L’evoluzione di un mondo. Le donne, il lavoro, la famiglia, la società

impiegata

 

Dopo gli anni delle conquiste legate all’emancipazione, la società evolve e cambia la dimensione femminile.
Spesso, però, solo in apparenza.
Lo spiega molto bene questo stralcio da alcune analisi di Paul Ginsborg tratte dal suo libro “Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi” nella parte in cui parla del lavoro femminile ma anche della famiglia e della società durante gli anni ’80.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

[Premessa]Lo storico inglese Paul Ginsborg, da sempre attento alla storia italiana contemporanea, descrive sinteticamente i cambiamenti della società e della famiglia italiana nel corso degli anni ottanta del secolo scorso. Tra questi, il cambiamento più evidente e significativo riguarda proprio la condizione femminile. L’aumento del livello di istruzione femminile insieme alle nuove leggi create contro la discriminazione sessuale nell’occupazione, aveva comportato negli anni ottanta una presenza significativa delle donne sul mercato del lavoro. Anche la struttura della famiglia italiana e il ruolo che la donna riveste al suo interno hanno subito notevoli mutamenti che Ginsborg non dimentica di confrontare con quelli di altri paesi europei ed extraeuropei.

***

I cambiamenti più clamorosi avvennero in effetti lungo lo spartiacque della differenza sessuale. Già da molti anni le donne stavano facendo grandi progressi per quanto riguardava il livello di istruzione: la percentuale di ragazze nella scuola secondaria (tra i 4 e 18 anni) passò dal 46% nel 1972 al 56,8% nel 1985. Lo stesso tipo di crescita si registrò a livello universitario: nel 1960 su cento studenti solo 26,9 erano donne; nel 1987 esse erano 48,4, nell’insieme degli studenti nati tra il 1952 e il 1957, per la prima volta il numero di donne laureate superò quello degli uomini.
Il livello sempre più elevato di istruzione della popolazione femminile rappresentò per l’Italia una vera rivoluzione che, unita alla crescita del terziario e alle nuove leggi contro la discriminazione sessuale nell’occupazione, si tradusse in una nuova e significativa presenza di donne sul mercato del lavoro degli anni ’80. Secondo i dati Eurostat, nel 1991 le donne rappresentavano il 37,1% della forza-lavoro in Italia. Il paese si collocava così in una posizione intermedia rispetto al resto dell’Europa: molto più indietro di Danimarca, Gran Bretagna e Francia, ma prima di Grecia (34,3), Spagna (32,5) e Irlanda (30,5).

[…] L’occupazione femminile si situa dunque in massima parte sui gradini più bassi del terziario. La collocazione non è certo prestigiosa, e per di più è costantemente a rischio nei momenti di recessione. Nondimeno, i cambiamenti strutturali che hanno segnato l’economia italiana e la favorevole congiuntura economica degli ultimi anni ’80 hanno offerto per la prima volta una vera identità lavorativa a centinaia di migliaia di donne, il che ha significato non solo una nuova autonomia, ma anche che molte famiglie del Centro e del Nord potevano contare su due o più stipendi.

[…] Se passiamo ora a esaminare la struttura della famiglia italiana, rimaniamo subito colpiti dalle straordinarie trasformazioni intervenute nell’ultimo ventennio. Secondo le statistiche Eurostat, nel 1970 in Italia il numero medio di figli per donna era 2,42, intorno alle medie europee. Vent’anni dopo era sceso a 1,27, il livello più basso tra i paesi della Cee. Le conseguenze di questo radicale capovolgimento, analogo ma più accentuato rispetto agli altri paesi europei, sono decisamente drammatiche. Le famiglie stanno diventando non solo più piccole ma anche più vecchie; e, se l’attuale tendenza verrà confermata, all’inizio del prossimo millennio la popolazione italiana comprenderà un numero sempre maggiore di anziani sopra i 70 anni e un numero sempre minore di giovani sotto i 20.

[…] Da questa e altre ricerche emerge con una certa chiarezza la natura della famiglia italiana contemporanea: più piccola che in passato, matricentrica come sempre, caratterizzata da forti legami transgenerazionali. Gli psicologi della famiglia hanno così descritto il fenomeno della “famiglia lunga”: i figli, per scelta o per necessità, lasciano il nucleo di origine, si sposano ed entrano nel mercato del lavoro più tardi di quanto avveniva in passato. Continuano a vivere a casa, ma con spazi di libertà impensabili per la generazione precedente. Il tramonto del patriarcato, più marcato al Nord e al Centro della penisola che non al Sud, ha notevolmente favorito il processo. Il ruolo del padre si è fatto molto più incerto, ma la sua ridefinizione in senso fraterno o perfino democratico ha esteso le possibilità di un rapporto individualizzato e solidaristico insieme.

 

(fonte: http://www.pbmstoria.it)

 

(immagine dal web)

 

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Un pensiero su &Idquo;L’evoluzione di un mondo. Le donne, il lavoro, la famiglia, la società

  1. Credo che il motivo del calo del numero medio di figli, sia da ricercarsi nella pochissima predisposizione del maschio italiano ad occuparsi delle faccende domestiche, oltre che dei figli.
    Intendiamoci, c’è stata un’enorme evoluzione del ruolo paterno, all’interno delle nostre famiglie, solo quarant’anni fa erano pochissimi i padri che si occupavano dei propri figli in toto: non solo “guardarli” un attimo, ma dar loro da mangiare, cambiare il pannolino, fare il bagnetto, portarli dal medico… Negli anni ’80 il numero di padri che si occupano di queste cose aumenta, in alcune realtà in maniera esponenziale. Ma…
    Ma, ancora oggi (anzi oggi più che negli anni ’80) ancora gli uomini, non vogliono occuparsi delle altre cose che fanno parte della conduzione familiare, oh, certo oggi vanno a fare la spesa, questo sì, ma pochi uomini, comunque meno della metà, sanno cucinare tutti i giorni, sanno usare lavatrice e aspirapolvere, si occupano di stendere (alcuni se ne vergognano!), di stirare, di fare “le pulizie di Pasqua”.
    Aggiungendo questo “piccolo” particolare a una realtà sociale che certo non incoraggia a procreare, è ovvio che se possibile i figli non si fanno o se ne fanno pochi.

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