Noi. 25 Aprile

25-aprile-1945-pavia-12

 


Postiamo questo brano scritto da Rosario Campanile, un bravissimo blogger che qui racconta un pezzo di tutti noi.
Noi, il 25 aprile, una data di tutti.
Ognuno con le sue speranze e le sue disillusioni, noi che non smettiamo di credere che la Resistenza non sia mai finita.

La Redazione di Essere Sinistra


 


La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo.

(Francesco de Gregori)

Le nostre facce sono piene di rughe.
Ciascuna ha una storia, un motivo, ognuna ricorda un momento, lo fissa per sempre sulla nostra pelle.
E una volta che si è fermata, non se ne va più.
Ormai, i più giovani tra di noi, quelli rimasti, hanno passato gli ottanta, e gli anni si fanno sentire tutti, ve lo giuro. La schiena che si ricurva, le ossa che si fanno farina, lo stomaco che ragiona per conto suo, i mille malanni quotidiani che affliggono l’esistenza, e che al momento stesso ci ricordano che siamo vivi.
Eppure c’è stato un tempo in cui i dolori si sopportavano con il sorriso, un’epoca nella quale scattavamo in piedi senza nemmeno pensarci, dove i nostri denti erano bianchi, gli occhi lanciavano fiamme.

Mi guardo allo specchio ogni mattina, provo a farmi la barba, anche se la mano trema, ci tengo a essere in ordine,
Mi lavo con cura, quando siedo a tavola, mangio tutto quello che ho nel piatto, godo del riposo sul divano, del tepore della stufa.
Che il freddo, la fame e lo sporco mi sono rimasti dentro per sempre, da quelle notti in montagna.
Quando si mangiava un pezzo di pane in tre, se c’era, quando intabarrati nei cappotti pesanti, dormivamo con un occhio aperto e le orecchie sveglie, nascosti nei cespugli, sempre con il moschetto vicino, che le squadracce e i togni potevano arrivare da un momento all’altro.
E il più vecchio di noi, aveva vent’anni.

E siamo noi a far bella la luna
con la nostra vita
coperta di stracci e di sassi di vetro. (Claudio Lolli)

Ci ho creduto sì che ci ho creduto.
Ho creduto di cambiare il mondo, ci credevamo tutti, anche se non sapevamo come sarebbe diventato, poi.
Non è che credessi più di tanto alla rivoluzione, ai dogmi leninisti, sì certo, ho letto “Che Fare“, ma più che altro per non far la figura del fesso in assemblea.
Però ci ho creduto, e a volte credo di crederci ancora.
Che il mondo non sia solo questo, che il lavoro non sia sempre alienante, che non basta il pane, servono anche le rose, ci credo ancora, a volte, a tratti, anche solo per brevi momenti, che si possa vivere lavorando meno, ma tutti, credo ancora che non serva per forza la macchina bella, o il vestito bello, per far bella la persona.
Che quello che i nostri padri hanno fatto in montagna potrebbe ancora generare frutti buoni da mangiare, e non minestre acide da ingoiare. Guardo i miei figli la mattina, li vedo crescere, affrontare la vita con il sorriso e lo sgomento, e mi ripeto che non è tutto qui, che non basta.
Me lo ripeto e lo dico anche a loro, che mi guardano, e non so mai se mi capiscono o fanno finta.
Mi viene voglia di prenderli per mano e portarli davanti ad un muro bianco, e con lo spray scriverci sopra , e poi passargli la bomboletta, e che scrivano loro, e fermare uno che passa, e farlo fare anche a lui.

Che il bianco è sempre troppo pulito.

“O cara moglie stasera ti prego, di’ a mio figlio che vada a dormire perché le cose che io ho da dire non sono cose che deve sentir.

(Ivan Della Mea)

Mi guardo le mani. Sono ancora forti, sono ancora in grado di stringere bulloni, di prendere le lastre d’acciaio, sono ancora capaci di usare le chiavi inglesi.
Guardo i piedi, sono dentro gli scarponi antinfortunistica, che la 626 è importante, si deve rispettare, e quella volta che mi è caduta la lastra, che mi sono sentito svenire dal male che mi ha fatto, e se non ce li avevo gli scarponi, il piede me lo rompevo.
Guardo il ritratto della Rosa, che se ne è andata due anni fa.
Che la mattina quando il turno di notte finiva, tornavo e la minestra era lì, un piatto sopra l’altro a tenerla tiepida, e mi mangiavo quella pasta al pomodoro che mi piaceva tanto, che dentro ci metteva pure il piccante.
Guardo l’abbonamento del tram e sopra ci ho ancora la foto che i capelli erano neri, l’avrò fatto a quarant’anni, questa, che mi prendevano per il culo che mi dicevano che somigliavo a Marlon Brando, e la Rosa mi diceva, no, te, sei più bello te.
Guardo la busta paga, è l’ultima che ho preso. L’ultima che prenderò, che mi hanno detto che non c’erano più commesse e la fabbrica chiude, ma noi lo sappiamo bene che quello là, il padrone, ha spostato tutto in America, che dice che da loro non fanno storie gli operai, e che si guadagna di più.
Lui.

E Io guardo la mia ultima busta che dice 1345 euro il mese. E la lettera di licenziamento
E la appoggio sul tavolo, mentre salgo sulla sedia, che non c’è mica bisogno di altre parole.
Mi metto la cravatta, io che l’ho messa solo al matrimonio.
Me la metto di corda.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, amici. (P.P. Pasolini)

Sí lo so dicono così. Se nasci in Sicilia, in un paesino piccolo, e sei povero, dicono così: o fai il mafioso o fai il poliziotto.
Minchiate. Io il poliziotto l’ho fatto perché mi piaceva, non mi scantavo di diventare mafioso, e nemmeno di restare povero.
Potevo fare pure il meccanico, che la passione per le motociclette da sempre la ebbi, ma quannu taliavo la divisa di mio cugino Tore, mi pigliava la smania di metterla pure io.
E allora ho fatto la domanda, che mio padre manco lo sapeva, e mia madre non voleva, e appena ho fatto gli anni che ci volevano per il concorso l’ho fatta.
E mi hanno accettato.
E mi hanno mandato a fare il corso di celerino, e mi piaceva assai, che mi insegnavano a sparare, a difendermi, a picchiare.
Perché mica solo alla Merica sanno fare i poliziotti, pure noi siamo bravi. E poi siamo una famiglia, i più anziani ti guardano se ci hai le palle, e poi ti insegnano, ti proteggono e ti portano pure a mangiare con loro, se gli stai simpatico.
E mi piaceva mettermi sulla strada schierato in formazione , o allo stadio quanno quei cornuti ci insultavano e si picchiavano con gli altri cornuti di colore diverso, e noi picchiavamo tutti.
Poi tornavamo in caserma e ci raccontavamo quanti ne avevamo picchiati.
E pure a Genova era così, quanno per la strada quelli tutti neri sfondavano le vetrine e noi fremevamo perché gliela volevamo fare passare noi la voglia, e ci dicevano aspettate, e poi ancora, e poi ancora.
E poi la sera tardi siamo entrati in quella scuola, e finì a schifio.
Stavo picchiando col manganello e tiravo calci, e vedevo il sangue uscire, e i denti rompersi e le ossa che si spezzavano, e poi un altro, e un altro ancora, e ci gridavamo tra di noi, che non li facevamo uscire vivi da quella scuola, quei terroristi di merda.
E poi mi è venuta in mente quella scena, di quella bomba, di quella macchina che salta, e il giudice e la moglie dentro, e quelli della scorta pure loro saltano, e la moglie di uno che parla ai mafiosi e gli dice di arrendersi.
E che il giorno dopo, per la via, per la piazza, i ragazzi c’erano.
E somigliavano assai a quelli che stavo picchiando.

Quando ho testimoniato, mi hanno detto infame, mi hanno detto che me la facevano pagare. Non li sentivo, sentivo solo nostalgia. Di quel nicareddu che voleva la divisa.

L’Anniversario della liberazione d’Italia (anche chiamato Festa della Liberazione, anniversario della Resistenza o semplicemente 25 aprile) viene festeggiato in Italia il 25 aprile di ogni anno e rappresenta un giorno fondamentale per la storia d’Italia: la fine dell’occupazione nazista ed il termine del ventennio fascista, avvenuta il 25 aprile 1945, al termine della seconda guerra mondiale.
( Wikipedia )

Sono nata domani.
Mi hanno chiamata Italia. Perché dicono che l’Italia di oggi è nata il 25 aprile di tanti anni fa, e quindi porta bene.
Non ho ancora visto la luce, sono qui, che aspetto di uscire, e mi sa che lì fuori è un gran casino, da quello che sento dire dalla mia mamma.
Dice che non c’è lavoro, che non c’è speranza, che i politici sono marci, che si respira aria brutta, che la vita è sempre più dura.
Mi verrebbe da chiederle perché mi farà nascere allora.
Ma poi, ogni tanto sento una parola che mi piace, che significa che le cose si fanno assieme, si vivono assieme, si ridono assieme, si piangono assieme.
E capisco. Hanno bisogno di me.
Per dire NOI.

 

Rosario CAMPANILE

 

 

(immagine dal web)

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