigma del conflitto fra capitale e lavoro.

Significa cadere – a mio avviso – nella trappola del “riduzionismo” della Modernità: la riduzione dell’uomo a “fatto economico” .
A me pare oggi necessario rendere esplicito il filo di una riflessione che da tempo ormai ha provato a spostare l’asse dell’interpretazione della storia degli ultimi decenni del secolo scorso e di questo quindicennio dal paradigma classista – della lotta fra capitale e lavoro – a un paradigma più complesso, e cioè il paradigma del conflitto tra modernizzazione capitalistica a egemonia anglosassone e l’autorappresentazione del rapporto con il “cambiamento”, più radicato nella tradizione europea.
Scontro, dunque, di culture, di tradizioni e di modi di essere del processo di socializzazione e di civilizzazione, che evoca i conflitti più radicali dei “codici affettivi”; per dirla con Fornari, ad esempio, nel comunismo sono all’opera il codice materno della società dei fratelli e nel capitalismo il codice paterno della società dei rivali: il “singolare/assoluto” contro il “plurale-collettivo”, che nella fase attuale ci ha condotto all’epoca della singolarizzazione.

Non si tratta di riproporre un’ennesima versione della filosofia della storia centrata su un unico motore, ma, al contrario, di riflettere con più disponibilità sulle dinamiche affettive che si condensano nell’immaginario individuale e collettivo.

Un ulteriore compito della sinistra italiana dovrebbe essere quello di individuare una differenza di culture tra chi ha una visione della politica come amministrazione corretta ed efficiente del sistema istituzionale e chi identifica la politica con il governo delle dinamiche profonde di una formazione sociale, dei suoi sentimenti e delle sue aspettative.
Un governo politico è necessario, anzitutto, per consentire un’autorappresentazione della società e dei cittadini capace di esprimere identità, differenze, speranze e frustrazioni in una sintesi dotata di senso comune e, perciò, effettivamente condivisa. La differenza, cioè, tra una visione minimalista che prende atto della struttura dei bisogni e il ritorno, invece, alla grande politica in cui la posta in gioco è sempre il problema del senso della vita collettiva e individuale.

So bene che scrivo parole destinate a suscitare l’ironia di quanti praticano il disincanto come terapia di addomesticamento delle passioni sociali, ma sono convinto che, senza l’investimento affettivo sulla prospettiva di un futuro diverso, una formazione sociale diventi prima un condominio rissoso e poi una clinica psichiatrica di individui chiusi in una solitudine disperata.
Va posto all’ordine del giorno il problema dell’identità della sinistra come problema generale dell’epoca in cui viviamo, cioè all’altezza delle nuove sfide che la fase storica impone a ciascuno di noi. È chiaro, infatti, che le nuove discriminanti non possono essere più la riproposizione classista del conflitto economico, né la rivendicazione di un libertarismo sfrenato che ricalca lo schema anarcoide dell’indifferenza ai valori.
La sinistra o è la ricerca di una sintesi sociale alternativa al berlusconismo – versione italiana degli ideali individualisti e pecorecci della destra americana – o ne diventa la fotocopia più grigia (la sua deriva renzusconiana), anche se più educata e un po’ più snob.
Vengo, dunque, al punto della ricerca dei principi e delle idee che possono istituire una nuova distinzione tra la sinistra e la destra:

La prima discriminante è la concezione della democrazia e del suo rapporto con i diritti umani universali. La democrazia di cui oggi si parla, sui grandi quotidiani o nei saggi politologici (come carattere costitutivo dell’Occidente) è diventata soltanto una tecnica opportunistica per l’allocazione della risorsa “consenso”, e, come tutte le tecniche, esportabile senza alcun riferimento alle identità culturali. Viceversa, sono convinto che la democrazia sia una forma di vita orientata allo sviluppo dell’autogoverno sociale attraverso la partecipazione attiva di tutti i cittadini alle decisioni collettive .
– Proprio per il carattere deliberativo della democrazia, essa non può essere generalizzata oltre lo spazio comune dei cittadini, e per la sua intrinseca storicità non può non implicare l’autolimitazione rispetto a chi non partecipa al processo deliberativo .
– La democrazia non è perciò dissociabile dalla ricerca della verità, dall’informazione sui fatti su cui occorre prender partito, e suoi nemici principali sono la menzogna, il sospetto, la manipolazione e la disinformazione.
– La strutturale polemicità della forma di vita democratica istituisce contestualmente la distinzione fra sé e altro, fra interno ed esterno.

La seconda grande discriminante è, perciò, la politica estera, che oggi significa niente più e niente meno della guerra al terrorismo proclamata più di dieci anni fa da Bush e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, relativamente alle relazioni con le altre culture e civiltà.
– Anche in questo campo è decisiva la differenza tra inganno e verità . E vergognoso che in un paese democratico chi, pur condannando duramente la ferocia terroristica, esprimendo indignazione e condanna per le stragi di civili iracheni, venga escluso dalla comunità civile e accusato di complicità con il nemico. È assurdo che non si possa discutere, neanche in termini di realismo politico, della necessità che un’Europa unita fino a comprendere Mosca sia configurata come un polo distinto dagli USA e come un fattore di riequilibrio degli assetti mondiali, capace di contrastare il progetto folle di una americanizzazione dell’intero pianeta.

La terza grande discriminante riguarda la tutela della vita e dell’ambiente contro le forme di egemonia scientistiche e tecnologiche che tendono a distruggere le specificità delle culture e le differenze fra le identità sociali. Solo la grande politica può governare la tecnica senza far assoggettare l’umanità al sistema tecnocratico attualmente legato agli interessi economici dei grandi poteri.
Si condividano o meno queste considerazioni, in ogni caso è certo che bisogna alzare il livello del dibattito e riportarlo sui temi che oggi possono definire il terreno della Grande Politica.
È possibile ancora, nell’epoca della globalizzazione, parlare di grande politica o bisogna rassegnarsi al trionfo dell’individualismo singolarizzato e impersonale nella forma dell’edonismo consumistico e garantito dal sistema-apparato tecnico-economico? Questo è il vero terreno sul quale si gioca il futuro della sinistra.
Ciò che sconvolge e fa inclinare al pessimismo sul futuro del nostro paese è come sia scomparsa la realtà, i cittadini concreti con i loro bisogni e le loro ansie, come si sia ormai divaricato il rapporto fra il linguaggio politico mediatico e le condizioni effettive del conflitto politico e sociale.

In realtà non esiste un’Italia della sinistra illuminata e razionale che si oppone all’Italia dei furfanti e dei barbari assetati di volontà di dominio. L’Italia non è divisa fra barbari e civilizzati, fra mangiatori di bambini e moderati domenicali che frequentano i sacramenti. L’Italia è una realtà complessa in cui sono presenti blocchi d’interessi trasversali e convergenze che vanno al di là delle linee di confine geografico e politico.

Un’Italia in cui il fattore principale è il ‘capitale umano’ e l’attitudine specifica a produrre servizi di alto livello all’attività più propriamente produttiva .

Ma per conquistare il consenso di questa Italia del lavoro e dell’innovazione che è dispersa nei due schieramenti bisogna sapere delineare il contesto nel quale è possibile uno sviluppo e una prospettiva di leadership che superi la frantumazione delle figure sociali e disegni le alleanze con il mondo del lavoro tradizionale.

Bisogna, cioè, delineare lo scenario e la posta in gioco per definire una nuova collocazione politica del capitalismo popolare e territoriale (di cui parla Aldo Bonomi), che sfidi il capitalismo globale dei salotti buoni e dei poteri finanziari.

Essere Sinistra

Annunci

Un pensiero su &Idquo;Il conflitto tra capitalismi. Una diversa prospettiva

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...