Le lavoratrici autonome sono professioniste e malate di serie B, anche per la Ricerca

fregosi

 

Tutto questo accade quando anche la malattia diventa ulteriore elemento discriminante che penalizza le lavoratrici autonome e le fa diventare invisibili.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

[dal blog AFRODITE K di Daniela Fregosi, una lavoratrice autonoma con partita IVA ammalata di cancro al seno che da anni porta avanti una battaglia per il riconoscimento dell’assistenza sanitaria e dei diritti a un minimo di ammortizzatori sociali.]

Proseguono ricerche e indagini sui pazienti oncologici, sul rapporto cancro e lavoro e sulle donne che si ammalano e devono conciliare vita, salute ed attività professionale. Dopo la ricerca effettuata da Europa Donna sulle lavoratrici operate di tumore al seno che la stessa Afrodite K ha diffuso, arrivano i risultati di quella realizzata da International Lab for Women’s Health in the Workplace (Whw International Lab) e presentata alla Luiss di Roma. Bello, importante, certo che sì! Peccato che in tutto questo le lavoratrici autonome non esistono, pare che non si ammalino neppure e nessuno si preoccupa di far partire indagini per rilevare le loro difficoltà. Contiamo su Europa Donna che ha promesso di lanciare una ricerca ad hoc sulle lavoratrici autonome…..

E proprio dalla cooperazione tra area Pa, sanità & non profit della Luiss Business School, associazione Susan Komen per la lotta ai tumori al seno, Dipartimento per la tutela della salute della donna dell’università Cattolica e Valore D, prima associazione italiana di imprese che promuove la diversità, il talento e la leadership femminile per la crescita delle aziende e del Paese, è nato Whw International Lab.
Il laboratorio si propone di sviluppare programmi di ricerca e formazione, percorsi di sensibilizzazione e divulgazione finalizzati a rafforzare l’azione di contrasto alle disparità di genere nel diritto alla salute. Altro obiettivo è favorire la piena partecipazione delle donne alla vita sociale ed economica del Paese e a formulare proposte concrete per un cambiamento culturale che riduca disuguaglianze e ritardi nell’accesso alle cure e agevoli la piena realizzazione personale e professionale delle donne”.


Infatti, dall’analisi comparativa delle normative italiana e di Paesi europei assimilabili al nostro per dimensioni e popolazioni, emerge in primo luogo che “le norme esistenti riguardano in generale lavoratori affetti da malattie comuni (fatta salva la maggior pervasività delle malattie) o, più in generale, quello di lavoratori con disabilità; in secondo luogo, il sistema delle tutele per i lavoratori in Italia emerge come tra i maggiormente avanzati”. Similmente, grazie ai risultati della survey somministrata alle pazienti, la ricerca propone una panoramica sulle esperienze delle lavoratrici che evidenziano alcune problematiche legate tra le quali spiccano quelle legate alla gestione degli aspetti psicologici della malattia da parte dei datori di lavoro.
Dalle risposte delle aziende associate a Valore D, coinvolte nella ricerca, si evince anche che due terzi delle società che hanno partecipato alla ricerca hanno attivato un livello medio-alto di tutela e adottano strumenti di prevenzione e sono interessate a migliorare ulteriormente. Più dell’80% delle aziende è flessibile nella conciliazione dei tempi dei luoghi di lavoro rispetto alle esigenze di cura, e 3 su 4 offrono servizi di sostegno psicologico. Il 42% adotta pratiche di reinserimento nel lavoro delle donne pazienti oncologiche. Inoltre, non si rileva alcuna pratica il demansionamento dei dipendenti, che purtroppo sembra invece essere ancora presente in alcune realtà del Paese.

La ricerca suggerisce anche “alcune aree di intervento per un continuo miglioramento in merito alla tutela della salute della donna sul lavoro: in primis corsi sulle tutele legali, che non sono sempre adeguatamente conosciute, e sugli aspetti scientifici e psicologici legati alle patologie oncologiche”. Oltre a “corsi di formazione per dirigenti, che riguardino anche la gestione delle dinamiche di gruppo e il cosiddetto team building per creare un adeguato clima di solidarietà e condivisione nell’affrontare la patologia; scambio di esperienze e best practices internazionali, qualora esistenti sono quasi completamente ignorate e potrebbero invece rappresentare un utile momento di confronto e apprendimento”.
La ricerca, attraverso l’analisi dei dati raccolti, ha consentito “l’elaborazione di un ‘indice di tutela’, un indicatore in grado di attribuire un punteggio alle pratiche di prevenzione, assistenza e politiche di rientro messe in atto dalle aziende campione, che potrebbe essere utilizzato allargando il campione delle imprese come parametro per la misurazione della tutela offerta dalle imprese nel nostro Paese”

La ricerca

E’ stata condotta attraverso questionari a 100 pazienti e a 32 aziende di grandi dimensioni. Riccardo Masetti presidente italiano della Susan Komen Italia, associazione che si occupa di combattere il cancro al seno e direttore del centro di senologia integrato del policlinico Gemelli di Roma, spiega: “Le tutele sono poco conosciute e si fa fatica a farle applicare; solo il 28% delle donne intervistate sapevano di poter passare a un periodo di part-time provvisorio, il 36% che avevano diritto a un’aspettativa non retribuita, il 29% che avevano diritto a passare a mansioni diverse e il 33% che avevano la possibilità di fare visite mediche senza utilizzare giorni di ferie o permessi”.
Ancora meno, hanno usufruito di queste possibilità: rispettivamente il 7% nei primi due casi, il 10% hanno scelto volontariamente rimanendo all’interno dell’azienda di occuparsi di altro, il 20% che i giorni per le terapie andavano conteggiati a parte. Quasi la metà delle intervistate ha dichiarato di essere stata penalizzata al rientro al lavoro o durante la malattia: il 57% dichiara di aver subito demansionamento, mobbing e mancato avanzamento di carriera.
Una parte della ricerca invece ha ascoltato le aziende, 32 associate a Valore D associazione impegnata a promuovere il talento femminile. “Il posto di lavoro è il luogo dove passiamo la maggior parte del nostro tempo. Sempre di più le aziende rappresentano una gamba del sistema di welfare quando una persona si ammala – spiega Barbara Saba, vicepresidente dell’associazione e vicedirettrice della fondazione Johnson & Johnson -. Welfare vuol dire anche conciliazione delle responsabilità lavorative con quelle famigliari.

Sappiamo che le aziende del campione hanno più di 250 dipendenti e rappresentano una fotografia settoriale ma Valore D si pone l’obiettivo di far conoscere le best practice”. E tra queste aziende (che rappresentano in Italia la stragrande minoranza, sotto l’1% delle imprese totali), nazionali e internazionali, le buone pratiche sono rappresentate da: prevenzione con programmi di screening sanitari e visite periodiche fornite dalle aziende (nel 67% dei casi) corsi di formazione sulle tutele legali nell’83% e sulla malattia nell’80%. Solo il 42% ha politiche attive di reinserimento, come passaggio al part-time o reinserimento graduale. Nel 75% dei casi è offerto un supporto psicologico.
Il ’Lab’ ha anche elaborato un indice per valutare le tutele nel loro insieme che i partner sperano si possa applicare anche alle aziende del settore pubblico ad alta presenza di donne.
Lo studio ha anche evidenziato come non manchino in Italia leggi al passo con i paesi europei più avanzati ma spesso manca la giusta applicazione.
Per Alessandra Servidori, Consigliera nazionale di parità intervenuta al panel di esperti – tra cui erano presenti Linda Douglass consulente dell’amministrazione Obama per la riforma sanitaria e Luisa Todini, presidente di Poste – un ruolo importante lo possono avere le organizzazioni sindacali: “Bisogna capire se si possono mettere in atto sistemi di integrazione contrattuale di tipo obbligatorio in cui una parte del salario viene dirottato in un fondo che in caso di assenza obbligata dal lavoro possa integrare il reddito. Il sistema della bilateralità – creato da imprese e sindacati, ndr – per le piccole aziende attraverso i fondi bilaterali è stato adottato in Emilia Romagna con successo”

 

 

(immagine dal web)

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