La sinistra dell’isola che non c’è

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di Ivana FABRIS

La vita moderna è in balia della dismisura.
La dismisura invade tutto, azione e pensiero, vita pubblica e privata. (Simone Weil)

Leggendo questa citazione di Simone Weil, mi sono trovata a darle subitaneamente ragione.
Non so se sia una connotazione della vita moderna. Forse sì, se intesa come abbandono di quella parte sana della cultura contadina tutta volta al pragmatismo e al buon senso, all’aver misura e senso della realtà, comunque so che mai come oggi, è davvero una verità.

Siamo all’inizio del disastro di questo disgraziato Paese dove non passa giorno senza che accada qualcosa di negativo e di preoccupante, ma sembra che pur accorgendosene, anche a sinistra si voglia comunque rinunciare al senso della misura. E ciò che è grave è che a quel senso rinuncino proprio coloro che hanno compreso la gravità del momento.

Soprattutto si è perso il confine tra ciò che è giusto per la collettività e l’affermazione di se stessi, dei propri personali principi, dei propri modi di pensare, del ribadire ad ogni pie’ sospinto la propria personale volontà.
Certo, ognuno ha tutti i diritti di rivendicare le proprie idee e le proprie posizioni, ma davanti al macello sociale che si annuncia in modo sempre più forte, forse si dovrebbe avere il coraggio di andare anche contro se stessi per il bene di tutti.

Capisco, però, che questo implichi alcune consapevolezze.
Innanzitutto di ciò che ognuno di noi è, di ciò che si porta dentro in relazione agli altri, poi che non necessariamente la strada per arrivare ad operare un cambiamento debba necessariamente essere quella che si è sempre percorsa, visto che non ha funzionato e non sta funzionando, perchè riferirsi all’esperienza politica fallimentare del passato e agli eventi che l’hanno caratterizzata, a sinistra, oggi non serve, perchè niente di ciò che stiamo vedendo si è mai verificato prima d’ora.

Non è MAI successo che in Italia, almeno dal 1921 in poi, non esistesse più un partito capace di farsi carico delle istanze delle fasce sociali meno abbienti e capace di farsi portatore di proposte che le tutelassero.
Non è mai successo di vivere una crisi del capitalismo così grave e profonda da spazzar via quasi totalmente il mondo operaio.
Non è mai successo (almeno non dopo l’ultima guerra) che non ci fossero contrappesi all’ingerenza americana nelle economie mondiali.
Non è mai successo che ad un’ideologia di destra come il neoliberismo, non esistesse più l’opposizione concreta e fattiva di un’ideologia di sinistra.
Non è mai successo che non esistesse più fiducia nella politica e nei suoi rappresentanti.
Non è mai successo che la politica fosse incentrata sulla singola persona unicamente come espressione di sè, che non esistesse più ciò che rappresentava, che non si identificasse nel politico il simbolo di un potere.

Ma più di tutto, nell’Italia repubblicana NON è mai accaduto che la povertà dilagasse al punto di annientare fasce sociali che per decenni han ritenuto di aver raggiunto definitivamente una posizione stabile da tramandare ai propri figli, quasi come fosse un diritto sancito per nascita al pari dell’aristocrazia e della grande borghesia italiana. Una sorta di stabilità economica costituita da diritti e tutele tali da far pensar loro di essere al sicuro e in grado di garantire la stessa sicurezza alla loro posterità per sempre, tanto è vero che oggi anche chi ha ancora un lavoro, se solo ha un figlio non arriva a fine mese. E non era mai accaduto prima che queste parti della società non avessero nessuno a rappresentarle.

Quando rifletto su questi fatti, io mi domando come non si comprenda che adesso non è più tempo di pensare a sè, alle proprie posizioni individuali, al proprio campo, all’affermare se stessi al di là e sopra a tutto e tutti.
Ma, di più, mi domando come non ci si renda conto che sia arrivato il momento di prendere tutte le belle teorie, tutti gli assunti del proprio piccolo mondo, tutte le proprie granitiche certezze e di riporli in un cassetto in attesa di tempi migliori, in nome di qualcosa che oggi è indispensabile: poter riaffermare la dignità di essere uomini.

Sì, la dignità, proprio quella. La dignità che ogni essere umano dovrebbe vedere realizzata attraverso una condizione lavorativa e che sia anche tale da non renderlo schiavo, la dignità del poter garantire pranzo e cena alla propria famiglia, la dignità di potersi curare, la dignità di non vedersi staccare luce e gas perchè si è insolventi, la dignità di poter garantire ai propri figli un’istruzione, non di grado elevato, solo un’istruzione perchè sono moltissimi quelli che in Italia già oggi sono costretti a mandarli a lavorare in nero e in condizioni allucinanti pur di racimolare qualche soldo.
Non crediate che siano casi isolati quelli di cui parlo: oggi sono una moltitudine che cresce di mese in mese.

Mi rendo conto, però, che avere ancora e malgrado tutto, una stabilità, ‘PURTROPPO’, non aiuta a comprendere che tanti, troppi italiani, oggi vivono una condizione così drammatica che chi non l’ha provata sulla propria pelle, non può capire. Ma forse neanche vuole.
Perchè pontificare parlando di tutte le più belle teorie del mondo, è magnifico, appagante, ma non risolve.
Perchè provare compassione per chi non ha di che riempire il piatto per due pasti al giorno, per quanto nobile, non risolve.
Perchè addolorarsi per chi a 50 anni perde il lavoro quando il proprio in qualche modo è garantito o perchè ha di che sostentarsi con la propria pensione magari concedendosi anche qualche sfizio, se non porta a comprendere che quelle realtà sono VERE, esistono già per milioni di italiani, non risolve.

Non avrei mai creduto di arrivare, oggi, a scrivere che davvero forse questo Paese ha bisogno di patire ancora più fame, di scalfire qualche altra certezza e sicurezza, di infrangere qualche torre d’avorio in più perchè siamo diventati così individualisti, così autoreferenziali, così incapaci di compenetrarci nelle difficoltà degli altri, così superficiali nel giudizio di ciò che è giusto e sbagliato sempre e solo in base al nostro metro, così refrattari all’impegnarci al di là di noi stessi per chi sta davvero attraversando l’inferno, così borghesi e imborghesiti anche a sinistra, nelle nostre, malgrado tutto, vite sicure, ognuna chiusa nella propria personale ‘Isola che non c’è’, che non sappiamo più cosa sia giusto fare, cosa si DEBBA fare.

Ed ecco che ognuno sfodera la sua ricetta, ognuno crede che il suo proprio modo di concepire la politica, la sinistra, il senso della rappresentatività, il modo di aggregarsi, sia prioritario e la cosa tragica è che se ti opponi a tutto questo, vieni tacciato di non rispettare le idee altrui, di voler imporre la tua volontà, di ledere il suo diritto ad autodeterminarsi politicamente e la frase tipica che gira ultimamente è: “IO non ci credo ad una ripartenza della sinistra dal basso. Voi non ce la farete.”

Così, mentre il peggio accade, mentre tutto crolla, mentre ci sono famiglie che con disperazione vivono il dramma quotidiano di non aver lavoro, con tutto ciò che consegue, la discussione continua. Pedissequamente, inesorabilmente, immancabilmente. Su cosa? Sul nulla.
Perchè non capire che sia il momento di agire e attaccarsi alle sfumature (altro che 50, sono molte ma molte di più) delle parole, della struttura, del doversi rimboccare le maniche, del lavorare in favore di qualcosa di buono, per me personalmente è il nulla.
Non è più tempo per le discussioni, alte, altissime, profonde, profondissime. Non lo è più. Basterebbe parlare con chi ha famiglia e non ha più lavoro, vedere come vive, toccare con mano la povertà, immaginare se stessi in quel dramma e si capirebbe al volo che le discussioni, per quanto importanti – e chi lo nega – adesso non servono.

La città è in fiamme e la sinistra italiana, nella sua base, sta a disquisire se sia meglio usare le autobotti per spegnere l’incendio o se invece sia preferibile usare gli idranti. E intanto il fuoco si propaga e distrugge tutto.
Se gli italiani che han combattuto la guerra di Liberazione avessero avuto queste prudèrie politico-intellettuali con annessi tutti i distinguo del mondo, oggi avremmo ancora il nazifascismo dentro casa e la cosa grave è che sta tornando sotto altre forme e noi continuiamo a parlarci addosso.

Bene, lo ammetto, io comincio a vergognarmi.
Non di me stessa, ma di quanto a sinistra si sia perso il senso della misura ma di più, di quanto si sia perso il contatto con la realtà per il solo fatto di vivere una condizione che, solo per alcuni, via via diventa sempre più da privilegiati.
Che non lo abbia un politico italiano, il senso della realtà, ci sta anche, visti i tempi, perchè ha molto da perdere, ma noi?
Noi cos’abbiamo da perdere nell’impegnarci tutti nel tentare di aggregare la sinistra in un progetto che parte dal basso? Nulla, io personalmente nulla e penso che come me moltissimi altri.

Però lo capisco, eh, che tra il non far niente stando solo a guardare per difendere la propria presunta onestà e integrità intellettuale, magari criticando chi ci prova a darsi da fare, e il doversi rimboccare le maniche facendo fatica, investendoci in passione e speranza, sia molto più sicura la prima opzione.
Naturalmente sempre e solo per proteggere se stessi anche, per non correre il rischio, magari, di dover ammettere che avevamo ragione noi a volerci provare.

Se questo è tutto ciò che per molti rimane o è diventato nell’essere di sinistra, beh, io fossi in loro, pensando a chi non ha più nulla e nessuno a cui guardare per nutrire un po’ di speranza rispetto alla propria esistenza, penso che un po’ di vergogna la proverei.

 

(immagine dal web)

 

 

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