Che fare?

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di Michele CASALUCCI

Non penso minimamente che queste brevi note possano essere paragonate al peso, al valore e al ruolo avuto dallo storico e fondamentale scritto di Lenin. Né penso di potermi neppur lontanamente paragonare al grande ed illustre “piccolo padre”. La coincidenza, anzi il titolo adottato di questo scritto, deve essere considerata una mera “copiatura lessicale”.

Tenterò di individuare alcune questioni che a mio modestissimo parere, potrebbero essere una traccia di una difficile ma necessaria, iniziativa politica sul territorio.

Il quadro istituzionale.

La prima questione credo sia quella relativa all’ordine e all’assetto democratico del paese che il novello (ormai non più tale) capo del partito della nazione ha preteso e pretende di realizzare, utilizzando metodi di flagrante offesa alle istituzioni parlamentari, forzando i tempi, inventando o interpretando nel modo più antidemocratico procedure che sono passate alla cronaca con i termini più strani (“canguro”, “tagliole”, oltre alle più consuete “sedute fiume”, ecc.), forzando il dibattito dentro il suo partito, con gli altri partiti, stabilendo e modificando per strada alleanze ed affiancamenti (“patto del Nazareno” in primis), mobilitando seguaci e mainstream prezzolati nella propaganda della vulgata che non si può perdere tempo, che bisogna fare in fretta, che da queste scelte dipendono i futuri destini della nazione in senso progressivo e risolutorio.
Che da queste scelte, ormai giunte purtroppo ai suoi capitoli finali senza aver trovato i necessari oppositori ad un disegno che si tinteggia di eversione della carta costituzionale, rischiano di trasformare il futuro della nazione, mi pare purtroppo vero. Ma non in senso positivo, anzi in senso fortemente negativo. E le preoccupazioni sono molto giustificate.

Ci troviamo davanti al rischio concreto di “abolire la rappresentanza”, a favore di “un presidenzialismo di fatto, una democrazia plebiscitaria”; una vera e propria Legge Truffa che rischia di regalare ad un esecutivo eletto da una minoranza estrema della popolazione il governo e la guida di un intero paese, nel quale le tensioni, anziché stemperarsi, si acuiscono ogni giorno di più sotto la spinta della crisi, a cui si risponde con le logiche distorti e distorcenti dell’austerity, distruggendo anche quella residuale parte di solidarietà sociale che è stata uno degli elementi costitutivi e sostanzialmente sostenitori di questa difficile situazione economica. Nella quale i disoccupati continuano ad aumentare alla faccia dei proclami e dei tweet.
E non sono io, pericoloso sovversivo ad affermare queste cose. Le espressioni virgolettate appartengono ad un tal Bersani del quale non sono certo né estimatore, né ammiratore.
Resta il dubbio del perché siamo arrivati a questo punto, scegliendo la strada delle mediazioni politi ciste e perché questa opposizione si incarni su aspetti e parti di questa “riforma” renziana e non sul fondamento e sulla logica e sull’impianto stesso di questa modifica costituzionale che ponendo in ticket riforma del senato e legge elettorale, provocherà questi gravi rischi e uno scenario foriero di pericolose derive.
E tuttavia al referendum bisognerà arrivare; e quindi credo che il punto principale e fondamentale dal quale partire sia avviare da subito una campagna di grande controinformazione – la chiamerei di corretta informazione – al fine di evitare che la consultazione referendaria si trasformi (cosa ancor peggiore delle stesse normative di legge) in una catastrofica votazione plebiscitaria. E’ necessario avviare da subito l’iniziativa per l’opposizione a questa “riforma”.

Il reddito minimo garantito.

E’ in corso, da qualche tempo, una discussione su questo argomento. Esistono posizioni diverse e in alcuni casi divergenti: se rivendicare un salario di cittadinanza o un salario minimo garantito. La differenza fra questi obbiettivi non è semplice e non è di poco conto. Forze diverse si sono schierate e si sono dichiarate a favore dell’una o dell’altra soluzione.
Esistono tre proposte di legge (per la cronaca presentate una da Sel, una dal Movimento 5 stelle e persino una dal PD); vi sono posizioni diverse tra Fiom e Cgil; ci sono dibattiti e discussioni in corso che propendono per l’una o l’altra soluzione; ci sono movimenti che si stanno organizzando ed impegnando su questo fronte; ci sono economisti, studiosi che sono intervenuti ed intervengono su questo argomento; ci sono sforzi in atto per cercare di riunificare queste proposte, forse o probabilmente anche, in maniera non del tutto positiva.
Rinviando ad altro momento una necessaria riflessione sugli aspetti di merito di queste proposte (che non sono certamente secondari o irrilevanti e che comportano complicazioni e conseguenze di rilievo su aspetti sociali, economici, ed anche etici e morali), in questa sede mi limito a sottolineare il fatto che un intervento in questa direzione è ormai della massima urgenza.
Sono consapevole che una propaganda vergognosa e inqualificabile ha ormai inculcato nelle menti e nei cuori delle genti italiche che “non ci sono risorse” e che l’austerity è la parola d’ordine che le classi dominanti, guidate dal capitalismo finanziario più sfrenato e predatorio, hanno impresso nel cervello di milioni di uomini e donne europee. Sono purtroppo consapevole che il volto arcigno di Schauble si confonda sempre più spesso con quello di Padoan, mentre il ragazzino voglioso e volenteroso di casa nostra ammansisce battute e motti gioiosi inneggianti ad una ripresa che non può che nascere dai sacrifici (ovviamente di quelli più deboli). Sono purtroppo convinto che questa strategia malvagia (sì malvagia, perché opprime masse enormi di persone a favore di pochi, ristretti gruppi di oligarchi) sia purtroppo diventata “senso comune”, abituale leit motiv di tanti ragionamenti fatti con furbizia dai servi prezzolati di questi oligarchi, ma anche da bravi padri di famiglia che si vedono giornalmente costretti a passare “paghette giornaliere” ai propri figli disoccupati di venti, trenta e anche quarant’anni.
Tuttavia, se si vuole e quando si vuole, le risorse possono essere individuate ed utilizzate, come purtroppo, in senso nettamente contrario, dimostrano i recenti atti del governo in merito al Jobs Act (meraviglioso eufemismo inglese), che recupera risorse dai più deboli per regalarli, senza contropartita alcuna e anzi senza nessun beneficio per i disoccupati, come dimostrano i più recenti dati sulla disoccupazione, regalando queste risorse agli industriali, ai padroni, agli operatori economici meno scrupolosi e assiduamente alla ricerca di prebende finalizzate a migliorare il proprio tornaconto personale e individuale e non già ipotesi di inversione della drammatica situazioni di crisi economica e sociale.
E voglio infine sottolineare come questa sarebbe davvero una “cosa” che ci chiede l’Europa, visto che, insieme con la Grecia, l’Italia è l’unico altro paese della UE a non aver adottato un intervento in questa direzione. Ma sappiamo bene che il rituale e diffuso ritornello del “ce lo chiede l’Europa” vale solo e soprattutto quando bisogna mettere mano al portafoglio (dei più deboli), a tagliare sulle spese dello stato sociale, della scuola, quando bisogna chiedere sacrifici, diminuire i diritti, togliere e privare delle necessarie tutele quelli che già poco hanno e meno ancora devono ottenere in futuro.
Dunque, questo è il secondo punto da affrontare.

Costruire una politica economica.

Ho scritto e motivato da tempo che parlare di sviluppo è una espressione della quale dobbiamo imparare a fare a meno, una prospettiva assolutamente lontana da possibili e concreti scenari. Nello scritto “Sul concetto di sviluppo” ho espresso chiaramente il mio punto di vista, supportandolo con citazioni ed interventi di noti economisti quali Philippe Von Parijs (che peraltro ipotizza un reddito “universale” a livello di Unione Europea), Joseph Eugene Stigliz, Thomas Piketty.
Non ritorno dunque su quei concetti, ma ribadisco la mia intima convinzione che non esiste una strada diversa dall’intervento, meglio dalla definizione di una politica economica alternativa a quella suggerita dalle norme di austerità imposte dalle idee e dalle scelte della attuale guida della Unione Europea.
Una lettura della attuale fase della crisi economica e una strategia politica basata pressoché in misura unica ed univoca su scelte di carattere monetaristico e prive di una strategia di più ampio respiro, una politica basata solo sulla possibilità di espansione dei mercati che ha potuto beneficiare di possibili aree di ampliamento e di nuovi mercati solo e fino a quando è stato possibile, all’indomani del crollo del muro di Berlino, aumentare progressivamente la possibilità di domanda verso i territori dell’est Europa, della Russia, del Baltico. E di questa politica hanno beneficiato ovviamente in prima fila realtà come la Germania, sostenuta da una massiccia disponibilità del capitale finanziario ad investire in quella direzione, con l’annessione diretta della Germania dell’est, prima, e con il progressivo ampliamento della sfera di influenza oltre gli stessi confini nazionali, dopo.

E peraltro quella politica ha provocato non poche tragedie, nel senso letterale del termine, se vogliamo ricordare almeno per un momento (ma purtroppo la questione viene volutamente dimenticata e nascosta), quando si è dovuta scontrare con situazioni di non mera acquiescenza, arrivando a provocare conflitti nel cuore della stessa Europa, conflitti spesso sfociati in situazioni vero e proprio genocidio, conflitti condotti con armi, soldati e denaro di nazioni che nella loro carta costituzionale riaffermano a gran voce, ma con atti sostanzialmente contrari, di rinunciare alla guerra e ad ogni politica di aggressione militare.

E questa stessa politica è la madre delle tragedie sociali che vive la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e l’Italia, così come altri paesi europei, seppure in misura diversa tra loro, che hanno sostenuto con classi dirigenti deboli o subordinate e al soldo di questi potentati economici, utilizzando un benessere momentaneo derivante esclusivamente dai benefici immediati derivati dall’adozione della moneta unica, dissipando un patrimonio, astenendosi dal ragionare in maniera alternativa, mancando di ipotizzare un diverso assetto economico a livello europeo.
Questo sforzo è oggi indispensabile in Italia, dove queste politiche, quelle cioè sostenute dalle logiche meschine e ristrette del capitale finanziario, che nessun altro carattere hanno se non quello meramente “predatorio”, hanno determinato la delocalizzazione di aziende e fabbriche di primaria importanza in paesi dove il minor costo complessivo e quello del lavoro in particolare, hanno potuto offrire maggiori possibilità di arricchimento; dove tutto il tessuto di piccola e media impresa, faticosamente costruito intorno a queste aziende è miseramente crollato; dove il patrimonio delle imprese pubbliche è stato depauperato per alcuni versi e svenduto al miglior offerente per altri versi (e tale pratica si è ulteriormente sviluppata negli ultimi tempi).
Tutto questo non solo non giova, ma è assolutamente contrastante con i conclamati obbiettivi di “ripresa economica” e di “rilancio dell’economia”, che ad ogni piè sospinto ci viene propagandisticamente e vanamente propinato a razioni quotidiane dai telegiornali, dalla stampa asservita ormai alle logiche padronali e a quelle di potere.
Una politica economica che faccia perno sulle risorse esistenti, che rilanci risorse, potenziali, saperi e conoscenze. Capace di offrire una alternativa solida e credibile alle assurde, evanescenti o addirittura dannose scelte economiche del potere dominante e del governo.
Nel mio citato scritto, ho provato anche ad avanzare alcune, modeste, brevi e sommarie proposte; ma è evidente che per un disegno di questo genere è necessario investire, è necessario che una intera generazione di uomini, di corpi, di cervelli si metta al lavoro al fine di elaborare strategie opportune, sostenute da scelte, decisioni ed orientamenti totalmente alternativi a quelli che oggi “dirigono” il paese.
In questa battaglia, che è decisiva, non siamo soli: il popolo greco ci ha preceduto portando al governo Syriza, in Spagna la battaglia è tutt’ora aperta, in altri paesi si individua un movimento di opinioni, forse ancora solo abbozzato, ma è necessario che qui facciamo la nostra parte, per ipotizzare un’altra Europa e un’altra Italia.
La questione ambientale.

Ultima, ma non certo separata dalle altre questioni, è un altro punto nodale del confronto in atto e delle indispensabili iniziative finalizzate ad una reale alternativa economica, produttiva e sociale.
Su questo terreno, sulle questioni ambientali, sono stati compiuti passi giganteschi dal movimento sociale e di massa nel paese. Le lotte e le iniziative prima limitate ad un approccio quasi esclusivamente legato alla tutela e alla difesa dell’ambiente (obbiettivi peraltro nobili e da non sottovalutare) hanno saputo progressivamente intrecciarsi al conflitto sull’uso del territorio, sulla sua progressiva espoliazione, sugli aspetti negativi che una certa logica economica determinava e determina a danno dell’ambiente e della salute dei cittadini.
La iniqua, ingiusta, antidemocratica e pericolosa logica dello “SbloccaItalia” prevede il perpetuarsi di logiche vecchie e distruttive del territorio e dell’economia e contro di essa, giustamente si organizza oggi una battaglia che riporta al centro il problema dei beni comuni, dell’acqua, dell’ambiente, del territorio che bisogna sottrarre ad un uso speculativo ed inefficiente, atto a garantire guadagno e utili alle multinazionali del cemento e del petrolio, alle azioni dissennate sostenute, ancora una volta dalle logiche e dai dettami del capitale finanziario e dei suoi inetti esecutori governativi.

Molto è stato fatto dalle lotte in Val Susa , alla recente vittoria del No Muos in Sicilia, dalle lotte delle popolazioni della Basilicata contro le trivelle ai recenti, ma ancora parziali, successi in Abruzzo sugli stessi temi. Ma molto resta ancora da fare se è vero che gravi contraddizioni sono aperte in realtà come Taranto dove si scontrano interessi di tutela della salute con esigenze di occupazione di migliaia di persone, mentre invece le due questioni dovrebbero trovare un momento di saldatura e di lotta comune. Cosa non facile se non si sceglie di cercare con pazienza, ma impegno decisivo una strada, ancora una volta alternativa, realmente alternativa, mettendo al lavoro ricerca, indagine, intelligenza, uomini, risorse.
Concludo: questi quattro temi mi paiono fondamentali per la ripresa di una discussione ed una iniziativa politica.
Altre questioni restano accennate e sullo sfondo, dalla scuola, all’università, alla ricerca, alle questioni del mercato del lavoro, ed altre ancora. Tuttavia ritengo che queste possano essere inquadrate tutte all’interno delle predette questioni; ed, in ogni caso, ritengo possano essere discusse all’interno della necessaria ripresa di una iniziativa politica alternativa, qui, oggi.

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