L’Unione Europea delle armi

eyu

di Francesco GENTILINI

[dal suo blog Bereshit]

Nessuno potrà negarlo: questi ultimi mesi sono stati il teatro degli orrori della guerra.
In Europa, il commercio delle armi approfitta di vari regimi autoritari. La presenza di armi europee nei conflitti che violano i Diritti Umani è moneta corrente. Sui 51 regimi che furono etichettati nel 2012 come “autoritari” dall’indice democratico dell’Economist Intelligence Unit, 43 hanno potuto comprare armi dall’Unione Europea.

ALCUNE CIFRE TERRIFICANTI

Tra le quindici imprese d’armamenti più grandi del mondo, cinque sono europee: BAE Systems, EADS, Finmeccanica, Thales e Safran. L’industria europea degli armamenti ha beneficiato nel 2012 di un giro d’affari intorno ai 96 miliardi di euro, dei quali circa 40 destinati all’esportazione. L’esportazione di armi è dunque un’attività lucrativa, essenziale alla redditività dell’industria europea della difesa. Nel 2012 (anno in cui la UE è stata insignita del premio Nobel per la Pace, nonostante abbia fatto segnare un record nell’esportazione di armi, spesso destinate a regimi antidemocratici, laddove non apertamente dittatoriali, ndr), i paesi europei hanno accordato 47.868 licenze d’esportazione, mentre solo 459 sono state rifiutate. Se le cifre danno un’idea minima dell’esportazione, non possiamo che supporre che la realtà supera i numeri.

Nel 2011, anno delle Primavere arabe, il bilancio delle licenze d’esportazione di armi europee ha raggiunto i nove miliardi di euro, cioè due volte di più che nel 2007. L’Arabia Saudita è di gran lunga il più grande mercato. In cinque anni, gli Stati membri della UE hanno venduto ai sauditi per più di dieci miliardi di dollari in armamenti. Ora, si sa che si tratta d’un paese che è rifornimento d’armi costante per delle reti jihadiste locali. Una gran parte di quelle armi che sono state destinate all’Arabia Saudita per rinforzare la ribellione siriana è caduta nelle mani di gruppi radicali come Daesh (altro nome per indicare l’ISIS, ndr). Una prova che una politica europea toppo lassista in materia d’esportazione d’armi può agire come un catalizzatore in svariati conflitti mondiali.

L’ASSENZA DI LEGISLAZIONE

La UE è descritta come un progetto civile nel quale la pace figura come leitmotiv. Ma questo progetto assomiglia sempre meno alla realtà. L’Europa è uno dei più grandi esportatori di armi nel mondo. Alcune delle più grandi imprese nel campo della difesa hanno sede in Europa. Il mercato degli armamenti, al quale fanno affidamento i differenti paesi membri della UE, è un mercato aperto come tutti gli altri mercati. Le imprese possono allora esportare facilmente delle armi da un paese europeo all’altro. Inoltre, la UE non impone alcun criterio da applicare alle esportazioni di armi verso i paesi non comunitari. Conseguenza: le imprese europee d’armamenti beneficiano di regolamentazioni flessibili nell’esportare da Stati membri verso paesi situati fuori dall’Unione. Questa è una delle più grandi vittorie dei numerosi lobbisti che lavorano per conto delle industrie d’armamenti (per più informazioni sulla presenza di lobbisti nella istituzioni europee si possono consultare questo sito e questa guida).

QUANDO L’ECONOMIA PASSA DAVANTI AI PRINCIPI

Nel 2008, gli Stati membri dell’UE si sono accordati su una posizione comune in materia d’esportazione d’armi. Riguardo la procedura di rilascio del permesso dei permessi d’esportazione da parte dei governi nazionali, gli stati si sono messi d’accordo su otto criteri da prendere in considerazione. Per esempio: evitare eventuali violazioni dei Diritti Umani, evitare di accendere dei conflitti o evitare che le armi cadano nelle mani sbagliate. Tutti questi criteri sono estremamente arbitrari e minimali, e ciò li rende inapplicabili davanti ai tribunali.

Per questo, una politica europea che mira a rinforzare la sua industria degli armamenti si rivela perfettamente compatibile con questo vuoto legislativo. È quindi facile da una parte pretendere dei vaghi principi di libertà e democrazia e, dall’altra, nutrire la competitività delle imprese d’armamenti private.

Questo tentativo di armonizzazione europea non fa peso davanti all’ampiezza e la potenza del mercato della difesa. Dopo le onde di fusioni negli Stati Uniti negli anni ’90, il settore europeo della difesa ha conosciuto una reale espansione. A quell’epoca, i controlli dell’esportazione di armi interna alla UE frenavano considerabilmente lo sviluppo del settore e del suo marketing. In seguito, la UE ha facilitato la cooperazione attraverso le frontiere nazionali e la liberalizzazione del mercato interno della difesa. I controlli all’esportazione sono stati nel 2009 l’oggetto d’una direttiva europea che li ha ammorbiditi, piuttosto che rafforzati.

Attualmente per il commercio intra-europeo, le imprese della difesa non devono più ottenere dei permessi distinti. Gli basta tenere un registro delle loro esportazioni che può essere oggetto di una eventuale ispezione retroattiva. Ora, solo i beneficiari immediati sono riportati in questo registro, lasciando a lato tutti i beneficiari indiretti. Alcune informazioni sugli utilizzatori finali non figurano in questo registro. Le autorità europee non hanno quindi alcun mezzo di rintracciabilità per sapere in quali mani cadano le armi.

LE MAGLIE SONO PIU’ LARGHE DELLA RETE

Poiché la politica comune sull’esportazione di armi e la messa in applicazione delle regole sono quasi inesistenti in Europa, la porta è ben aperta a ogni sorta di manovra e raggiro da parte degli Stati membri. Le regole nazionali d’esportazione possono essere facilmente raggirate grazie alla flessibilità dei transiti resi possibili da questa legislazione lassista. Non è quindi sorprendente che le armi fabbricate in Europa finiscano in reti clandestine e in regimi di dubbia natura. Nelle Fiandre, per esempio, si ignora a chi siano destinati i due terzi del totale delle esportazioni. I soli utilizzatori conosciuti sono per lo più delle imprese straniere installate in uno degli Stati membri della UE. Esportare tecnologia a finalità militare non richiede alcun permesso dato che tale tecnologia potrebbe ugualmente avere finalità civile. In effetti, questo “doppia usabilità” lascia un dubbio quanto alla reale finalità delle spedizioni. Ciò permette a prodotti militari, aventi eventualmente scopo civile, di sparire completamente dal radar.

LE ISTITUZIONI EUROPEE APRONO LE LORO PORTE LOBBISTE

Il progetto europeo iniziale fondato sull’ideale della Pace e della Democrazia si eclissa nella misura in cui si sviluppa il settore militar-industriale. Sotto l’influenza di qualche potere multinazionale, l’uniformazione del mercato europeo degli armamenti è entrata in vigore. Questo nell’obbiettivo di danneggiare un gran numero di imprese concorrenti. Durante il processo d’elaborazione della direttiva europea che ha reso possibile questa uniformazione, la Commissione Europea ha consultato dei rappresentanti delle imprese degli armamenti quali EADS, BAE Systems, Thales e Finmeccanica. L’Agenzia europea dell’industria e della difesa (ASD), da parte sua, è stata molto attiva nella concertazione fino a modificare la direttiva.

Dietro le quinte di Bruxelles, gli industriali dell’armamento mantengono rapporti stretti con numerosi decision makers politici. Per mantenere in essere un’influenza sui politici le industrie delle armi assumono numerosi lobbisti il cui lavoro consiste nel tessere legami coi politici, sottoporgli delle politiche già fatte, beneficiare di fondi pubblici, indebolire l’opposizione, etc etc. Ciò spesso all’oscuro, quindi in maniera totalmente antidemocratica.

Poiché non ci sono vere politiche europee in materia di politica estera e di sicurezza, l’industria delle armi si infiltra, grazie ai suoi lobbisti, nei corridoi delle istituzioni europee. Fa quindi valere la sua propria politica, per intendersi “La necessità d’una industria delle armi forte e competitiva”.

Per arrivarci, questi lobbisti usano uno dei loro strumenti più efficaci: le “revolving doors”. Detto in italiano, “Le porte girevoli” consistono nell’impegnare degli anziani ed esperti politici perché facilitino il lobbying a profitto dell’industria delle armi. O, al contrario, nell’introdurre dei responsabili dell’industria nella politica europea. Ciò perette quindi a questi gruppi d’interesse d’avere un accesso preferenziale al cuore del processo decisionale europeo. Per questo fatto l’industria delle armi assicura la presa in conto degli interessi commerciali avanzando il suo argomento preferito: “ciò che è buono per gli affari è buono per tutto il mondo”. Ora, si c’è un settore che può difficilmente affermare che il suo business è buono per il mondo, si tratta proprio di questo…

Fino che non ci sarà una reale volontà politica di rafforzare i criteri di controllo del commercio d’armi e di renderli esecutivi davanti ai tribunali, l’Europa non avrà alcuna credibilità come progetto di pace. È quindi tempo che i politici europei, nazionali e regionali si diano da fare con urgenza.

n.b. Per approfondire l’argomento: Ue, export di armi per 40 miliardi

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