La scuola vera. Il libro di lettura

SchoolReading

di Vincenzo SODDU

Un giorno, non ricordo più nemmeno quando, ho deciso: niente più classici.
Non che sia stata una decisione improvvisa, intendiamoci E’ stato un processo lungo e graduale.
Sono diventato insegnante nell’epoca in cui I Promessi Sposi erano considerati, assieme, il primo testo della nostra letteratura e l’unico libro di lettura adottabile a scuola.
Per anni ho sottostato alla tirannia delle schede e degli approfondimenti sui brani vari tratti dalle sventurate avventure dei due contadini lombardi, finché un giorno, appunto, ho deciso, e ho interrotto piuttosto bruscamente la tradizionale lettura del sacro testo manzoniano; è stato, credo, nel momento in cui un’alunna mi ha detto, con aria piuttosto annoiata, che la storia della monaca di Monza l’aveva già vista in streaming, anche se la mamma le aveva spento il pc sul più bello… sic!

Passi per la versione dissacratoria del Trio Solenghi-Lopez-Marchesini, ma quello era troppo.
Ho scelto allora La coscienza di Zeno, pensando che un classico più vicino a noi potesse stimolare un dibattito serio e coinvolgente, ed invece, arrivato al Capitolo sul Fumo, mi sono subito arenato fatalmente sui personalismi degli alunni, sulle loro quotidianità personali.

Per chi non lo ricordasse, questo è il capitolo dove il protagonista, stimolato dal medico ad analizzare dalle origini la sua propensione al fumo, non sapendo come cominciare assapora con gusto la sigaretta che ha in mano…
“ Mi faccia capire… fuma per ricordarsi di quando ha cominciato a fumare? Figo… “, ha urlato Francesco, felice della sua intuizione..
Ho incassato il colpo e ho continuato, nonostante la tentazione di fermarmi prima ancora di cominciare.
La storia la conoscete: il protagonista, non avendo i soldi per acquistare le sigarette, e condizionato dall’esempio del fratello che le riceve gratis da un suo amico, comincia a procurarsele sottraendo gli spiccioli dal taschino del panciotto del padre.
“Quindi ruba per provare più gusto nel fumare?“, ha azzardato Simone…
“ Già…“, ho sussurrato, stavolta imbarazzato.
E nonostante avessi intuito che qualcosa non andava nel meccanismo di ricezione della classe, ho continuato ancora con la trama del capitolo.
Zeno acquista le sigarette in scatolette che ne contengono dieci alla volta e che lui fuma una dopo l’altra.
“Anch’io una volta ho fumato dieci sigarette di fila…“, ha ripreso Simone.
“Io tutti i giorni, se è per questo…“ gli ha risposto Marcello, innescando un pericoloso meccanismo di emulazione.
“Sigari… quelli sì che ti sballano…“, è intervenuto allora a sorpresa Alberto, quasi a ristabilire un primato che gli altri parevano trascurare.
Possibile che non riescano a vedere oltre il loro naso, ho pensato, improvvisamente rattristato.
Forse Marcello si è accorto della mia preoccupazione, perché ha sentito il bisogno di completare il concetto.
“Ma adesso ho smesso… a proposito, anche lei fuma, professore?“.

Ho fatto finta di niente e ho continuato a raccontare di quando Zeno, sorpreso dal padre con il panciotto in mano, smette di sottrarne gli spiccioli, ma, involontariamente, continua a rubare, prelevando i mozziconi di sigaro abbandonati dal padre stesso in bilico su tavoli e armadi. Quando ero convinto di aver trasmesso finalmente un messaggio capace di innescare un dibattito di spessore, Marcello mi ha inchiodato nuovamente alla realtà.
“Anch’io, forse, a ripensarci bene, ho cominciato a fumare proprio per imitare mio padre…“
Non era quello che mi sarei aspettato, ma era pur sempre qualcosa.

Sono andato avanti e qualche minuto dopo sono arrivato al punto:la proibizione provoca in Zeno il desiderio sempre più pressante di fumare, fino a sentirsi male e promettere a se stesso che la successiva sarebbe stata l’ultima sigaretta.
Ora era la volta di Enrico.
“Prof, è quello che mi dico anch’io tutti i giorni, e poi, dopo la prima arriva la seconda… “
“L’ho provato anch’io, con le canne… ti dici che non ti faranno male, che riuscirai a fumarne soltanto una, e poi te ne fai cinque al giorno…“ ha chiuso Luca, convincendomi definitivamente dell’inaffidabilità di quello splendido capolavoro del Novecento che è il libro di Svevo.

Eppure, nonostante l’apparente fallimento, quell’esperienza mi ha insegnato che a proporre temi più attuali si stimola maggiormente l’interesse degli alunni.
E così quest’anno non ho avuto più indugi… e ho scelto un libro che nella sua contemporaneità è pur sempre un classico.

Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere, di Marco Truzzi, tre anni di critiche positive e successi nelle scuole di tutta Italia…
Per quei pochi che non lo conoscessero, il libro racconta di Damian, un bambino nomade di sette anni, che è inizialmente costretto a frequentare la scuola pubblica, e così, dopo aver superato la diffidenza dei genitori, ha il suo primo incontro con il mondo dei gagi (coloro che non sono rom), dall’autista razzista alla maestra, sensibile e affettuosa, che l’aiuta a prendersi un diploma, il diploma di una vita trascorsa in mezzo ai gagi, sette anni, un pezzo di carta, una parola, distinto, che significa più bravo della media dei gagi, che significa però anche irrimediabilmente lontano dai rom, dalle cose dei rom, mai così irrimediabilmente vicino alla vita dei gagi.

Stavolta aspetto che il libro sia stato già letto oltre la svolta narrativa, che si innesca proprio dopo che il protagonista si prende il diploma, in modo che non manchino gli elementi di riflessione e apro il dibattito.
Durante la lettura ho avuto anche modo di osservare un certo interesse da parte loro, per cui nutro discrete aspettative.
Il primo a intervenire stavolta è Luca, e non è certo un buon segno.

“Il libro è chiaro… rom e italiani non possono legare… mi sa dire allora perché anche il nostro sindaco regala le case agli zingari, invece di darle a tutti quei cittadini che pagano le tasse e non hanno nemmeno i soldi per pagare un affitto? “

“Beh, se vengono fin qui, gli zingari, ci sarà pure una ragione… i rom sono una popolazione antichissima, sapete, la più antica a vivere in Europa… “
“E allora? Tempo perso… “
“Ma perché dici questo? Anche i rom hanno le loro abilità, cosa credi… “
“Sì, certo, quella di rubarci in casa… “

Improvvisamente mi accorgo che del libro è stato recepito soltanto il titolo, l’etichetta, l’emblema di un popolo che non sarà mai nemmeno lontanamente parte dei nostri ritmi, delle nostre tradizioni.
E mi sembra di aver fallito ancora una volta.
Ma Luca sembra non aver pietà…
“E ora vogliono pure integrarsi… ma lei, mi dica la verità, ci crede?“
Gli dico che sì, io ci credo, anche se naturalmente ci sono delle differenze.
“ Dico, potevano fare come tutti gli altri Rom, chiedere l’elemosina e farsi dare qualche spicciolo dagli automobilisti…“, termina lui, quasi sconsolato.

Sono esterrefatto… è questo il messaggio a cui miravo fino a pochi minuti prima?
Poi faccio mente locale, e mi ricordo.
Luca è figlio di una badante dell’est e vive da solo in una casa popolare che definire fatiscente è un eufemismo.
Sorrido… e penso che, comunque, se questo bellissimo libro ha fatto il miracolo di far aprire bocca a Luca c’è sempre speranza.

Così, l’anno successivo insisto: stavolta propongo un libro di Massimo Canuti, Contro i cattivi funziona, un brillante romanzo interamente sulla scuola.
E’ la storia, giocata su più piani, dell’inserimento di un ragazzo problematico in una ancor più problematica scuola della periferia milanese, e del superamento della sua difficile situazione familiare.
Matteo ha tredici anni e un fratello ritardato che l’ha sempre imbarazzato; quando giunge nella nuova scuola egli desidera unicamente lasciarsi tutto alle spalle, anche se il prezzo da pagare è una mortificante sottomissione al bullo della classe.
La classe partecipa, si immedesima nei personaggi, formula giudizi, rimette in discussione anche le proprie convinzioni.
Forse ho trovato la formula giusta, mi dico, e il proseguimento della lettura del libro mi dà ragione.
Quando a scuola arriva addirittura Massimo, percepiamo il segreto del successo. L’autoidentificazione, formativa, quasi catartica che un libro con il suo potere evocativo ha sul lettore di quell’età.
Sorrido e assaporo il successo.
E continuo, ormai da dieci anni, su quella strada, a volte con temi difficili come il rapporto tra ragazzi siriani e ragazzi italiani, convinto che i libri siano lo strumento migliore di avvicinamento alla componente migliore della scuola che sono a loro volta i ragazzi.

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