I lavori delle donne nella storia del ‘900 italiano (I parte)

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Un’interessantissima analisi storica della condizione lavorativa delle donne dal ‘900 agli anni ’70.
Si suddivide in tre parti, qui la prima.

La Redazione di ESSERE SINISTRA

 


 

Durante il xx secolo il lavoro è stato investito da enormi cambiamenti sia per i contenuti oggettivi che per le componenti della forza lavoro, sia per le funzioni sociali che per i tempi e i luoghi di svolgimento delle attività.
D’altra parte c’è una costante ed intrinseca connotazione di genere che caratterizza il lavoro in tutti i suoi ambiti.
Infatti, lavoro maschile e lavoro femminile sono assimilabili solo in minima parte, mentre si differenziano sotto molteplici aspetti; la divisione sessuale dei ruoli, il minore riconoscimento sociale del lavoro femminile, il diverso coinvolgimento dei due sessi nelle sfera del lavoro familiare e delle attività produttive, le scelte, gli orientamenti e i comportamenti soggettivi sono alcune delle principali differenze di genere che hanno accompagnato il lavoro durante il xx secolo e che hanno attraversato in modo trasversale altre differenze, come quelle di classe, e i vari processi di crisi e di ristrutturazione.

La definizione ‘i lavori delle donne’ sta ad indicare una delle principali peculiarità dell’occupazione femminile, ossia la sua pluralità e multiformità di aspetti. Lavoro pagato e non pagato, lavoro familiare e di cura, lavoro produttivo e di fabbrica, lavoro per l’autoconsumo nelle attività agricole, lavoro professionale, lavoro a domicilio, lavoro precario, lavoro di servizio, lavoro marginale; queste ed altre sono le tipologie nonchè le categorie esplicative dei lavori svolti dalle donne nel xx secolo.
Quindi ‘lavori’ e non semplicemente ‘lavoro’, perchè le donne hanno da sempre svolto una pluralità di mansioni, non solo una accanto all’altra o una dopo l’altra ma spesso contemporaneamente e combinandole sistematicamente tra loro, dando prova di grande flessibilità ed adattabilità, ma subendo come conseguenza un sovraccarico di lavoro da un punto di vista materiale e psicologico e la mancata ‘specializzazione’ nelle attività più riconosciute socialmente ed economicamente.
Pertanto, leggendo la storia dei lavori femminili si deve sempre tenere conto del lavoro svolto complessivamente dalle donne in vari ambiti e nell’assunzione dei diversi ruoli e nello stesso tempo considerarne le permanenze e i mutamenti, i progressi e i regressi, le conquiste sociali ed economiche e le pesanti sconfitte.

I cambiamenti storici del lavoro nel xx secolo hanno avuto ricadute differenti sulle donne e sugli uomini sia in termini organizzativi che di utilizzo della forza lavoro.
L’organizzazione del lavoro agricolo, la sua crisi, la rivoluzione industriale, le ristrutturazioni, la nascita delle società dei servizi sono alcuni dei principali mutamenti economici che hanno pesantemente influenzato il lavoro umano ma anche le condizioni di vita complessive delle donne. Le donne ne sono state investite in pieno e davanti ad ogni fase storica hanno dovuto riadattare non solo modalità produttive ma anche strategie di gestione familiare, di rapporti sociali, domestici e personali, persino di controllo del proprio corpo e della propria sessualità

LAVORO AGRICOLO (dall’inizio del ‘900 agli anni ’60)

Struttura familiare, tipologia di produzione agricola e divisione sessuale dei ruoli sono intrinsecamente legati. In particolare la posizione sociale e lavorativa della donna, nella produzione agricola, artigianale e preindustriale, è fortemente condizionata dalla famiglia. (Chiara Saraceno, Sociologia della famiglia.)
‘ Appartenenza familiare e attività lavorativa coincidevano. Poichè la famiglia era l’unità produttiva principale, la divisione del lavoro era innanzitutto una divisione del lavoro entro la famiglia e la stessa gerarchia sociale era una gerarchie tra famiglie diversamente collocate rispetto al lavoro.
In generale la struttura della famiglia contadina tende a corrispondere alle esigenze della produzione agricola, da cui derivano in larga misura le stesse differenze di struttura familiare nei diversi ceti agricoli: proprietari, affittuari, mezzadri e braccianti.’
Solitamente, quando il rapporto di lavoro è di tipo individuale come nel bracciantato si ha la nuclearizzazione della famiglia (la coppia coniugale dopo le nozze sceglie una residenza di tipo noelocale separata dalla famiglia di origine). Infatti, il bracciantato, diffuso soprattutto all’inizio del ‘900 con la nascita delle prime grandi aziende agricole (ad esempio, nella Valle Padana), è configurabile come una sorta di proletariato agricolo, che non ha un rapporto stabile con la terra, ma mediato solo dal denaro per mezzo di contratti di tipo stagionale, e i cui esponenti, sia uomini che donne, non hanno pertanto la necessità di vivere all’interno di famiglie di proprietari terrieri,
L’assenza di proprietà terriera è il presupposto di legami familiari più leggeri; per le donne questo significa la possibilità di svolgere una serie di attività esterne alla casa, ma in modo marginale, in quanto si tratta solo di lavoro stagionale o sommerso in una situazione di minore stabilità di coinvolgimento femminile nel lavoro agricolo.
Ben diversa è la posizione della donna all’interno delle famiglie estese o multiple (ossia formate da più unità coniugali), che caratterizzano soprattutto la categoria dei piccoli proprietari terrieri e dei mezzadri, cosiddetti perchè dividono ‘a mezzo’ con il padrone frutti e fatiche del lavoro e il poco patrimonio con figli e nipoti secondo una trasmissione ereditaria di tipo patriarcale.
(da Lucetta Scaraffia ­ ‘La famiglia italiana dall’ 800 ad oggi)
‘Un tratto comune delle famiglie contadine tradizionali, soprattutto nel caso dell’azienda agricola, era la separazione/complementarità dei compiti maschili e femminili; se da una parte era necessaria la presenza di entrambi i generi per garantire la sopravvivenza della comunità, dall’altra l’equilibrio interno della famiglia come unità produttiva era il fattore che determinava più degli altri la divisione sessuale dei compiti’.
Alle donne vengono assegnati i lavori relativi allo spazio domestico e quelli che si basano su tecnologie più arcaiche e sull’uso prevalente dell’energia umana, il che determina una minore professionalizzazione del lavoro agricolo femminile, di cui un’altra caratteristica è la polivalenza delle funzioni, al contrario dell’univocità dei compiti maschili, che presuppone un riconoscimento di capacità professionali specifiche.
In generale famiglie della società contadina o preindustriale sono classificabili come famiglie produttive, in quanto vi prevalgono le attività di produzione di beni per l’autoconsumo o destinati all’economia esterna.
Da tali attività, gran parte delle quali svolte dalle donne, i compiti familiari e di cura non risultano scissi nè fisicamente nè nell’organizzazione quotidiana del tempo; si differenziano i ruoli e le responsabilità tra i sessi, ma il complesso di compiti produttivi e riproduttivi sono interscambiabili e sovrapponibili.

LAVORO INDUSTRIALE – ORIGINI

(da E. J. Hobsbawm, ‘Gente non comune’)
‘I processi dell’industrializzazione tendono ad accentuare la divisione del lavoro per genere tra le occupazioni domestiche non retribuite e le altre retribuite.
Nell’economia contadina attività domestica e lavoro vero e proprio avvenivano quasi sempre nel contesto di un’unità produttiva unica ed integrata; ed anche se ciò comportava per la donna un sovraccarico di incombenze (attività domestiche sommate a quelle produttive), le evitava di essere prigioniera di un solo compito e di un solo ruolo.
Al contrario, nella situazione sempre più comune del capofamiglia che lavorava in un edificio e con strumenti appartenenti ad un imprenditore, luogo di lavoro e focolare domestico erano separati.’
Progressivamente tra la fine dell’ 800 e l’inizio del ‘900, emerge la famiglia moderna come spazio del privato o famiglia riproduttiva che si configura nella forma nucleare tipica delle società industrializzate, nata dallo smembramento della famiglia allargata e che vede la donna specializzarsi nei compiti di cura, di allevamento, di assistenza e in generale di soddisfazione dei bisogni.
E’ una trasformazione che riguarderà prima di tutto le famiglie borghesi, nelle quali la divisione sessuale dei compiti ma anche degli spazi di vita risulta estremamente rigida.
Per le donne delle classi meno abbienti il mito del nido domestico e dell’assunzione unicamente dei compiti riproduttivi non è ancora una realtà, nè mai lo sarà del tutto.
All’inizio del ‘900 accanto al lavoro agricolo si vengono a creare nuove possibilità di lavoro per le donne. Ma all’interno della classe operaia le nuove possibilità di occupazione femminile, come ad esempio nel settore del tessile, non riescono a mettere in discussione la tradizionale separazione sessuale di compiti e ruoli lavorativi, in quanto operaie ed operai svolgono mansioni radicalmente diverse. Inoltre per le donne nella famiglia proletaria, pur potendo queste gestire autonomamente la sfera domestica, amministrare l’economia familiare e avere qualche possibilità di guadagnare denaro, la loro identità rimane ancora sottomessa e legata a una rigida separazione dei ruoli.

LAVORO PROFESSIONALE E NUOVE PROFESSIONI

Se nel terziario nascono le prime professioni, soprattutto quelle di insegnante elementare e di impiegato, che si possono considerare neutre, ossia attuabili indifferentemente da uomini e donne, il progressivo aumento della presenza femminile in questi settori è dovuto prevalentemente ai bassi stipendi e alla segregazione occupazione delle donne.
(da Lucetta Scaraffia) ….’in particolare alle donne era riservata la possibilità di insegnare nelle classi elementari e il loro ruolo era concepito come educativo in senso morale piuttosto che in senso propriamente intellettuale, in sostanza un prolungamento del ruolo materno……….pochissime erano le insegnanti di scuola superiore’

La prima guerra mondiale porta ad importanti ridefinizioni dell’identità di genere; la presenza delle donne in aree considerate di appartenenza degli uomini e la loro massiccia intrusione nelle aree del lavoro maschile, sia agricolo che industriale, insieme alla diminuzione dei matrimoni e alla flessione della natalità sono un dato costante di questo periodo.
Nelle campagne si ha una temporanea sospensione della divisione sessuale del lavoro; l’assenza dei mariti porta le mogli a sostituirli in tutte quelle mansioni che hanno una più immediata relazione con l’esterno.
Anche nella classe operaia si ha un coinvolgimento delle donne nei lavori maschili, ma in questo settore le resistenze nei confronti delle donne sono più ostili per timore della concorrenza femminile accusata di provocare la caduta dei salari.
Le donne comunque diventano visibili in tutte le sfere della vita pubblica, assaporano il gusto della libertà e acquisiscono coscienza di se stesse e delle proprie potenzialità, il che risulta in netto contrasto con la generale crisi dell’identità maschile messa a dura prova dall’esperienza della guerra.
Inoltre gli uomini male accettano il nuovo stato di cose e tutto concorre a fare sì che le donne vengano espulse dal mondo produttivo e ricacciate nell’ambito domestico.
Negli anni ’20 in particolare modo l’intervento della Chiesa unito a quello del regime fascista opera una ridefinizione delle identità maschile e femminile intese nel modo più tradizionale.
La campagna demografica lanciata da Mussolini si accompagna all’esaltazione del tema della virilità e si completa con pesanti provvedimenti volti a limitare il lavoro extradomestico delle donne, soprattutto per le fasce medio-alte della popolazione; le donne sono escluse dall’insegnamento superiore e se ne scoraggia la presenza anche nelle elementari dove viene esaltata la figura del maestro. Ma anche negli altri settori non mancano forti ridimensionamenti e pesanti discriminazioni verso la forza lavoro femminile.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale vanifica l’attuazione delle leggi del 1938, tese a espellere definitivamente le donne dal mercato del lavoro, poichè queste si troveranno nuovamente a sostituire gli uomini occupati al fronte.
E se per una ristretta minoranza di donne l’esperienza della guerra risulta determinante per l’acquisizione di una coscienza di genere, per la maggior parte, al termine del conflitto, si ripropone la divisione tradizionale dei ruoli.

L’excursus storico sul lavoro femminile dall’inizio del secolo xx fino al termine della seconda guerra mondiale ha permesso di mettere in evidenza alcune caratteristiche e connotazioni.
Innanzi tutto, la progressiva differenziazione tra lavoro professionale e lavoro familiare; con il primo si intende qualsiasi attività retribuita che compare sul mercato del lavoro, con il secondo il lavoro erogato nella e per la famiglia, comprendente compiti e mansioni attinenti la riproduzione personale e sociale dei suoi membri. E’ assente dal mercato del lavoro e quindi è gratuito.
In secondo luogo è possibile rilevare una prima concentrazione delle professioni femminili in alcuni canali occupazionali: coadiuvanti nell’azienda contadina o braccianti stagionali, operaie nel tessile, artigiane in alcune lavorazioni dell’abbigliamento, esercenti e dipendenti di negozi, lavoratrici dei servizi domestici, di cura della persona, di pulizia, insegnanti elementari ed impiegate d’ordine.
I più elevati livelli di partecipazione si registrano dalla fine dell’800 al 1921 e sono legati alle attività organizzate su base familiare, da quelle agricole alle manifatture a domicilio, ma anche alla prima fase dell’industrializzazione tessile.
Dal 1921 al 1931 si assiste ad un massiccio riflusso delle donne verso il ruolo di casalinghe in seguito ad una fase di industrializzazione pesante a prevalenza di manodopera maschile e ad un ridimensionamento dell’agricoltura.
Infine, sono rilevabili nel mutamento forme persistenti di segregazione. In particolare nella fase di economia familiare agricola ed artigianale prevale il fenomeno della segregazione verticale; ruoli maschili e femminili sono gerarchicamente predisposti pur accompagnandosi ad una parziale flessibilità dei compiti ed ad una occasionale partecipazione delle donne alle attività maschili.
Nel passaggio alle fasi di industrializzazione e di terziarizzazione la divisione sessuale del lavoro aumenta, le gerarchie tra i sessi si traducono in una specializzazione e segregazione orizzontale di attività nettamente diversificate tra donne e uomini sia nel lavoro produttivo che in quello riproduttivo, con l’industria che appare sempre più caratterizzata da numerose professioni nettamente ‘maschilizzate’.
Quindi, se col tempo viene meno la netta subalternità della donna nella famiglia patriarcale, che si era tradotta nella necessità di un controllo sociale su tutti gli aspetti dell’esistenza femminile, si affermano come prevalenti alcune situazioni di una presenza deprivilegiata delle donne nel lavoro e soprattutto emergono nuovi vincoli di tipo familiare.

…segue

 

(fonte: http://www.ecn.org/reds/donne/cultura/formadonnelavoro900.html)

 

(immagine dal web)

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