L’occupazione femminile dal dopoguerra alla metà degli anni ’60 (II parte)

lavoro domicilio

 

Continuiamo con la seconda parte dell’analisi storica dell’evoluzione del lavoro femminile.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

I cambiamenti nella società italiana a partire dal secondo dopoguerra porteranno a trasformazioni radicali nella costruzione delle identità maschile e femminile, anche se fino agli anni ’70 non si verificano grandi mutamenti per quel che riguarda il ruolo della donna nella famiglia.
Anzi grazie alla nuova tecnologia che facilita il lavoro domestico, all’aumento progressivo dei salari che permetterà a molte donne di dedicarsi totalmente alla propria casa e alla valorizzazione ed esaltazione del ruolo materno si radicalizza, soprattutto negli anni ’60, la divisione sessuale dei ruoli con la nascita della figura della casalinga ‘tout court’ e del procacciatore di reddito come figura unicamente maschile.
E comunque, qualsiasi sia la situazione lavorativa della donna, nella famiglia urbana, nucleare ed operaia come in quella contadina vige ancora un regime patriarcale che verrà attenuandosi solo negli anni ’70.
Nel periodo della ricostruzione e della espansione economica, prima della riflessione teorica e del dibattito politico del neo femminismo, il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro domestico non viene problematizzato e il tema dominante è quello della partecipazione della donna al lavoro produttivo e del superamento del lavoro domestico visto come ostacolo ad una effettiva emancipazione; si tratta, infatti, di un diffuso progetto di emancipazione della condizione femminile attraverso la possibilità di partecipazione paritetica al mercato del lavoro e la richiesta di una parità di diritti che non tiene ancora conto delle differenti situazioni di vita delle donne, in particolare della loro condizione di doppio lavoro, familiare e professionale, se non per la richiesta di servizi per l’infanzia e certamente non dal punto di vista del vissuto femminile.

Nei primi anni del dopoguerra le donne costituiscono gran parte dei due milioni di disoccupati registrati nel 1947, soprattutto a causa della ristrutturazione dell’industria tessile e manifatturiera ad altissima composizione operaia femminile.
Nel 1954 ci sono due milioni e mezzo di occupate in meno rispetto al dopoguerra e il 40% degli iscritti all’ufficio di collocamento sono donne.
Ma vari fattori contribuiscono a sostenere l’offerta di lavoro femminile; la diminuzione dei tassi di natalità, l’alleggerimento del peso del lavoro domestico, la necessità di contribuire al reddito familiare.
A partire dalla seconda metà degli anni ’50 le donne espulse dal manifatturiero tradizionale vengono riassorbite in quei settori dove la meccanizzazione dei processi produttivi permette la sostituzione della manodopera maschile qualificata; produzione di massa ed accentuazione della quantità rispetto alla qualità portano alla richiesta di una manodopera flessibile , mobile, dequalificata, caratteristiche queste che storicamente connotano la forza lavoro femminile.
In questo periodo le donne arrivano in fabbrica soprattutto dalla campagna sia al seguito dei mariti immigrati sia per sfuggire ai ritmi massacranti del lavoro agricolo.
Ma nelle fabbriche le donne oltre ad essere segregate nelle categorie e qualifiche più basse, nei reparti e nei settori ‘monosessuali’ e private di ogni possibilità di avanzamento di carriera, fino agli anni ’60 subiscono una forte discriminazione salariale; a parità di capacità lavorativa con gli uomini sono inquadrate nelle categorie inferiori con una riduzione salariale del 30%.
Sia nelle fabbriche che nelle campagne si apre una campagna di lotta per la parità salariale, che porterà nell’industria all’accordo interconfederale del 1960.
L’accordo divide le mansioni tra ‘tipicamente’ maschili e ‘tipicamente’ femminili, le prime diffuse nei settori dell’industria di base le seconde nell’industria manifatturiera o produttrice di beni materiali; la parificazione di trattamento viene richiesta solo per il primo settore, dove minima è la presenza femminile.
Mentre nelle campagne, anche a causa dell’esodo massiccio della forza lavoro maschile, il salario femminile, da sempre fortemente penalizzato, viene riadeguato a quello del mezzadro.
E se dal 1958 al 1963 si registra comunque un relativo aumento dell’occupazione femminile anche in settori come quello del piccolo commercio dove prevalgono le figure delle coadiuvanti familiari e delle commesse, dal 1964, con l’inizio di un periodo di recessione e a causa di cambiamenti produttivi, le donne vengono espulse in massa dal mercato del lavoro, nel cui ambito l’occupazione femminile assumerà la forma di un grafico a ‘campana’ con un picco di un tasso di attività per le donne sposate e con la loro uscita definitiva dal mercato del lavoro alla nascita del primo figlio.
A fronte di un cambiamento della forza lavoro, che si radicalizzerà negli anni ’70, meno indifferenziato e più specifico da un punto di vista qualitativo, la posizione di debolezza delle donne emerge pienamente; le basse qualifiche professionali, la legislazione iperprotettiva (ad esempio il divieto di licenziamento per matrimonio e le leggi di protezione della maternità), l’alto assenteismo, la minore disponibilità agli straordinari, la discontinuità della vita lavorativa, ossia tutte le caratteristiche prevalenti di una presenza produttiva accanto ad una riproduttiva, incidono sul costo della forza lavoro femminile, troppo alto da potere essere sostenuto dai processi di ristrutturazione in atto, mentre il ‘part-time’ risulta troppo gravoso da un punto di vista fiscale.
Ad una prima fase di espulsione, la manodopera femminile viene riassorbita in quei settori che ne possono sfruttare pienamente le caratteristiche di debolezza e di rigidità, trasformandoli in elementi di flessibilità rispetto al processo produttivo.
La forza lavoro femminile, rispetto a quella maschile viene distribuita soprattutto nel terziario e in particolari settori industriali quali ad esempio la meccanica di precisione e la costruzione di apparecchiature elettriche, che richiedono abilità, precisione, pazienza, altissima ripetitività del lavoro e dove non essendo necessaria un’alta qualificazione, risulta facile e non costoso sostituire la manodopera in uscita e sostenere un alto turn-over.

LA SOCIETA’ DEI CONSUMI

Ma altri fattori concorrono a modificare i ruoli sociali e familiari di donne e uomini nel corso degli anni ’60 ed ad innescare cambiamenti ben più radicali che sfoceranno negli anni ’70 e ’80.
L’affermarsi della figura dell’operaio specializzato, il generale trend positivo dell’occupazione maschile e la nascita della società dei consumi condizionano fortemente una nuova configurazione della famiglia, del ruolo della donna nonchè del lavoro di cura.
Il cosiddetto boom economico caratterizza la fase di capitalismo avanzato della società italiana che vede stabilizzarsi livelli di vita e di benessere precedentemente acquisiti.
In tale contesto la famiglia diventa non solo totalmente riproduttiva, ossia vi si svolgono essenzialmente compiti di cura e di riproduzione della manodopera, in quanto luogo in cui si riesce a dare risposta ai bisogni concreti degli individui, ma anche assume funzioni di consumo, ossia diventa il tramite istituzionale per l’utilizzo dei beni prodotti dal sistema industriale, in quanto luogo di mediazione tra risorse e bisogni.
Tutti questi compiti vengono svolti dalla madre-casalinga, le cui prestazioni costituiscono un lavoro vero e proprio, erogato però all’interno delle mura domestiche e senza un riconoscimento sociale ed economico.
Infatti, sebbene il lavoro domestico, come si è visto, sia indirettamente produttivo e socialmente utile, si radicalizza la divisione tra ‘l’uomo che produce e la donna che consuma’.
Il lavoro domestico non avendo un prodotto proprio, perde la possibilità di essere riconosciuto come produttivo ed essendo identificato solo con il consumo, viene negato come lavoro.
Pertanto, le casalinghe sono definibili come amministratrici della casa ed esperte consumatrici; si tratta di funzioni a cui viene attribuito un significato di privilegio, poichè ricoperte, in un primo tempo, dalle donne del ceto medio, in un periodo in cui quelle della classe operaia sono ancora prevalentemente presenti sul mercato del lavoro. Mentre in una fase successiva, con l’espulsione della forza lavoro femminile, lo stare a casa perde ogni connotazione positiva.

LAVORO A DOMICILIO E LAVORO NERO

Anzi, a partire dalla recessione del 1964, la figura della casalinga, che svolge unicamente compiti domestici, risulta poco realistica, mentre si diffondono tra le donne il lavoro a domicilio e fenomeni di sottoccupazione o di occupazione marginale e precaria.
(da L. Balbo, Stato di famiglia)
‘Dal 1964 al 1970 si configura un iter di lavoro tipico delle donne italiane; entrano nel lavoro stabile giovani o giovanissime, dopo il matrimonio e la nascita dei figli solo una quota rimane sul mercato del lavoro regolare, la maggior parte ne esce, altre entrano nell’area del lavoro marginale.
E se all’inizio degli anni ’60 la figura della casalinga a tempo pieno ha significato che si sono prodotte più risorse nell’ambito domestico e che si sono meglio gestite quelle disponibili, in seguito la contraddizione tra bisogno di integrare il reddito del capofamiglia non più sufficiente con quello della moglie e la necessità che la donna sia presente a tempo pieno nella casa per fornire tutti i servizi fondamentali al funzionamento della famiglia trova una risposta funzionale nel lavoro a domicilio e nelle altre forme di lavoro precario.’
Infatti, dopo il 1966 la domanda, soprattutto nel settore industriale, privilegia sempre più la manodopera maschile delle classi centrali di età, collocando i giovani, gli anziani e le donne in una condizione di marginalità, che se per i primi è transitoria, per le seconde diventa strutturale.
E se dal 1969 la classe operaia maschile ottiene importanti conquiste, la forza lavoro femminile assume un carattere di perenne mobilità, che sarà motivo insieme di disoccupazione e di sottoccupazione per le donne.
Quindi, con l’inizio degli anni ’70 si assiste a due fenomeni paralleli e convergenti: da una parte un restringimento della base produttiva rigida ed un aumento oltre misura del lavoro nero, dall’altra l’affermarsi del cosiddetto dualismo del mercato del lavoro con una contrapposizione sempre più netta tra forza lavoro forte (maschile adulta) e forza lavoro marginale (la forza lavoro femminile in genere). (Frey ­ Livraghi)
‘Infatti, se da un punto di vista delle necessità di integrazione del reddito familiare, il lavoro femminile in Italia avrebbe manifestato la tendenza ad aumentare progressivamente la sua partecipazione al sistema produttivo, il tipo di sviluppo produttivo sperimentato ha frapposto ostacoli crescenti all’utilizzo del potenziale femminile sotto forma di occupazione a condizioni di lavoro normale.’
Ristrutturazioni ed riorganizzazioni aziendali, decentramento produttivo, per cui molte fasi della lavorazione vengono svolte fuori dalla grande azienda in una catena di imprese minori fino al lavoro a domicilio che diventa l’ultimo anello di questa catena, maggiore attenzione alla qualità del prodotto piuttosto che alla quantità se ad una parte sono inconciliabili con la rigidità della manodopera femminile, dall’altro lasciano ampi spazi ad una sua sottoutilizzazione, che si traduce in un aumento del lavoro a domicilio e del lavoro nero in imprese di piccole dimensioni, soprattutto nei settori alimentare, tessile, elettromeccanico e delle attività manifatturiere varie.
Per i datori di lavoro ciò permette di fare fronte alla necessità di ottenere minori costi, ritmi elevati di aumento della produttività, flessibilità della capacità produttiva non solo della forza lavoro maschile sempre più specializzata e comunque libera da vincoli familiari, ma anche di quella femminile.
Infatti, nel lavoro a domicilio la forza lavoro femminile perde gli elementi di rigidità (legislazione protettiva e vincoli familiari) che presenta nell’occupazione regolare ma di contro assume caratteristiche di elevato sfruttamento; le donne ricevono un salario inferiore rispetto a quello percepito in fabbrica a parità di lavoro svolto, perdono qualsiasi forma di protezione sociale, sono sottoposte a ritmi ed orari di lavoro massacranti e spesso lavorano in condizioni igienico-sanitarie precarie per se stesse e per la famiglia laddove vengono utilizzate sostanze nocive nell’ambiente domestico. (Da ‘Ricomposizioni’ L. Balbo, M. Bianchi)
D’altra parte ‘la stessa lavoratrice tende a valorizzare nel lavoro a domicilio l’enorme vantaggio di potere restare a casa senza apparenti obblighi ed imposizioni di orario; scambia per una forma di libertà quella che non è altro che l’espressione massima dello sfruttamento e dell’emarginazione.’

(…segue)

 

(fonte: http://www.ecn.org/reds/donne/cultura/formadonnelavoro900cont1.html)

 

(immagine dal web)

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