Il dolore di Brescia e la sua Resistenza

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Un altro giorno di lutto, un altro giorno di ricerca della verità. Una verità che si conosce. Siamo ancora e sempre territorio di interessi globali, di tentativi occulti di non permetterci una sana e matura esperienza democratica, dove una destra ed una sinistra entrambe costituzionali e leali si contendano il governo del Paese su una stessa base di rispetto delle istituzioni ed interessi del popolo.
Come ha scritto qui la nostra Ivana Fabris a proposito della strage di Piazza Fontana:

“Ci volle qualche anno, a me, per comprendere esattamente il perché, e ci vollero parecchi anni prima che finisse la strategia della tensione, del terrore nero, iniziata quel pomeriggio con un attentato sanguinario rimasto impunito come tutte le grandi stragi italiane.
Come sempre mio padre aveva avuto ragione quel 12 dicembre. Ciascuna di quelle stragi aveva un nome al di là dei luoghi dove erano avvenute: non Italicus, non Bologna ma fascismo, braccio del potere e mano della repressione.

Già, il fascismo, quello che tutti credevano fosse morto con il 25 Aprile e che non smetteva di voler esistere.
Quello che sta sempre dietro ad ogni processo oscuro e violento della storia.
Quello che non muore mai e che questo Paese comunque ripudia, tutto, tutto insieme, non fosse altro perché un paese di moderati come il nostro, rifiuta ogni forma e posizione politica che siano estreme”

Pubblichiamo, a sintesi di tutto il periodo stragista la conclusione dell’importante studio di Bianca Bardini e Stefania Noventa su “28 MAGGIO 1974. Strage di Piazza della Loggia. LE RISPOSTE DELLA SOCIETA’ BRESCIANA“.

Come prefazione a questa articolata analisi, Walter E. Crivellin ha sottolineato “…il significato della memoria come condivisione, come tentativo di riannodare il filo spezzato della possibilità di dialogo tra Stato e società civile, di costruire un’etica pubblica, di riprendere il lento e faticoso cammino sulla strada della democrazia, di trasformare, in definitiva, un progetto di morte in un progetto di vita. Si tratta di condividere la memoria di eventi che continuano a suscitare interrogativi e sollecitare risposte, a non lasciar tramontare lo sforzo di decifrare e la volontà di capire. In questo senso gli anni settanta del secolo scorso sono ancora vicini e il tentativo di rileggerne un capitolo non del tutto concluso…“.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

[…] molte passioni e contraddizioni hanno contrassegnato questa vicenda. Tentare di farne una sintesi risulta un compito che difficilmente può portare a conclusioni definitive.
Il fatto che Brescia, tranquilla città di provincia, stesse vivendo momenti di tensione prima dello scoppio della bomba è convinzione comune. La tensione era dovuta a diversi fattori. Paolo Corsini giudica la realtà locale come un palcoscenico in cui si riflettono gli atti che caratterizzano la situazione nazionale che in quel periodo era percorsa da scontri particolarmente accentuati seguiti all’autunno sindacale del ‘69, in cui si affiancarono i contrasti nella vita civile innescati dal referendum sul divorzio. A livello nazionale gruppi di estrema destra si muovevano in una fase politica di particolare tensione (si ricordi la messa fuori legge di Ordine Nuovo da parte del ministro dell’Interno Taviani) ed anche a Brescia la morte di Silvio Ferrari, insieme ad altri attentati, indicavano la presenza di attività eversive. Nello stesso tempo si verificavano, intrecciandosi con i primi, episodi di violenza da parte dell’estrema sinistra. La collocazione a Brescia del processo riguardante il MAR e l’arresto dei suoi principali leaders aumentava le tensioni in città.

Non si deve dimenticare, inoltre, che a Brescia si registrava una notevole unità sindacale e non erano mancate significative conquiste su questo terreno. Secondo le testimonianze degli esponenti sindacali, confermate da Giovanni Arcai, ciò aveva determinato il fatto che alcuni imprenditori favorissero all’interno delle loro aziende una situazione atta a rompere l’unità sindacale attraverso le provocazioni e le violenze compiute dai cosiddetti gruppi di “tondinari” o “picchiatori”.
In questo contesto piuttosto vivace, nessuno però immaginava un esito così drammatico della manifestazione indetta per il 28 maggio 1974.
I dubbi non mancano. Privi di una verità giudiziaria, alcuni si chiedono ancora se la bomba venne posta intenzionalmente nel cestino, se fu da imputare ad un gesto dimostrativo su cui poi avrebbe inciso la casualità della pioggia, se si volevano colpire i carabinieri che abitualmente si collocavano sotto il porticato. Ci si chiede se la strage sia stata di Stato o una strage fascista con connivenze di parte degli apparati statali. Qualcuno poi sostiene che la bomba rientri in un quadro più generale della strategia della tensione con implicazioni di carattere non soltanto nazionale; altri invece, ritengono che l’attività di gruppuscoli neofascisti non possa avere condizionato la storia vera del nostro Paese.
La società civile reagì attribuendo principalmente alla destra la responsabilità dell’accaduto, ritenendo coinvolto anche il MSI-DN e invitando a trovare un modo per contrastare il ripetersi di avvenimenti di simile portata.

L’antifascismo fu il tema che scaturì nella maggioranza delle iniziative. Si costituirono comitati antifascisti all’interno delle fabbriche, nei quartieri e nelle scuole. Si riteneva che l’antifascismo non fosse una semplice difesa delle istituzioni, ispirato ai valori delle Resistenza dai quali era scaturita la Costituzione, ma rappresentasse lo stimolo alla costruzione di strutture realmente democratiche. Era importante la partecipazione del cittadino alla vita pubblica e la strage cambiò Brescia, che si vide contrassegnata da una scelta di libertà e civiltà. Anche all’interno delle scuole ci furono momenti di memoria e di impegno civile. L’evento poi rappresentò una spinta ulteriore per le lotte sindacali. Questa situazione durò all’incirca fino agli anni ottanta; poi, come affermano anche alcuni testimoni, subentrò una caduta di tensioni ideali, che portò a rifugiarsi nel privato.
L’unità antifascista che si andò rafforzando non fu tuttavia scevra da polemiche anche all’interno degli stessi partiti o perlomeno con le basi di alcuni partiti. E’ il caso del Partito comunista, attorno al quale si crearono una serie di movimenti e di gruppi che si collocavano alla sua sinistra con atteggiamenti spesso in contrapposizione con esso, ma il cui elettorato ne rimaneva influenzato. Questo tipo di contrapposizione si manifestò soprattutto nella circostanza dei funerali e, in seguito, nelle successive commemorazioni. La linea della polemica era sostanzialmente individuata nel fatto che per questi gruppi la strage era di Stato o della DC e lo stesso PCI veniva incolpato di non voler favorire il definitivo chiarimento delle responsabilità e delle connivenze, per non compromettere le esigenze politiche che si stavano delineando in funzione del compromesso storico.
Fra le conseguenze politiche infatti si individua, come afferma Mino Martinazzoli, un capovolgimento di equilibri all’interno della DC stessa: la Democrazia cristiana che governava da quasi un trentennio fu contestata e con essa veniva identificato il sindaco Boni che di riflesso era ritenuto incapace di gestire il consenso. La bomba, ancora secondo Martinazzoli, diventò un “detonatore tragico”, che accelerò un processo di apertura. In questa situazione la struttura di governo ancora tradizionale comportò un rapporto con il PCI basato più sul confronto che sullo scontro. La reazione democratica cercò pertanto di fare scudo alle minacce dell’eversione, accentuando fra i partiti democratici il dialogo. C’è stato da parte della DC uno “sdoganamento del PCI”, come afferma Trebeschi, e da parte del PCI una legittimazione delle istituzioni.
Nel mondo cattolico in generale non ci fu spaccatura e quindi non è possibile parlare di contrapposizioni visibili e drammatiche. Le pur diverse posizioni non incrinarono la sostanziale unità della chiesa locale, al cui interno operavano varie componenti impegnate nel sociale e nel politico.

Le voci critiche espresse dai “Cristiani per il socialismo” e dalle comunità di base hanno rappresentato una realtà vivace, ma minoritaria all’interno di un ambiente cattolico come quello bresciano, che sentì subito l’impulso a stringere le fila, a riconfermare le ragioni della propria presenza, a far valere la propria ispirazione morale e spirituale. Le interpretazioni differenti riguardavano soprattutto il modo di intendere la presenza dei cattolici nella vita politica.

Sul piano della coscienza civile la bomba aprì una ferita che non si è ancora rimarginata.

La richiesta di verità e di giustizia rimane il filo conduttore che caratterizza ogni ricorrenza e a tutt’oggi emerge la frustrazione che deriva dalla mancata individuazione dei responsabili. Questa produce sostanzialmente a livello pubblico un senso di precarietà e comporta un’impossibile elaborazione del lutto nei familiari delle vittime. L’individuo è portato, come ha affermato Manlio Milani, a sentirsi una sorta di “prigioniero del passato”.
La giustizia è vissuta da qualcuno come un doveroso impegno da perseguire, ma senza la certezza di raggiungerla, mentre altri ritengono che ormai il tempo della giustizia sia scaduto. Chi pensa che la strage sia di Stato, conclude che la verità non potrà emergere, perché chi ha provocato la strage aveva tutti i mezzi per cancellare ogni prova ed ogni indizio. C’è invece ancora chi si rifiuta di spegnere il lume della speranza, coltivando – spes contra spem – la convinzione che non si possa inaugurare una nuova fase della storia del Paese se non si squarciano le pagine oscure e se non si restituisce la verità delle vicende che hanno contrassegnato i primi cinquant’anni di storia repubblicana.

(per leggere tutto l’articolo, clicca qui)

 


La risposta della Brescia operaia, della Brescia della gente comune, del dolore profondo e composto, della consapevolezza che si deve essere partigiani del proprio tempo, che il tempo della Resistenza non è mai finito.


 

 

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(immagini dal web)

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