L’Italia del 12 dicembre. L’Italia che resiste.

la-strage-di-piazza-fontana

 


1969. Un vento di libertà, fantasia e progresso proveniva, durante tutti gli anni ’60 dagli Stati Uniti, dall’Europa, soprattutto dalla Francia, dall’Italia. Il fermento dei “tempi nuovi” prodotti dalla progressiva emancipazione delle masse dagli orrori della guerra e dell’ignoranza era una forza propulsiva che sembrava inarrestabile. Diritti civili e sociali richiesti, pretesi come sacri ed inviolabili in tutto l’Occidente. Si voleva finalmente attraversare la nuova frontiera per tutta l’umanità. Attraverso la democrazia e non sotto il potere tirannico dei partiti unici.
Ma a Dallas (dove fu ucciso John F. Kennedy) e Los Angeles (dove morì suo fratello Robert), si iniziò a reprimere, nel sangue, tutto. Il ’68 era stato spontaneo, fantasioso e disordinato. La volontà di repressione, calcolata, fredda e metodica.
Arrivò il 1969, in Italia. E la “fabbrica dell’obbedienza”, la forza del moderatismo reazionario si colluse, ancora, con il fascismo.
Uno dei più chiari e analitici documenti di quell’epoca, fu il libro “La Strage di Stato” dal quale riprendiamo alcuni passi per dimostrare quale clima si voleva costruire per condurre ad un modello presidenziale forte ed autoritario.
Vi viene in mente qualche attinenza coi giorni d’oggi?

Non state sbagliando.
Ma non ci fu isteria. L’Italia seppe resistere. W l’Italia, del 12 dicembre e del 25 Aprile.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


Venerdì 12 dicembre

Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano e a Roma. La strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. L’attentatore ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica dell’esplosivo sotto il tavolo al centro dell’atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. L’esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16.37: poco dopo in un’altra banca distante poche centinaia di metri, in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. E’ la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa forse perché il “timer” del congegno d’innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l’hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca.

E’ una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori. In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il “timer” di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo è anch’essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all’operazione di un dinamitardo esperto.

Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.

La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli.

Italia 1969, un attentato ogni tre giorni

Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l’intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.

Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto.

Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca fascista, o per il loro obiettivo (sezioni del PCI e del PSIUP, monumenti partigiani, gruppi extraparlamentari di sinistra, movimento studentesco, sinagoghe. ecc.) o perché gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di origine ufficialmente incerta (come la serie degli attentati ai treni dell’8-9 agosto), oppure vengono addebitati a gruppi della sinistra estrema o agli anarchici (come le bombe del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione centrale di Milano). In realtà ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che li promuove è sempre la stessa, e cioè una mano che pone diligentemente in atto i presupposti necessari alla “strategia della tensione” che sta maturando a più alto livello politico.

Si tirano le somme della “strategia della tensione”

Cosa significhi in concreto questa “strategia della tensione” lo dice questo secondo elenco di fatti. anch’essi noti, che accadono in Italia nei quaranta giorni che precedono la strage del 12 dicembre. Ai primi di novembre la F.N.C.R.S.I., Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana – fascista “di sinistra” – distribuisce a Roma un volantino in cui si invitano i paracadutisti e gli ex-combattenti a “non farsi strumentalizzare per un colpo di stato reazionario”.

Il 10 novembre, in un discorso a Roma, il presidente del partito socialdemocratico Mario Tanassi rilancia con forza un tema molto caro al PSU: “O il centrosinistra pulito o lo scioglimento delle Camere“, con conseguenti elezioni anticipate. Cinque giorni dopo a Monza il colonnello comandante del distretto militare afferma pubblicamente, alla presenza del procuratore della Repubblica: “Stante l’attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l’esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del Paese: l’esercito l’unico baluardo ormai contro il disordine e l’anarchia”.

Nel corso dello sciopero generale nazionale per la casa del 19 novembre, la polizia attacca i lavoratori in via Larga a Milano e un agente, Antonio Annarumma rimane ucciso in uno scontro tra due automezzi della stessa polizia. Si diffonde la versione dell’assassinio, e non solo da parte di uomini politici e giornali di destra.

Lo stesso presidente della Repubblica, in un telegramma trasmesso ripetutamente alla radio e alla televisione per tutta la giornata del 19 e del 20 novembre, oltre ad anticipare una sentenza di “barbaro assassinio”, afferma: “Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare, e mettere in condizione di non nuocere, i delinquenti, il cui scopo è la distruzione della vita. e deve risvegliare non soltanto negli atti dello Stato e del governo, ma soprattutto nella coscienza dei cittadini, la solidarietà per coloro che difendono la legge e le comuni libertà”.

Il giudizio di Saragat piace molto al segretario nazionale del MSI, Giorgio Almirante, il quale gli fa eco sul Secolo d’ltalia: “L’assassinio dell’agente di P.S. a Milano ci indurrebbe a chiamare in causa il Signor Presidente della Repubblica se egli, nel suo telegramma, non avesse duramente qualificati “assassini” i responsabili. Ora occorre individuare e colpire i mandanti”.

Ma chi sono i responsabili, gli “assassini”, i “delinquenti”? Secondo la CISL: “L’intervento della polizia non legittimato da fatti obiettivi non favorisce l’ordinato svolgersi delle manifestazioni e come, per altro, l’insistenza provocatoria di gruppi estremisti – la cui provenienza diviene sempre più dubbia – provoca effetti negativi nell’azione dei lavoratori”.

Contro i gruppi estremisti si scagliano anche Gian Carlo Pajetta, che li definisce “massimalisti impotenti”, e l’Unità che commenta così gli incidenti di Milano nel suo articolo di fondo: “Mai come in questi giorni è apparso chiaro che l’avventurismo facilone, il velleitarismo pseudo-rivoluzionario. La sostituzione della frase rivoluzionaria allo sforzo paziente, sono sterili e si trasformano in un’occasione offerta alle manovre e alle provocazioni delle forze di destra”.

In questo crescendo di clima da caccia alle streghe si inserisce il giornale ufficiale del PSU, Partito Socialista Unitario, che però approfitta dell’occasione per allungare il tiro: “L’assassinio di Annarumma chiama in causa la responsabilità diretta dei comunisti e dei loro complici nel PSIUP, nel PSI, nella DC e nei sindacati”.

La notte dopo la morte di Annarumma, in due caserme di Pubblica Sicurezza a Milano scoppia una rivolta che, alimentata ad arte, vedrebbe gli uomini dei battaglioni mobili scatenati per la città a fare piazza pulita degli “estremisti delinquenti”. Il giorno dei funerali dell’agente il centro di Milano è teatro di gravi disordini provocati dai fascisti che partecipano al corteo funebre coi labari della Repubblica Sociale Italiana. I fascisti non sono i soli a seguire il feretro e a dar vita a episodi di isteria collettiva: sotto i portici di corso Vittorio Emanuele quel giorno è presente anche la borghesia milanese che si commuove e poi chiede “il sangue dei rossi”: signori distinti, bottegai arricchiti, pensionati nostalgici, donne impellicciate partecipano e fomentano i tentativi di linciaggio dei malcapitati che sembrano sospetti, che hanno “la faccia da comunista”.

Il repubblicano La Malfa e il socialdemocratico Tanassi lanciano un duro attacco contro i sindacati che stanno vivendo, sotto la spinta operaia, i giorni più caldi delle battaglie contrattuali, con quasi cinque milioni di lavoratori mobilitati. Nello stesso giorno, 21 novembre, un comunicato della Confindustria: “… il potere operaio tende a sostituirsi al Parlamento ed a stabilire un rapporto diretto con il potere esecutivo. Ciò crea un sovvertimento in tutto il sistema politico”. Sul settimanale Oggi il deputato della destra democristiana Guido Gonella lancia un appello alla “reazione del borghese timido contro i picchetti degli scioperanti”.

Da Londra il settimanale The Economist rivela l’esistenza di un documento “segreto solo a metà” in cui un gruppo di giovani industriali italiani proclama la necessità di un “governo forte”. Pietro Nenni, in una intervista al Corriere della Sera, traccia un paragone tra la situazione attuale e quella del 1922. Intanto è stato dato il via alla serie di arresti e condanne per reati di opinione: il primo a finire in carcere è Francesco Tolin, direttore di Potere Operaio.

Ai primi di dicembre, a rendere più precario l’equilibrio parlamentare, e come prima avvisaglia della dura campagna che sarà scatenata tra poco, compare sull’Osservatore Romano, organo del Vaticano, un attacco contro il voto favorevole espresso dalla Camera sul divorzio. In un paese della Lombardia, il sindaco-industriale spara contro il picchetto dei suoi operai in sciopero.

Il 7 dicembre i settimanali inglesi The Guardian e The Observer pubblicano il testo del dossier inviato dal capo dell’ufficio diplomatico del ministero degli Esteri di Atene all’ambasciatore greco a Roma. Contiene allegato il rapporto segreto sulle possibilità di un colpo di stato di destra in Italia, inviato dagli agenti dei servizi di spionaggio dei colonnelli. “Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali”, scrive The Observer, “sta tramando in Italia un colpo di stato militare, con l’incoraggiamento e l’appoggio del governo greco e del suo primo ministro, l’ex colonnello Giorgio Papadopulos” (Vedi testo integrale del dossier greco)

I profeti del 12 dicembre

Mancano pochi giorni allo scoppio delle bombe. Sabato 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, rilascia al settimanale Gente questa dichiarazione: “O il quadripartito o le elezioni anticipate”. La decisione di scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato che ne ha il potere previsto dalla Costituzione… e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del presidente Saragat il potere è ben affidato”.

Domenica 7 dicembre, in un discorso a Alessandria, Ferri ribadisce il leitmotiv socialdemocratico: “Quadripartito o elezioni anticipate” e fa un nuovo, esplicito richiamo al presidente Saragat. Due giorni dopo, in un’intervista a La Stampa di Torino, Ferri afferma che “non è aberrante” l’ipotesi di una collaborazione tra democristiani, socialdemocratici e liberali, nel caso si presenti la “drammatica necessità” di garantire la libertà come dopo la crisi del luglio ’60”.

Mercoledì 10 dicembre il settimanale tedesco Der Spiegel pubblica una dichiarazione del segretario del MSI, Almirante: organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile in Italia; nella lotta contro il comunismo tutti i mezzi sono giustificabili, per cui non ci deve essere più distinzione tra misure politiche e misure militari. Di fianco a Almirante, il dirigente confindustriale Ferruccio Gambarotti specifica ancora meglio: “Il sistema parlamentare non è fatto per gli italiani. Occorre una organizzazione sovrapartitica, una coalizione dai monarchici sino ai socialdemocratici con una fede mitica nell’ordine“.

Giovedì 11 dicembre: lo stesso “fiuto” dimostrato da Mauro Ferri (che ha parlato di “drammatica necessità di garantire la libertà” tre giorni prima delle bombe) lo dimostra anche il settimanale Epoca. Mancano ventiquattro ore alla strage di piazza Fontana e il giornale appare nelle edicole con una vistosa copertina tricolore. l.’articolo è di Pietro Zullino e conclude così: “…se la confusione diventasse drammatica, e se – nell’ipotesi di nuove elezioni – la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le Forze Armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana. Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia… Tuttavia il ristabilimento manu militari della legalità repubblicana, possibile nel giro di mezza giornata, potrebbe non essere sufficiente. La situazione generale è terribilmente intricata… Come si può garantire un minimo di stabilità al potere economico?… Questa Repubblica, così com’è, funziona ancora? La confusione che stiamo vivendo non sarà dovuta al fatto che le sue istituzioni sono ormai insufficienti e superate? Perché i costituenti crearono l’articolo 138. che prevede la possibilità di riformare la carta fondamentale della Repubblica? Chi ci impedisce di utilizzare l’articolo 138 per sorreggere i difetti ormai evidenti delle nostre istituzioni? Perché non possiamo imparare qualcosa dalle grandi democrazie dell’Occidente? Perché non ci poniamo seriamente il problema della Repubblica Presidenziale, l’unica capace di dare forza e stabilità al potere esecutivo? Vi sono giorni in cui la storia impone riflessioni di questo tipo. Forse questi giorni sono venuti. Questi giorni, forse, noi li stiamo già vivendo”.

N.B. Il giornalista Pietro Zullino è notoriamente legato a Italo De Feo, il vice presidente socialdemocratico della RAI-TV. Il settimanale Epoca già nel luglio 1964 era apparso con una vistosa copertina tricolore e la fotografia dell’allora presidente della repubblica Antonio Segni di fianco al titolo “L’Italia che lavora chiede al capo dello Stato un governo energico”.

 


La strategia della tensione non funzionò così com’era stata progettata, perchè la massa della popolazione rispose nel solo modo che conosceva e nel non prestarsi al gioco del fascismo: compatta, sempre presente, sempre schierata, con dignità, in difesa della democrazia.
Guardate queste foto e capirete.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

 

 

 

funerali_piazza_fontana_fotogramma

 

funerali 3

 

funerali duomo

 

 

(immagini dal web)

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...