Le donne e il mercato del lavoro negli anni ’90

lavoratrici

 

Inizia in questo periodo un percorso che lentamente ma progressivamente porterà le donne ad una condizione lavorativa sempre più instabile e precaria che sfocerà, poi, in ciò che abbiamo oggi sotto agli occhi.
Inzia il deterioramento di quelle conquiste ottenute faticosamente e ancor più faticosamente fatte applicare che oggi si esplica in modo ancor più evidente e aggressivo nei confronti delle donne.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

PREMESSA

Il mercato del lavoro italiano ed europeo ha mostrato, durante questo decennio, notevoli limiti, causati dalla recessione economica che ha colpito i maggiori Paesi industrializzati.
La disoccupazione è in notevole aumento ed i governi nazionali non sono stati, ancora, in grado di elaborare una strategia efficace, per fronteggiare questo fenomeno.
Le donne risentono di questa situazione in misura maggiore rispetto agli uomini, in quanto vi sono numerosi ostacoli che rendono più difficoltoso il loro ingresso nel mondo del lavoro.
Nei Paesi occidentali questa tendenza è in notevole diminuzione, grazie anche alla crescita dei settori del terziario, del commercio e dei servizi privati, che ha contribuito notevolmente all’incremento dell’occupazione femminile.
In queste pagine, cercheremo di analizzare gli aspetti salienti della situazione occupazionale giovanile italiana, con particolare attenzione, naturalmente, alle donne, che si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro.

L’occupazione femminile negli anni ’90

I settori, nei quali si concentra la manodopera femminile, sono quelli dell’apprendimento, i servizi per la famiglia e i servizi in generale.
In linea di massima, le donne altamente scolarizzate hanno una parità d’accesso quasi completa nelle professioni più specializzate e qualificate.
Invece la segregazione tra settori, o aree professionali maschili, e settori, o aree professionali femminili, è ancora molto diffusa per le qualifiche che richiedono una scolarità medio bassa e nei settori in cui il ricambio generazionale ha avuto un’incidenza minore.
Il settore del commercio è quello in cui le donne registrano una delle presenze più alte, soprattutto nelle qualifiche di addetto contabile, e addetto o tecnico di vendita. Dunque, nonostante la consistenza numerica, le donne occupano, nell’ambito del commercio, ruoli meno qualificati, dotati di minore responsabilità ed autonomia, come la vendita e la contabilità.
Per quanto riguarda qualifiche professionali più elevate, sempre nell’ambito del commercio, spesso, le donne ricoprono la carica di Product Manager. Si tratta di una figura altamente professionale che però è assimilabile alla qualifica di tecnico intermedio e, quindi, retribuita in misura minore, nonostante le mansioni e le responsabilità.

Disoccupazione giovanile lavoro in nero

Giovani laureati, giovani diplomati, con particolare riferimento alle donne ed alla popolazione giovanile meridionale al di sotto dei 24 anni, sono coloro che, involontariamente, si trovano ad essere “inattivi”.
L’aumento della disoccupazione giovanile, con dati preoccupanti, soprattutto rispetto a chi è in cerca di un impiego per la prima volta, risente, oltre che di fattori strutturali, anche della volontà di accostamento al mercato del lavoro, da parte di categorie che, in passato, non ne avevano.
Tra queste categorie, le donne costituiscono una considerevole percentuale. Sono, infatti, in crescita le donne in cerca di occupazione e, quindi, le disoccupate sono quasi più dei disoccupati.

Nonostante una continua e rapida evoluzione dei costumi sociali, le donne continuano ad avere molte difficoltà, nell’uscire dallo stato di disoccupazione. Infatti, i flussi di passaggio dalla disoccupazione al lavoro, mostrano con un chiaro scarto percentuale questo dislivello: il 24,4% delle donne riesce ad uscire dalla disoccupazione, per gli uomini, si registra un maggior successo, dal momento che il 31,6% riesce a trovare un impiego.
Come già specificato nell’Introduzione, il settore dei servizi costituisce un significativo punto di riferimento per le donne in cerca di occupazione. Non solo. Circa il 70% dei giovani, in cerca di prima occupazione, trova un lavoro nel settore dei servizi.
I primi approcci con il mondo del lavoro sono, spesso, semplificati grazie a dei contratti a tempo determinato o part time. Se, da un lato, favoriscono un giovane o una giovane inesperti, dall’altro rischiano di diventare una consuetudine deviante. Infatti, la stipulazione di un contratto di lavoro più stabile viene rimandata in eterno, causando situazioni di precariato e frustrazione.

Inutile dire, infine, che molti giovani, in particolare gli studenti universitari ricorrono a forme di “lavoro nero”, in condizioni spesso non molto salubri e sicure ma facilmente accessibili, grazie al “tam tam” giovanile e studentesco. Queste occupazioni precarie hanno il vantaggio di consentire agli studenti di conciliare lavoro e studio, ma, alimentano, in ogni caso, un fenomeno che andrebbe arginato.

Il Part Time (lavoro a tempo parziale)

Circa il 70% dei lavoratori part time è costituito da donne, la maggior parte delle quali è compresa nella classe d’età 21-31 anni. In Italia, il part time è diffuso per lo più nelle regioni settentrionali, concentrandosi nelle piccole imprese.
Anche se il lavoro a tempo parziale rappresenta una preziosa via d’uscita per le madri lavoratrici, tuttavia è vissuto in molti casi come una condizione subita per necessità. Questo approccio lavorativo ha delle chiare conseguenze negative sul piano professionale.

Rapporti di lavoro a termine e collaborazioni coordinate e continuative

In Italia, il lavoro temporaneo ha avuto una scarsa diffusione. Ciònonostante, le donne, fino ad ora, ne hanno usufruito in misura considerevole.
Le donne che presentano un livello di scolarizzazione medio alta, nella classe d’età compresa tra i 21 ed i 31 anni, ricorrono spesso, nei loro primi approcci al mondo del lavoro, a forme di collaborazioni coordinate e continuative.
Si può dedurre da queste considerazioni che nel caso delle professioniste, l’accesso al mondo del lavoro è piuttosto paritario.
Le donne, quindi, sembrano preferire il lavoro autonomo, perché in esso, più che nel part time, trovano il modo di conciliare i tempi del lavoro con i tempi della vita, nel modo a loro più congeniale.

Legge Bassanini: la riforma dei servizi per l’impiego

La legge Bassanini (l. 59/97) riconosce la possibilità di predisporre deleghe alle regioni, con funzioni amministrative, per quanto riguarda il collocamento e l’avviamento al lavoro. L’obiettivo della disposizione legislativa è quello di muovere i primi passi verso il decentramento amministrativo. Le regioni a statuto ordinario e gli enti locali hanno acquisito, quindi, delle competenze, in relazione all’attuazione di politiche attive per il lavoro. L’obiettivo, chiaramente, è quello di creare una rete di domanda ed offerta di lavoro che sia adeguata alle condizioni economiche di una determinata regione, provincia o città.
Lo Stato, comunque, conserva la funzione generale di indirizzo, promozione e coordinamento.
La legge, inoltre, apre ai privati la gestione del collocamento, accanto alla gestione statale.
Si prevede, tra le altre cose, l’istituzione di una rete telematica: il sistema informativo lavoro (Sil), che conterrà tutte le informazioni ed i dati relativi al mercato del lavoro. Tutti i soggetti, privati e non, che sono coinvolti nelle attività di collocamento, avviamento al lavoro e mediazione, sono tenuti a collegarsi con il Sil, ed a scambiare con esso tutte le indicazioni, relative al lavoro.
Si cerca, sostanzialmente, di promuovere, in più modi, l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro.

(fonte: http://www.italiadonna.it/lavoro/le-donne-ed-il-mercato-di-lavoro-negli-anni-90/)

(immagine dal web)

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