Blowin’ in the wind

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Quante strade deve percorrere un uomo
Prima che lo si possa chiamare uomo?
Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
Prima che possa riposare nella sabbia?
Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare
Prima che siano per sempre bandite?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento

Questa è la prima strofa di una notissima canzone degli anni ’60 di Bob Dylan, “Blowin in the Wind”, che si pone tante domande che dovrebbero risuonare nelle coscienze di tutti.

Domande che si sono perse nel vento, come il senso di umanità, in questo inizio di nuovo millennio.

Chissà perché, rileggendo la tragedia di più di 700 anime perse nel “Mare Nostrum”, come lo chiamavano gli antichi, mi è venuta in mente questa canzone. Forse perché queste parole si rivolgono alle coscienze della gente, forse perché parlano di guerre che dovrebbero finire e con esse gli esodi di quei disperati che stanno trasformando il “Mare Nostrum” in una grossa tomba, qualcuno l’ha chiamata “fossa comune”, alla quale sappiamo opporci soltanto con l’indignazione, la pietà di chi dovrebbe e potrebbe invece fare molto di più.

Forse perché richiamano alla mia mente i tanti governi, il nostro compreso, che invece di predicare e attuare politiche di pace fanno tutto il contrario continuando a vendere armi a chi poi le usa contro chi rischia la vita, e la perde per scappare. Questa è la prima tappa delle nostre responsabilità che i media “accuratamente” ignorano. Abbiamo poi bruciato sei mesi di presidenza dell’Europa spendendoli per annunci e bugie che sono servite solo a dimostrare a tutti cosa è diventata l’Italia: un teatrino dove a turno si esibiscono clown e buffoni che parlano di un paese che non esiste, proprio come ha fatto il nostro premier/segretario alla Casa Bianca riempiendo di annunci e bugie una visita che avrà di certo fatto capire ancora meglio a Obama come sia facile approfittare della situazione a nostre spese, vedi il TTIP, il Trattato che privatizza anche i controlli e la sicurezza sul nostro cibo.

Mi pare di essere tornato a quando il nostro paese era rappresentato dal peggio del peggio, da chi cioè ostentava la romanità, la forza militare, l’unione della nazione: tutte cose che esistevano nella mente psicopatica di Mussolini, che in realtà teneva sotto schiavitù il paese avendogli tolto ogni diritto, la libertà e i mezzi per vivere decentemente, proprio come sta avvenendo oggi.

Tornando alle tragedie alle quali abbiamo assistito, l’ultima è sempre “epocale”, ed al nostro semestre europeo mi chiedo perché non si è aperto allora un tavolo di discussione per affrontare un problema che si ripresenterà di nuovo, siatene certi. Perché non si è avuta la stessa capacità decisionale e la stessa fretta con la quale si sono cancellati i diritti dei lavoratori? Perché non si è stati fermi e decisi nello stesso modo con cui Renzi sta proponendo l’italicum? La risposta rischia di essere banale ma la lascio a voi, anche perché una risposta da chi dovrebbe darla non ce l’aspettiamo, perché non ci sarà.

Tanto, passato il momento, i media, il governo, e tanti altri si dedicheranno all’argomento del giorno che è la riforma elettorale che servirà anche come distrazione dal problema che resterà, ed aspetteremo la prossima tragedia per rifare quelle domande alle quali nessuno risponde oggi e mai risponderà.

Lascio perdere i commenti beceri, inumani di tutte quelle persone che per timore di perdere qualcosa godono a queste tragedie senza sapere che qualcosa l’hanno persa da tanto, forse non l’hanno mai avuta, il rispetto della vita.

Termino con l’ultima strofa di quella canzone che mi viene in mente davanti a questa tragedia, la risposta rimane nel vento.

Quanti anni può esistere una montagna
Prima di essere spazzata fino al mare?
Sì, e quanti anni la gente deve vivere
Prima che possa essere finalmente libera?
Sì, e quante volte un uomo può voltare la testa
Fingendo di non vedere?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento

 

(immagine dal web)

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Un pensiero su &Idquo;Blowin’ in the wind

  1. Quando negli anni ’60, Bob Dylan cantava questa canzone, certo non immaginava un futuro così. E neanche noi lo immaginavamo, forse perché eravamo giovani e avevamo fiducia nel genere umano, forse perché si levavano alte le voci di chi chiedeva più giustizia e umanità.
    Che fine hanno fatto quelle voci, dove si sono disperse?
    Perché io e quelli come me ancora le sentiamo che gridano nel nostro cuore e nel nostro cervello, dove siete, umani come noi, dove siete?

    Mi piace

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