Italicum e dintorni

uomochecade

di Michele CASALUCCI

Italicum, il nome potrebbe facilmente evocare quello di un amaro indigeribile. Invece è ormai una legge, una legge dello stato che stravolge un assetto costituzionale democratico e fondato sul bilanciamento dei poteri e sulla libera – diretta ed uguale, come vorrebbe la Costituzione – espressione del voto popolare.

“Abbiamo” una legge che è profondamente antidemocratica e, come ho scritto e come altri, con argomentazioni certo più ponderate ed autorevoli delle mie hanno affermato, costituisce un pericoloso “vulnus” alle istituzioni ed all’assetto democratico del nostro paese.

L’approvazione di questa legge mi pare l’atto conclusivo, il compimento di un disegno pericoloso e scientemente perseguito da Renzi e dai suoi “followers” (che di tali si tratta), cominciato all’indomani della conquista, realizzata su basi demagogiche e parolaie, oltre che sulla inconsistenza e sulla debolezza dei suoi avversari, della direzione del PD.

A quella soluzione si era arrivati dopo un progressivo logoramento di scelte politiche e di uomini, la cui iniziativa si era arenata sulle difficoltà di affrontare in termini propositivi ed originali, le contraddizioni che emergevano da tempo.

Queste contraddizioni facevano perno su una questione fondamentale che è a mio parere costituita dalla sempre più evidente contraddizione tra le regole di uno stato democratico e la sua Costituzione avente per principio fondamentale il lavoro e l’estensione dei diritti ai suoi cittadini, da un lato, e dall’altro le regole imposte con i trattati europei che mettono al primo posto il pareggio di bilancio, da realizzare con le norme capestro dell’austerità (norme dettate dalle oligarchie del capitale finanziario dominante), e della riduzione drastica degli spazi di gestione democratica da parte dei singoli paesi.

Questa contraddizione si è trascinata sin dalla svolta determinatasi a livello dei trattati europei intorno al giro del secolo attuale; si è trascinata sotterraneamente senza trovare soluzione nelle ipotesi di mediazione di volta in volta raggiunti da parte del governo nazionale e con formali pratiche di rinvio, ma che in sostanza scivolavano, in modo preoccupante, progressivamente verso una cessione di sovranità a favore dei poteri più forti e dei paesi detentori di maggiore forza e peso economico e politico (leggasi Germania).

Con l’arrivo di Renzi, affabile e modernista gestore della comunicazione di massa, ma soprattutto abile “conduttore” verso strategie finali dissolutive dello stato nazionale e delle sue prerogative democratiche, il processo, prima sotteso e sottilmente strisciante, ha assunto la dimensione di un processo decisionale definitivamente orientato a favore dei poteri forti e degli espliciti interessi del capitale, non più, nemmeno formalmente, ancorato agli elementi della “tradizione” socialista e di sinistra.

Prima lo “Sblocca Italia”, una legge che, prendendo spunto dai ritardi e dagli sprechi accumulatisi nel corso degli anni circa l’utilizzo di significative risorse finanziarie, falsamente celandosi dietro una lotta contro la burocrazia ed utilizzando ad arte le infiltrazioni del malaffare, mette nelle mani dell’esecutivo la possibilità di gestire quelle risorse, espropria i diritti delle autonomie locali e delle regioni, priva i cittadini del diritto di intervenire sulle questioni del territorio e dell’ambiente, si piega ai gruppi monopolistici del cemento e del petrolio, lascia spazio ad interventi lesivi della salute e dell’ambiente.

Poi con il Jobs Act, un duro e decisivo attacco ai diritti del lavoro e dei lavoratori, l’affossamento di conquiste importanti sul terreno delle tutele giuridiche e della dignità del lavoro. Un intervento giustificato (da parte di Renzi), con la necessità di dare a tutti gli stessi diritti e che invece indebolisce duramente chi ha già un lavoro, senza garantire un futuro ai disoccupati, ai precari, a tutte quelle variopinte forme del lavoro dipendente che sono state “inventate” nel corso di questi anni da parte del padronato al fine di rendere la prestazione lavorativa succube delle loro logiche. A distanza di poco tempo già se ne intravvedono i risultati: l’occupazione non aumenta, i giovani continuano a non trovare lavoro, mentre le norme emanate vengono per lo più utilizzate per sfruttare i benefici fiscali a favore del capitale e contro i lavoratori e le loro condizioni contrattuali.

E’ alla fine di questo percorso, passato in parlamento senza una adeguata contrapposizione ed una necessaria azione di contrasto, che si giunge a questo atto, quello della cosiddetta riforma parlamentare, la quale affida ad un esecutivo che potrebbe essere eletto con una minoranza di voti e di votanti, la “legittimità” non di governare, bensì di comandare.  Dirigere in modo autocratico l’intero meccanismo statale.

Anche perché, in contemporanea si attua una riforma del Senato, sostanzialmente privo di ogni potere e spazi di intervento.

Il premier diventa il comandante, le cui attribuzioni e funzioni oltrepassano finanche le prerogative assegnate dalla costituzione al Presidente della Repubblica e ne fanno il “capo” indiscusso del paese.

Nessuna legislazione nazionale europea o “occidentale” contiene norme di così basso profilo democratico; in Italia, è stato detto e scritto, i precedenti vanno individuati nella legge Acerbo del 1924 (quella che permise a Mussolini di prendere il potere), e nella “Legge Truffa” del 1953 (contrastata in ben altro modo dai parlamentari della sinistra e dal voto popolare).
Senza parlare del “Porcellum” dichiarato incostituzionale, come sappiamo.

Questo è l’ultimo e più grave atto che viene oggi compiuto. Ma la “marcia trionfale” di Renzi, fedele esecutore delle strategie dettate dalle oligarchie del capitale finanziario non si ferma qui.

A cascata derivano la legge sulla “Buona Scuola” (sic !), che determinano lo scompaginamento della struttura formativa dell’istituto scolastico e la sua trasformazione in senso aziendale, strutturato con un preside/dirigente, degli alunni e del corpo docente pungolati verso livelli di pericolosa competizione tra loro, con educatori scelti per chiamata nominativa.
La logica conseguenza di queste scelte sarà la pratica distruzione della scuola pubblica, non tanto e non solo perché i singoli istituti dovranno cercare fonti di finanziamento privati, ma soprattutto per il tipo di logiche che in tal modo saranno introdotte all’interno della istituzione scolastica, favorendo una scuola di classe, tragicamente priva di ogni contenuto culturale.

Così anche per la sanità che, oltre ad essere oggetto di costanti e ripetuti tagli della spesa pubblica, vede tragicamente e progressivamente registrare un progressivo peggioramento delle strutture e dei servizi. Di ciò, purtroppo, si accorgono solo i cittadini quando sono costretti a farvi ricorso per inderogabili e drammatiche necessità, verificando sulla loro pelle le conseguenze di tagli inverecondi al personale, ai posti letto, alle condizioni generali di assistenza.

E non citiamo minimamente questioni come l’ambiente, la casa, l’università, la cultura, i trasporti e tanti altri settori ancora, che sono diventati ormai argomenti marginali e secondari rispetto all’agenda di governo, nonostante le precarietà della loro situazione.

Rispetto a questo scenario e alle sue pericolose involuzioni è indispensabile far appello a tutte quelle forze disgregate e disperse, ai movimenti, alle associazioni, ai gruppi, persino agli individui dispersi in una frantumata galassia, che, sospinti da una volontà e da interessi sinceramente democratici, si riorganizzino e si unifichino per dare battaglia a questa strategia dominante.

Riprendo le parole del partigiano Buby (Massimo Ottolenghi): “Solo l’azione che nasce spontanea dall’indignazione muove la storia!”.

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