La Mafia e lo Stato non dovrebbero mai trattare. A quel punto vince la Mafia

Il-Padrino-Parte-II-Al-Pacino

Ingiustizia e violenza degli stati e dei briganti.
4. Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l’aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell’ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell’impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: “La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta”.

Augustinus Hipponiensis
De Civitate Dei contra paganos libri XXII Liber IV
Latrocinia sunt regna et piratarum infestatio.

di Massimo RIBAUDO

Quelle che scriverò di seguito sono mie opinioni personali. E quindi non voglio coinvolgere in esse, in alcun modo, la redazione di Essere Sinistra.
Corrado Augias, presentando il libro di Alberto Vannucci “L’atlante della corruzione”, affermò di “sentirsi cittadino di un paese inferiore“. Facile accusarlo di elitarismo, di antiitalianità, di intellettualismo.
Ed invece, ha ragione. Se si guarda la realtà, e non le proprie idee o solo la propria condizione individuale – che , magari, per pura fortuna, non ci ha mai fatto entrare in contatto personale col fenomeno delle mafie (le scrivo al plurale) – noi italiani, visto il livello di corruzione, di totale sfiducia nelle istituzioni pubbliche (che non siano la Presidenza della Repubblica, il Monarca che non governa degli inglesi), di guadagni e risorse sottratte ogni anno al controllo statale, siamo un paese non moderno. Un centauro incatenato che vive con le zampe nella “montagna di merda” mafiosa – con più corruzione del Ghana o del Botswana – e con la testa nel G8 dei paesi industrializzati.

Io non amo definire la mafia “una montagna di merda”. Ma solo perché la definizione rischia di rivelare – e lo fa – la sua radice profondamente cattolica, dove il denaro, come ben sapete, è lo “sterco del demonio”. Poi, con quello, si costruiscono gli stand del Vaticano ad Expo, ma questa contraddizione la vede solo il miscredente. Non capisce.

Io, giuro, e lo direi anche a Bergoglio se avessi velleità di parlargli come fa Eugenio Scalfari (spero sempre di non invecchiare come lui), non capisco.

Quella “merda”, prodotta da camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra, coltiva molti campi. Ora devo scrivere di “piante avvelenate”, altrimenti potrei sembrare politicamente non corretto. Ma sono lo stesse piante da cui coglie i frutti chi chiede ad un politico di trovare il posto di lavoro ad un figlio. Di chi riceve orologi d’oro senza chiedersi il perché. Io, purtroppo, mi faccio sempre la stessa domanda che si faceva Marco Travaglio ne “l’odore dei soldi“. Da dove arrivano?

C’è un modo legale, che io ritengo corretto di ottenere dei soldi. Il proprio lavoro, la propria capacità di realizzare beni ed utilità – da vendere nei mercati – per i quali viene corrisposto quello che io continuo a definire “il giusto salario“. E mentre scrivo questo, dopo il Jobs Act, sento dentro di me il destino di Don Quijote, che parlava di cavalleria ad un mondo ormai mercantile. Di servi e bottegai. Dove tutto era in vendita, anche i titoli nobiliari.

La realtà è un po’ diversa, infatti. Ce la insegna Maurizio Lupi, i rettori di varie università italiane, i domini di molti studi professionali. Ce lo raccontano le statistiche. Se non hai “amici”, o provieni da famiglie “importanti”, difficilmente troverai un lavoro. Come nei secoli passati, dove nacque la mafia.

Come le massonerie, i club importanti sono le mafie di chi ha studiato, dove si ottengono posti di rilievo (e denaro) per un :”complimenti per il tuo articolo di ieri…”, o perché ridi ad una battuta stupida di Gianni Agnelli (non credo siano capacità professionali), così la Mafia organizza la società per dare lavoro a chi vuole essere schiavo pur di ottenerlo. A chi abbassa la testa. A chi riconosce il potere del Capo, e dei principi organizzativi su cui essa si fonda. La differenza? Nel primo caso ci si muove nel campo dell’amoralità, nel secondo dell’illegalità. Ma sappiamo che sconfinare nell’illegale, per l’insensibile a principi morali – etici, di condivisione dell’essere umani -, è un battito di ciglia.

Per questo fu aiutata in Sicilia dagli stessi americani. In funzione antisindacale, antisocialista, anticomunista. Anti-Stato. Le masse devono piegare il capo: e grazie a questo avranno lavoro, autorità, privilegi, vizi da bettola, come i nobili ed i ben nati li hanno da Waldorf Astoria.

A cosa serve lo Stato democratico? A cosa serve il welfare? A cosa è servita la Resistenza e quel 25 Aprile che abbiamo festeggiato?

A far diventare il figlio dell’operaio dottore, come è scritto molto bene qui.
E questo il potere non può sopportarlo. Meglio che il reddito di cittadinanza te lo dia la Camorra, no?

Come scrive Ivana Fabris: “Nel 1992, intanto, con Tangentopoli quel sistema di potere democristiano che conoscevamo, a cui erano subentrati in compartecipazione i socialisti di Craxi, ebbe il suo epilogo. A quel punto nulla più era ordinato, il moderatismo non era più garantito, ma soprattutto non esisteva più il referente con cui la criminalità organizzata faceva affari in cambio del controllo dei territori e del mantenimento di grandi serbatoi di voti a cui attingere. In aggiunta a questo la magistratura lavorava alacremente per fermare il progetto eversivo della criminalità organizzata. Ed è stato proprio questo il punto nodale, secondo il mio modo di vedere: il vuoto politico, la necessità di ottenere quelle misure atte a permettere a grandi criminali mafiosi di assicurarsi ancora un posto sicuro all’ombra delle Istituzioni, la fase di riassestamento della sinistra italiana, la paura delle Istituzioni stesse di non riuscire a controllare l’eversione organizzata dalla Mafia. Ed è ancora nel 1992 che vennero assassinati i magistrati Falcone e Borsellino a cui seguirono, per tutto il 1993, una serie di stragi che tolsero la vita a numerosi cittadini italiani innocenti.
Nel corso delle indagini che seguirono, sull’ipotesi di trattativa Stato-Mafia, emerse che già all’inizio del 1994 la Mafia era disposta ad abbandonare i propri progetti eversivi e le stragi, per appoggiare il nuovo partito emergente guidato da Silvio Berlusconi”.

Non c’è molto da aggiungere. Capite bene che lo Stato non può fare alcun patto con la Mafia. Realizza esattamente quello che vuole Bernardo Provenzano e che Andrea Camilleri ha sapientemente spiegato nel suo libro “Voi non sapete“.
Provenzano ha conservato della mafia lo spirito, ma la sua è un’organizzazione che lavora sott’acqua dove continuano ad avere efficacia le intimidazioni, gli attentati per riscuotere il pizzo e, se proprio è inevitabile, con un razionale calcolo dei vantaggi e dei danni, gli omicidi se quando chi si astuta (spegne, uccide) è troppo pericoloso per rimanere in vita.
Ma il tutto deve avvenire sempre sotto traccia, senza clamore, senza dare troppo fastidio di modo che s’impari a convivere con la mafia, che tutti sanno non esistere, e che al più è un fastidio da sopportare in cambio di quella protezione che lo Stato non dà.
Questo agire discretamente darà modo agli spiriti caritatevoli, opportunamente stimolati, di proporre l’abrogazione dell’ergastolo e dell’articolo 41 bis del codice penale, il carcere duro, di cercare di eliminare quella mina vagante che sono gli infami, i pentiti e rendere illegale la confisca dei beni mafiosi
“.

Un’economista americano, Samuel Edward Konkin III, della corrente libertaria – anarcocapitalisti che si augurano la scomparsa dello Stato e delle sue regole che limitano il libero sviluppo individuale della persona – ha messo in guardia tutti i suoi colleghi. Con la scomparsa delle istituzioni pubbliche, inevitabile – vista la guerra mediatica globale che il capitalismo e i suoi intellettuali affrontano ogni giorno contro i principi del diritto, la democrazia, la Magistratura e le norme costituzionali – l’economia non sarà quel luogo di libero scambio che loro si immaginano. Vincerà il mercato nero: l’economia delle mafie, la counter-economics dei bulli, dei più forti, dei più scaltri. Dei predatori.
Organizzati, magari, da un capace e rapace Vladimir Putin.

Quindi, o il Santo Padre comincia a diventare difensore dello Stato Italiano, della sua Costituzione, e dell’Unione Europea, oppure sta blaterando parole al vento.

Perché, lo dico a conclusione, il popolo salva Barabba. E il Signore protegge Caino.
Ma sono solo fantasie, come il codice penale italiano, a giudizio di chi ritiene sia giusto trattare con la Mafia.

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