Vacanze scolastiche. Le assurdità del Ministro Poletti

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di Chiara CASASOLA

Le parole del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, sulla scuola e le vacanze estive, mi hanno lasciato sbigottita.
Quello che trovo allucinante non è tanto la proposta di accorciare le vacanze estive, o meglio di impiegare parte delle stesse per essere occupati in qualche lavoretto, è piuttosto il contesto in cui tale proposta si inserisce.

Ormai le orecchie si rizzano alla sola parola “attività formativa”, che troppo spesso ha assunto la funzione di involucro dorato allo sfruttamento.
Se è vero che è necessario un collegamento più diretto tra scuola e lavoro, questo non può essere limitato a un periodo di lavoro gratuito nel periodo estivo, ma necessita di un lavoro organico che anzi è proprio nel ciclo di attività scolastica che dovrebbe trovare spazio, in quei momenti in cui si contribuisce a formare la coscienza dei ragazzi, in quei momenti in cui si vedono effettivamente le loro inclinazioni e si scoprono le loro passioni al netto del loro futuro impoverimento dato dal fatto che dovranno accantonarne buona parte per accontentarsi di qualche lavoro dettato più dalla necessità che da altro.

Inoltre, credo che il grosso gap tra formazione e mondo del lavoro si verifichi a livello universitario, dove effettivamente sarebbe necessario introdurre dei correttivi che indirizzino gli studenti verso una più consapevole e ristretta scelta.

A livello di istituti medi superiori ci sono Istituti tecnici o professionali perfettamente in grado di preparare i ragazzi a svolgere una mansione lavorativa con competenze tecniche di rilievo, il nodo semmai e cercare di portarle tutte a questi elevati standard. Apprendo con piacere che i figli del ministro hanno lavorato ai magazzini della frutta: buon per loro, ma suona come una citazione più utile a ripulire la classe politica dalle ombre dei giorni precedenti che una frase davvero utile alla causa che vuole sostenere.

Molti ragazzi con la maggiore età decidono autonomamente di arrotondare nei mesi estivi con qualche lavoretto; imporre loro un lavoro non retribuito, benché formativo – con tutti i limiti che questo tipo di attività hanno e continuano a dimostrare – darebbe l’assist a molte imprese, soprattutto in ambito turistico, che altro non aspettano che manodopera a basso costo.

Ma la cosa che più di tutte le altre mi rattrista è l’ennesima aria di sfottò verso i giovani, che continuano a raccogliere insulti più o meno velati. Giovani che oltre a trovarsi di fronte ad un sentiero lastricato di ostacoli, oltre a dover fare i conti con una giungla di contratti, con le insidie di un mondo del lavoro privato dalle tutele, esautorato dai diritti minimi, oltre a doversi rassegnare ad essere costantemente scavalcati dai “figli di” – gli unici ad essere premiati da un sistema dove sono la corruzione e la parentela gli unici centri per l’impiego davvero funzionanti – ecco, oltre a tutto questo, viene scaricata su di loro anche la responsabilità di non essere pronti, di essere forse un po’ pigri?

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