Mestieri border line: le cooperative che cercano il profitto

corruzione-italia

di Claudia BALDINI

In questi giorni non si parla d’altro. Mi riferisco all’ attacco generalizzato e anche ignorante alle cosiddette “Coop rosse”. Per la precisione è dalla svolta del congresso dell’Alleanza Cooperativa Internazionale al XXIII di Vienna del 1966, che le Coop sono diventate rosa, poi pallide, poi camaleontiche, in virtù delle leggi del mercato globale.
Ma partiamo pure dall’inizio. Erano rosse, e per forza, le cooperative.
Badate, ho detto cooperative, perché vorrei che i ragazzi non confondessero l’Ipercoop con la Cooperativa. La cooperativa tipografi, la cooperativa falegnami, la cooperativa cartai, la cooperativa fonditori, la cooperativa di consumo. Sì, erano rosse, davano lavoro nel dopoguerra, i dirigenti erano PCI-PSI e costituivano un modo molto avanzato e valido di organizzare, progettare e eseguire il lavoro.
I Comuni emiliani (per lo più rossi) misero in campo, per consentire ai genitori di lavorare il più bel servizio scolastico per l’infanzia che si sia mai visto sulla faccia del pianeta. Per anni.

Anche le Cooperative aiutarono, ovvio, così le donne lavoravano.

Domanda: godevano solo quelli tesserati al PCI di queste cose? Eh, proprio no.
Le rette erano basse, quindi gli asili privati (quasi tutti religiosi) soffrivano.  Lo sviluppo di impegno e coinvolgimento e contemporaneamente educativo dei genitori nella crescita del proprio figlio costituì un salto di civiltà senza pari. Era evidente però che in un Comune che bandiva una gara d’appalto, spesso se l’aggiudicasse la Cooperativa Edile. Primo perché era preparata. Secondo, perché il prezzo era più basso perché il profitto era più basso.
Terzo, e non ultimo, perché sicuramente soldi al PCI ne dava. Le case erano fatte bene però, e a prezzi contenuti, oppure in convenzione nei piani Peep. E questo consentì a migliaia di cittadini di poter avere casa. Non solo, ma la stessa Cooperativa faceva convenzioni con la Banca Popolare (ricordo che è sempre stata la banca del territorio) per mutui a tassi irrisori. Non posso dire che questo sistema fosse in quel momento sbagliato, mi spiace, non lo posso dire.
Se non fosse stato così, l’Emilia Romagna non avrebbe avuto uno sviluppo  consistente e florido nel dopoguerra. E si parli anche delle Cooperative di consumo, che nel dopoguerra sfamarono la gente, che aiutavano i sindacalisti licenziati dai padroni. Se poi, anche per fortuna diciamo, non c’erano mai licenziati della CISL ci sarà stato un motivo. O, no?

Questo per dire che quello spirito dovrebbe essere recuperato nella situazione di oggi che è molto grave, con molti poveri e molti disoccupati. Magari ci fossero oggi quelle cooperative e certa brava gente dentro i Comuni. Non è che l’Emilia sia diventata una regione poco democratica. Hanno sempre partecipato in massa alle decisioni, ai bilanci, alle assemblee. Guardate ora, in quanti sono andati a votare alle ultime regionali! La struttura e lo spirito cambiò con i tempi, da Vienna in poi l’obiettivo fu quello che la Cooperazione diventasse la terza economia del Paese. Era chiaro che tutto stava cambiando. E veniamo ad oggi.

Vediamo le parti in gioco in un’opera pubblica. Da una parte, ad esempio, un Comune indice una Gara d’Appalto. Dall’altra (ed ora voglio parlare solo delle Cooperative) c’è una Cooperativa di Progettazione che si occupa di tutte le parti dell’opera.
Quindi: architetti, ingegneri, progettisti elettrici ed idraulici, geologi, informatici di supporto alla progettazione e alla presentazione della gara. Alla fine, sempre di corsa, si presentano tutti gli incartamenti, completi di Valutazione di Impatto Ambientale (con lo SbloccaItalia questa valutazione non è più vincolante). E siamo al Progetto, che viene spedito alla Commissione incaricata dal Comune di valutarlo.
Attenzione. Questo è il primo punto debole e influenzabile. E’ qui che possono entrare in gioco gli uffici commerciali, in quanto essi si servono spesso dei cosiddetti Procacciatori di Affari che esistono sia per le Cooperative che per i Privati. Ed è questo che sconvolge il sistema. La cooperazione non è nata per il profit. Ma per assicurare LAVORO!
Ed è lì, allora, che scattano le tangenti, le bustarelle, la corruzione. Potrebbe sì, il presidente della Cooperativa non sapere quanto si è pagato, ma credo che non possa non sapere che c’è questa figura che io chiamo “border line”. Profondamente antitetica ad ogni spirito cooperativo.
Io dico: a che serve mettere un Cantone a Roma o all’Expo? Lui può solo accorgersi quando è troppo tardi del pactum sceleris e bloccare (con disastri economici conseguenti) l’opera, se si accorge del costo che lievita e ci va a fondo. Sarebbe meglio stabilire dei criteri divers, mantenendo sempre questa Autorità di vigilanza. Faccio degli esempi semplici:

1)Smettere di assegnare l’opera al prezzo più basso (destinato a lievitare molto e non possiamo più riconoscere se c’è anche corruzione);
2)Valutare e vincolare all’ indice Istat la variazione dei preventivi in corso d’opera e pretendere scritti dettagliati sui costi aggiuntivi;
3)Separare la Cooperativa che progetta da quella che realizza e controllare non vi siano connessioni e conflitti d’interesse di nessun tipo;
4)Stabilire prima dell’assegnazione i subappalti: a chi e con che regole;
5)La cosa principale: nella Commissione Appalto che segue l’opera in loco deve esserci una struttura di ufficio dipendente dall’autorità Anticorruzione che firma ogni cosa, vigilando su persone e atti. Solo così si può dare un colpo ai border line e alla corruzione, responsabile di costare allo Stato, cioè ai suoi cittadini, miliardi.

Io credo che, se si vuole, si possa dare un colpo grosso a questo vizio.
Questo è un vizio che non a caso emerge a volte nelle Cooperative.
Guardate il fiore all’ occhiello CPL, la maggiore struttura di progetto e costruzione del gas. E’ evidente che la persona border line incaricata di portare a casa l’affare avesse un largo mandato autonomo.
E’ inutile dire che non sapevi, certo non sai quanto, ma sai che può succedere. Va eliminata questa figura. Devono competere gli uffici commerciali con i loro progetti. Non ci deve essere la minima commistione famigliare tra Coop ed amministrazioni. Deve passare l’idea che il prezzo troppo basso non è indice di qualità. Nei capitolati vanno valutati altri indici oggettivi: le “clausole sociali” relative all’impiego di mano d’opera, alla sicurezza dei contratti, alla qualità dei materiali, devono essere prioritarie.
Ci vuole gente più competente a valutare le gare. Ci vuole una struttura indipendente che faccia capo solo a Raffaele Cantone, ma che vigili in loco. E separare, lo ripeto, progettazione da costruzione.
Questo è quello che la mia personale esperienza mi ha fatto maturare. Ovviamente non dico che sia giusta per tutti, ma è una linea di riforma che andrebbe discussa.

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