Italia, ricorda

italiaricorda

di Claudia BALDINI

L’Italia dopo la prima guerra mondiale era nel caos, e anche la politica era andata in frantumi. Giolitti non era stato in grado di opporsi alla guerra – si, l’avevamo vinta, dicevano -, ma a quale spaventoso prezzo? – e ora i partiti italiani erano diventati ingovernabili persino per lui: la crescita del partito socialista e l’entrata della Chiesa in politica col partito popolare di don Sturzo avevano relegato i partiti liberali ad una parte politica sempre più piccola. Questo era un processo normale, secondo me, intanto la novità del suffragio universale maschile preludeva a partiti di massa, a quelli che potevano smuovere milioni di persone con la loro propaganda, e anche senza la guerra questo cambiamento si sarebbe realizzato probabilmente in modo civile.

Invece la prima guerra mondiale mise in crisi l’economia, fece vivere una terribile esperienza in trincea agli uomini, e fece fare una terribile figura alla democrazia italiana che non era stata in grado né di tenersi fuori dalla guerra (nonostante il parlamento fosse neutrale) né di vincerla in maniera decisiva.

La scalata di Mussolini avvenne quindi in questo contesto, in cui non c’era più nessuna fiducia nel governo democratico, c’era paura di una rivoluzione socialista, c’era miseria e scontento per la guerra.

Mussolini si presentò come la possibile soluzione di tutti questi problemi, come l’uomo che poteva riportare l’ordine e l’efficienza, risolvere la crisi, in uno slogan moderno: uscire dalla palude.

Il suo partito cambiò continuamente programma, passando dall’essere rivoluzionario e populista (chiedendo ad esempio la repubblica e la punizione di coloro che si erano arricchiti durante la guerra), nell’iniziale manifesto di San Sepolcro, al proteggere gli interessi dei ricchi, della monarchia e della Chiesa dopo aver preso il potere.


Quando i socialisti crearono timori d’insurrezione nel paese nel corso del “biennio rosso”,  1919-1920 – con scioperi e proteste, i fascisti gli si opposero sostituendoli al lavoro e attaccando le sedi del partito e le cooperative. Le squadracce fasciste erano violente e fatte di uomini quasi sempre rozzi e ignoranti, ma non bisogna dimenticare che anche i socialisti erano stati violenti, e le loro continue proteste paralizzavano l’economia e la politica senza giungere a niente, visto che la divisione eterna tra rivoluzionari e riformisti rendeva impossibile imboccare in maniera definitiva o la strada della rivoluzione, o la collaborazione al governo.

Non è quindi un caso che le violenze fasciste non apparissero poi così pericolose, in effetti fecero in diversi anni un centinaio di morti durante le elezioni del 1920 e qualche altra decina negli altri periodi, e questo accadeva in un’epoca in cui si era più abituati alla violenza, anche di natura politica, rispetto ad oggi. La marcia su Roma fu l’atto finale di questa scalata, nonostante tutto fu compiuta quando i giochi non erano ancora fatti visto che fino all’ultimo il re avrebbe potuto decidere di dichiarare lo stato d’assedio e far attaccare le camice nere dall’esercito. Non accadde perché Facta, allora presidente del consiglio, era un uomo debole e di poco peso politico, e riuscì solo a fatica a convincere il re a firmare lo stato d’assedio, ma il giorno dopo forse Vittorio Emanuele ci aveva ripensato da solo, o forse ne aveva parlato con la regina madre Margherita (grande ammiratrice di Mussolini) o con qualcun altro che gli aveva fatto cambiare idea, e così si rifiutò di firmare e diede la carica di presidente del consiglio a Mussolini, che così conquistò più o meno democraticamente il potere. Vedete bene come la totale assenza di contrappesi forti agevoli le avventure tipo fascista o comunque dell’Uomo solo al comando.

Questa è dunque in breve la storia dell’ascesa di Mussolini, e si può già capire come si possano certo trovare alcune somiglianze con la cronaca politica attuale , dove essenzialmente l’antipolitica – quella espressa dalla classa dirigente precedente – ha portato Renzi a recitare il ruolo di Salvatore della Patria. E notate che il consenso massivo l’ha avuto non dai vituperati giovani che hanno cercato un voto più di protesta, ma dai ‘vecchietti’ over 55 che in fondo la storia dovrebbero conoscerla: e molti di loro sono scesi in piazza fino a ieri, contro le leggi truffa e per i diritti di tutti – specialmente per il lavoro.

Ma vediamo anche tecnicamente lo strumento che consente di giungere all’ Uomo solo al comando.

Con la fine della Prima guerra mondiale la legge del 1919 estese il diritto di voto a tutti i cittadini maschi maggiori di 21 anni senza distinzione, e a quelli che, pur non avendo l’età stabilita, avessero prestato servizio militare durante la guerra. Ma l’elemento più importante fu l’introduzione del sistema proporzionale per l’elezione dei deputati (cosa che comportò la definizione dei nuovi collegi elettorali); il cambiamento radicale delle “regole del gioco” appariva come la risposta alle insofferenze politiche ormai evidenti. Infatti, se da una parte in Italia era particolarmente sentita l’esigenza di avere un Parlamento che fosse la fotografia del Paese (idea peraltro sostenuta non solo con il passaggio alla Repubblica, ma anche oggi da alcuni schieramenti politici), dall’altra si sperava che il nuovo sistema, garantendo una maggiore rappresentanza, avrebbe risposto alle richieste di cambiamento, portando le nuove istanze all’interno del Parlamento ed evitando situazioni non gestibili dalle istituzioni.

Alla Camera, eletta nel 1919 ,sedevano i rappresentanti di undici partiti (dai 156 del Partito Socialista Italiano all’unico deputato del Partito Socialista Indipendente) e due anni dopo, con le nuove votazioni, il numero era salito a quattordici e nessuno raggiungeva il 25%.

Con l’avvento del fascismo, nel 1923 la Legge Acerbo introdusse due modifiche sostanziali: un esagerato premio di maggioranza (prevedeva infatti che con il 25% dei voti si aveva accesso ai 2/3 degli scranni parlamentari) e il conteggio su collegio unico nazionale. Il sistema applicato era misto (il maggioritario plurinominale per il collegio unico nazionale attribuiva, dunque, 356 deputati su 535; i restanti 179 erano assegnati sulla base della legge del 1919, cioè con il sistema proporzionale).

Il 30 maggio del 1924 il deputato Giacomo Matteotti denunciò gli abusi, le violenze e i brogli perpetuati dai fascisti per condizionare il risultato elettorale. Ciò che accadde successivamente è tristemente noto.

Ma andiamo oltre. Superiamo le atrocità della guerra ed il 25 Aprile.

Alle prime votazioni dell’Italia libera, nel 1946 parteciparono anche le donne e le votazioni si svolsero utilizzando il sistema proporzionale.

La Camera della prima legislatura vide l’avvicendarsi di tre governi guidati da De Gasperi che decise di coinvolgere i partiti moderati a fianco della Democrazia Cristiana; nonostante la maggioranza fosse forte dal punto di vista numerico, la sua instabilità era evidente e la soluzione a cui si pensò fu un correttivo della legge elettorale. Nel 1953, dunque, fu approvata quella che l’opposizione definì la “legge truffa” (definizione con cui passò alla storia): il partito o la coalizione che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti avrebbe ottenuto il 65% degli scranni parlamentari. L’opposizione protestò fortemente: il ricordo della Legge Acerbo e delle sue conseguenze politiche era ancora vivo e il “premio di maggioranza” evocava il timore che la nuova legge fosse l’anticamera di un nuovo regime. La discussione all’interno delle aule parlamentari fu lunga e tumultuosa; alla Camera si protrasse dall’inizio di dicembre 1952 al 21 gennaio 1953 (con pochissime interruzioni, nonostante il periodo natalizio). Ad approvazione già avviata, De Gasperi comunicò che il governo aveva deciso di porre la questione di fiducia sulla parte non ancora esaminata, procedura che venne fortemente contestata. Le dichiarazioni di voto iniziarono il 18 gennaio e si conclusero tre giorni dopo, mentre dentro e fuori Montecitorio la protesta aumentava, quando alle 7 e 45 del 21 gennaio si aprì la votazione.

E da qui in poi, Renzi ha studiato bene. L’opposizione lasciò l’aula e la legge passò al Senato dove si votò, ancora una volta, con la questione di fiducia posta. Il Presidente della Repubblica firmò la riforma elettorale e sciolse le Camere.

I risultati elettorali, però, non furono quelli previsti dalla maggioranza che non ottenne il “premio” per cui aveva tanto alzato i toni dello scontro con le opposizioni: lo schieramento guidato dalla DC ottenne il 49,8% dei voti, pochi in meno dei necessari per realizzare lo scenario previsto dalla legge. Aveva perso elettori, mentre le opposizioni (a sinistra, ma anche a destra) avevano aumentato il loro elettorato. L’incarico di formare il nuovo governo venne affidato ancora a De Gasperi, che fallì nel tentativo di formare un monocolore democristiano; il secondo mandato venne affidato a Giuseppe Pella. La “legge truffa” venne abrogata nel 1954.

Quindi, se si mette il ballottaggio e chiunque vinca al di là della % si aggiudica la maggioranza dei seggi , hoplà la truffa è fatta meglio. E contrabbandare il proprio carrierismo con “il coraggio e la palude” (sembra il titolo di una telenovela sudamericana) ci vuole una bella faccia de tola e tanti pecoronì ignoranti.
Se i deputati del Pd si assumono questa responsabilità i casi sono due: ci conducono ad un nuovo ventennio, e poi allo sfascio, oppure direttamente allo sfascio.
A seguire dei duci non c’è scelta. E bisogna imparare a riconoscere i segni fascisti al di là degli stereotipi in ogni situazione e contesto politico.
In bocca al lupo, Italia!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...