Il giorno degli sciacalli

Berlinguer_Moro

 


Quando sentite parlare di “riformismo”, insospettitevi. Nella dialettica tra le forze sociali democratiche ed i capitalisti i “riformisti” dovrebbero indurre il Capitale, appunto, ad una sua “riforma” per l’emancipazione dell’essere umano. Un tentativo, come quello socialista, labourista, keynesiano, dell’economia sociale di mercato,  di addomesticare la voracità intrinseca al modello capitalistico teso al massimo profitto. Il capitalista non conosce il termine “giustizia sociale”. La sua legge è la massimizzazione del profitto. Il riformismo cerca di fornire norme etiche e giuridiche a questa pulsione irrazionale di dominio sugli uomini e sulle cose.
Quindi, quando vi parlano di “riforme” che accrescono la forza del capitale, che non pongono limiti, ma anzi ampliano la sua naturale bulimia di potere e risorse, stanno invece legittimando un vero e proprio controriformismo. Di destra.
I riformatori veri, i controllori, coloro che volevano e vogliono un capitalismo che sottostia alle regole democratiche ed al benessere dell’intera comunità sono stati, e sono: Enrico Berlinguer, Aldo Moro, Romano Prodi, Pierluigi Bersani.
Avete visto quale sorte hanno avuto, in Italia? Sono stati uccisi politicamente, dalla loro stessa dirigenza.  Aldo Moro, poi, fu assassinato. Ma la sua sconfitta inizia nel Dicembre del 1971. Contro gli ideali del 25 Aprile. E sempre per frenare ogni riforma – concreta, reale – di attuazione della Costituzione per il popolo italiano. Per i suoi diritti e per il suo progresso civile.

 
La Redazione di ESSERE SINISTRA


[Estratto da “Chi ha sbagliato più forte”, di Marco Damilano, Editori Laterza, 2013]

Capitolo 1
Il giorno degli sciacalli

Come si progetta, si realizza e si porta a termine un omicidio (politico)?
Quello della vigilia di Natale del 1971 resta uno dei più riusciti,
e anche dei più dimenticati.
Martedi 21 dicembre, San Tommaso Apostolo, annotò scrupolosarnente il notista della “Stampa” Vittorio Gorresio, quattro ambasciatori della Dc (in ordine alfabetico, li elencò Gorresio: Andreotti, Forlani, Spagnolli e Zaccagnini) bussarono a casa del senatore Giovanni Leone, malato di bronchite, la voce roca, qualche linea di febbre, a comunicargli che l’assemblea dei grandi elettori democristiani lo aveva designato come candidato ufficiale alla presidenza della Repubblica, a voto segreto.
Il senatore era già stato informato da una telefonata del deputato comunista, napoletano come lui, Giorgio Amendola: «Noi e i compagni degli altri partiti di sinistra non ti possiamo votare. Sei sicuro di volerti esporre?››. Leone, 63 anni, senatore a vita, accetto e diventò sesto presidente tre giorni dopo al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti, appena quattordici in più del quorum necessario, con la destra post-fascista determinante, il Movimento sociale di Giorgio Almirante.
«Sono stato eletto il giorno dopo Santa Vittoria, mi porterà fortuna», si fece coraggio con la moglie.

Tempo dopo, quasi per distrazione perché i protagonisti avevano sempre evitato di parlarne, si apprese qualche dettaglio in più sulla riunione dei grandi elettori democristiani. Il candidato non era Leone. Dopo l’uscita di scena del presidente del Senato Amintore Fanfani, infatti, doveva entrare in gara l’altro cavallo di razza: Aldo Moro.

In quel momento Moro, 55 anni, la frezza bianca che attraversava i capelli ancora neri come un guizzo di impazienza inusuale per lui, era Ministro degli Esteri, ma non aveva incarichi di partito, anzi, si trovava in minoranza. Nel novembre 1968 era passato all’opposizione interna, in un discorso al Consiglio nazionale aveva sferzato i notabili della Dc con durezza sconosciuta: «un partito senza animazione, né ideale, esperienza storica, tutto preso da un confuso empirismo, immobile ed eguale, incapace di adoperare un criterio politico, per valutare e dominare situazioni nuove con animo nuovo». In quella stagione di imprevedibili cambiamenti e di tumultuose novità, Moro vedeva: «l’ampliarsi delle attese e delle speranze, il travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità. Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta come non mai. E’ il moto irresistibile della storia».

Parlava cosi l’uomo che quella sera di inverno del 1971 aveva sfiorato la candidatura al Quirinale. Fosse stato nominato dalla Dc, sarebbe stato poi eletto presidente con i voti di tutti i partiti della
sinistra, PCI compreso. Enrico Berlinguer, il vice-segretario destinato alla successione di Luigi Longo, incontrandolo in gran riservatezza, gli aveva garantito i voti comunisti: «Non vogliamo nulla in cambio, è solo un atto di stima nei suoi confronti. Tutti i democristiani ci hanno chiesto i voti, tranne lui». E al Quirinale sarebbe arrivato il politico che meglio aveva interpretato la contestazione del 1968 e la reazione che aveva scatenato: la strage di piazza Fontana, la strategia
della tensione, la presenza di una destra politica, economica, occulta che Moro conosceva per esserne diventato il bersaglio più ricorrente.

«Flaccido e cascante come un piccolo visir cupo, funereo, ha sparso il suo cammino di cadaveri e rovine…» lo ritraeva “Il Tempo” di Renato Angiolillo, precursore dell’editoria berlusconiana della Seconda Repubblica. Uno iettatore, da eliminare.
Fu eliminato, infatti, dalla corsa al Quirinale.
Fu nominato, invece, Leone «con uno scarto non rilevante e grazie all’appoggio quasi totale dei senatori», rivelò anni dopo Giulio Andreotti.
E il sistema politico diede alle richieste di cambiamento una risposta di conservazione che avrebbe pesato negli anni Settanta. Cominciò la più tormentata presidenza della storia repubblicana, conclusa, per la prima volta, con le dimissioni anticipate del capo dello Stato.
Moro, invece, di quel voto segreto dei suoi amici di partito contro di lui non parlò mai da uomo libero. Passeranno anni, si dovrà arrivare al 1978.
Il presidente della Dc è ancora una volta il candidato più autorevole al Quirinale, per portare a termine dal Colle il suo capolavoro politico, l’accordo tra i democristiani e il Pci, quando viene rapito in via Mario Fani dalle Brigate rosse.

E la mancata elezione al Quirinale del 1971 spunterà nel memoriale composto nei giorni del sequestro come un passaggio decisivo. E con una notazione sorprendente: «Alcune mie prese di posizione mi valsero ancora una volta come già nel ’69) la qualifica di anti-partito, una posizione negativa tra i gruppi parlamentari che giocò il suo ruolo, com’è naturale, decisivo ai fini della mia qualificazione personale per la carica di Presidente della Repubblica, scrive Tanto poco dominavo il partito che in questo caso fui battuto da altro eminente parlamentare […], ironizza. «Non ero depositario di segreti di rilievo, né ero il capo incontrastato della Dc. Si può dire solo che in essa sono stato presente e ho fatto il mio gioco, per evitare una involuzione moderata della Dc e mantenere aperto il Suo raccordo con le grandi masse popolari. Vincendo o perdendo. Anzi, più perdendo che vincendo».

Moro nel ’71 perde il Quirinale e vince la destra che si sbarazza dell’avversario più intelligente e temuto. Un leader importante, il più prestigioso anche se il più isolato, viene sacrificato: accusato di corteggiare l’anti-politica (giocò contro di lui «la qualifica di antipartito»), lui che era «il capo di cinque governi, / punto fisso o stratega di almeno dieci altri, / la mente fina, il maestro / sottile / di metodica pazienza…>›, ritratto da Mario Luzi.

Un omicidio (politico) che cambia il corso delle cose.

 

 

(immagine dal web)

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