L’occupazione femminile negli anni ’70 (III parte)

donne protesta

 

La società cambia e cambia, anche e soprattutto, grazie al lavoro delle donne e alle loro battaglie per l’emancipazione.
L’ultima parte dell’analisi storica del paese e delle milioni di donne che l’hanno costruito.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

La critica a questo “modello di sviluppo” da parte delle donne, soprattutto da parte di coloro che iniziano a vivere l’esperienza del neo femminismo, significa non solo mettere in primo piano la questione dell’emancipazione ma anche quella della liberazione ; alla coscienza per il diritto al lavoro si aggiunge una contestazione ‘globale’ che coinvolge tutti gli aspetti della cosiddetta questione femminile.

(da Curtufelli, ‘La donna e il lavoro a domicilio)
‘Non si può più scindere il problema della famiglia, della gestione della casa, del privato dal problema del lavoro………..se non si fanno i conti con l’organizzazione familiare, a cominciare dalla sua funzione di sostituzione dei servizi sociali, diventa problematica la conquista del lavoro extradomestico e perfino il controllo del lavoro a domicilio.’

(da C. Saraceno, ‘Famiglia, lavoro, economia’)
‘La partecipazione al mercato del lavoro da parte dei vari membri della famiglia è condizionata quindi non solo dalla qualità della domanda di lavoro, ma anche dalla divisione del lavoro familiare e dai rapporti entro la famiglia, in termini sia di responsabilità allocate che di potere e di definizione degli spazi di autonomia dei singoli. Mutamenti interni alle relazioni familiari possono provocare mutamenti nell’offerta di lavoro. Mutamenti nella domanda di lavoro possono a loro volta produrre cambiamenti nell’offerta e nella stessa organizzazione familiare; la crescita di domanda di lavoro femminile nei servizi, negli anni ’70 e ’80, ad esempio, ha prodotto profonde trasformazioni nei comportamenti femminili, in termini se non altro di ridistribuzione del tempo, ma anche delle aspettative.’

Una nuova coscienza di genere, che mette in discussione assetti di potere ‘atavici’, ma anche cambiamenti strutturali nella società e nel mondo del lavoro concorrono a prefigurare nuovi scenari per l’occupazione femminile, che una periodizzazione di massima mette bene in evidenza.
Dal 1950 al 1975 aumenta progressivamente il tasso di scolarizzazione femminile e di partecipazione delle donne ai processi formativi con conseguenze notevoli per quanto riguarda la diminuzione delle disparità tra i sessi ed atteggiamenti e comportamenti femminili in materia di lavoro.
Aumenta sensibilmente il numero delle studentesse sia negli istituti superiori che nelle università, al punto che le studentesse diventano circa la metà totale per tutti i livelli di istruzione. Di conseguenza a partire dagli anni ’70 ma soprattutto negli anni ’80 la partecipazione femminile al lavoro, specie nelle professioni del terziario, aumenta sensibilmente e si amplia il ventaglio di possibilità per le giovani donne che appare sempre più definito che non per le loro madri.

(da G.Altieri, ‘Identità femminile nel mercato del lavoro’)
‘Il processo di scolarizzazione può essere indicato come uno dei veicoli principali del processo di femminilizzazione del lavoro e l’istruzione come fonte di acquisizione di diritti, di esplicitazione e di stabilità dell’offerta, come rafforzamento della posizione sul mercato del lavoro”.

Tutto ciò segna, rispetto agli anni ’50, l’avvio di un processo irreversibile della presenza femminile nel mondo del lavoro e di cambiamenti sostanziali dell’identità femminile rispetto al lavoro. ‘
E se dalla prima metà degli anni ’60 fino al 1972 si verifica una drastica contrazione dell’occupazione esplicita femminile nell’industria e in agricoltura, dal 1966 al 1976 l’occupazione femminile terziaria cresce del 35% soprattutto nei servizi privati di vario genere e nella pubblica amministrazione, e ciò si verifica non solo grazie all’incremento della scolarizzazione femminile ma anche perchè assume una fisionomia definitiva la cosiddetta società dei servizi.

STATO SOCIALE E SOCIETA’ DEI SERVIZI

Precondizione della nascita dello stato sociale e della società dei servizi, così come si è venuta a configurare definitivamente negli anni ’70, è lo stesso processo storico legato all’industrializzazione che vede emergere la famiglia moderna come spazio esclusivo del privato e lo stato moderno come detentore di un ruolo di potere e di controllo su tutti gli ambiti di vita dei cittadini compreso quello familiare.
Tra famiglia e stato viene a crearsi un rapporto che è insieme conflittuale e collaborativo; è sufficiente pensare alle politiche demografiche del regime fascista o alla legislazione sull’istruzione obbligatoria, che ha progressivamente sottratto alla famiglia il compito di formare le nuove generazioni, o sul lavoro femminile, che ha coinvolto anche aspetti privati della vita delle donne quali la maternità o il lavoro di cura.

(da C. Saraceno, Famiglie e stato)
‘……il rapporto stato ­famiglia può essere letto in due modi opposti: come una vicenda di progressiva invasione e controllo della vita individuale e familiare, in quanto delegittimante e destrutturante modi di regolazione e sistemi di valori tradizionali…..; viceversa come vicenda di progressiva emancipazione degli individui, che nell’intervento dello stato in quanto protettore e garante di diritti vedono una risorsa per contrastare i centri di potere ­familiari, religiosi o comunitari- tradizionali, con le loro gerarchie, sistemi di priorità consolidati, solidarietà anche coattive’
Da un punto di vista dell’evolversi delle politiche economico-sociali occorre distinguere tra stato assistenziale e stato sociale.
Nello stato assistenziale, storicamente collocabile a cavallo tra ‘800 e ‘900 fino alla seconda guerra mondiale, vengono messe in atto politiche di sostegno rivolte unicamente ai ceti meno abbienti e ai cittadini che si trovano in condizioni di particolari difficoltà, nello stato sociale l’utenza non è più ristretta a delimitate categorie, ma si riconosce all’intera popolazione che le proprie aspettative di benessere vengano soddisfatte dall’apparato pubblico.

(da L. Balbo e M. Bianchi, ‘Ricomposizioni’)
Il secondo dopoguerra segna “l’epoca d’oro del welfare state” ed in particolare ” il sistema di capitalismo maturo è vincolato dall’impegno a estendere a tutti quelli che sono chiamati i diritti di cittadinanza (accesso ai beni o ai servizi fondamentali o al benessere), ma le condizioni strutturali del capitalismo rendono per definizione non realizzabile questa promessa di accesso universalistico ed egualitario alla cittadinanza…………..Cruciale è allora l’intervento dello stato e dello sviluppo del welfare state e delle politiche dei servizi pubblici” al fine di dare risposte soddisfacenti alle crescenti aspettative e domande di benessere diffuse tra i cittadini.
Interlocutore ed obiettivo privilegiato delle politiche sociali è la famiglia, in quanto lo stato sociale interviene soprattutto negli ambiti della riproduzione e della soddisfazione dei bisogni:

(da C. Saraceno, Famiglie e stato)
“dall’istruzione ai servizi per la salute, dall’assicurazione di un reddito minimo in caso di disoccupazione, fino alla cura e all’assistenza degli individui non autosufficienti (bambini, adulti o anziani invadili)………Trasferimenti monetari sotto forma di sussidi vari o di pensioni e sistema dei servizi sociali, sia quelli di tipo più universalistico, come la scuola o il servizio sanitario, sia quelli opzionali alle persone, come i nidi, le assistenze domiciliari e i consultori, costituiscono le forme di questo intervento dello stato sul terreno della riproduzione…………Ciò non significa necessariamente che lo stato sottrae alla famiglia compiti che un tempo le erano propri, bensì che ne diventa un interlocutore ed insieme un partner forte, laddove un tempo il soddisfacimento dei bisogni era affidato esclusivamente alle famiglie: cioè alla loro differente disponibilità di risorse e capacità di soddisfare i bisogni dei propri membri.”
Molteplici sono le conseguenze della nascita della società dei servizi soprattutto per quanto riguarda l’occupazione femminile, dal consolidarsi di una vasta professionalità femminile nel terziario, alla diversa organizzazione del lavoro familiare fino alla nascita di una nuova identità femminile nel lavoro, complessivamente produttivo e riproduttivo, che la categoria della doppia presenza bene mette in evidenza.

(da C. Saraceno, Famiglia e stato)
Infatti,” è in questo intreccio tra lavoro familiare lasciato e richiesto e lavoro familiare sostituito dai servizi, che si disegna la doppia presenza femminile: un nuovo modello di organizzazione della vita femminile adulta, ma anche un perno centrale nel sistema dei servizi e più in generale nella divisione sociale del lavoro di riproduzione.”

DOPPIA PRESENZA E DOPPIO LAVORO

La categoria della ‘doppia presenza’ sta ad indicare sia un dato strutturale che una dimensione culturale che un vissuto soggettivo delle donne adulte nella cosiddetta società dei servizi; complessivamente la ‘doppia presenza’ indica il segno della differenza di genere, in quanto è un’esperienza che riguarda unicamente le donne e che connota profondamente la condizione femminile.
A partire dagli anni ’70 l’occupazione femminile si avvia verso una crescita progressiva. Oggi non è anomalo che la donna sposata abbia un lavoro: ma è ancora pressochè impossibile averlo a condizioni diverse dalla presenza interrotta e poi della doppia presenza.
Anche se le donne si sono sempre divise tra lavoro e famiglia, il dato della doppia presenza, costituito da fasi di presenza-assenza sul mercato e nell’organizzazione familiare, si è istituzionalizzato, in quanto i costi di questo doppio ruolo sono diventati più tollerabili sia per le donne, che per la società che per il mercato del lavoro.

(da L. Balbo, ‘La doppia presenza’.)
“……di fatto è diventata possibile la presenza part-time nell’organizzazione familiare e si è diffusa la domanda e la corrispondente offerta di presenza part-time sul mercato del lavoro. Le donne scelgono una vita di doppia presenza e il sistema sociale si organizza in modo che in certe fasi di vita delle donne si utilizzi appieno il potenziale di lavoro per il mercato, in altre il potenziale di prestazioni per la famiglia, in altre ancora una combinazione di entrambe.”
Anche il mercato del lavoro risulta funzionale al dato della doppia presenza; poichè le lavoratrici sono presenti sul mercato del lavoro a condizioni particolari, il mercato le costringe a concentrarsi in determinate occupazioni del terziario nelle quali il costo del lavoro femminile non risulta eccessivamente gravoso.; gli effetto sono quelli della femminilizzazione di queste professioni e della segregazione orizzontale sia formativa che occupazionale; le donne si dirigono verso quelle occupazione a larga maggioranza femminile che proprio perchè tali risultano svantaggiate sia da un punto di vista remunerativo che di progressione di carriera.
In una prospettiva socio-culturale la figura della donna che lavora in una condizione di parità con l’uomo e della casalinga che opera in una disponibilità ininterrotta ai bisogni altrui sono sempre meno realistiche;

(da L. Zanuso, ‘La ricerca del lavoro femminile’)
“tutte le donne che vengono rilevate come attive sono contemporaneamente casalinghe………….; la grandissima maggioranza delle donne che risultano inattive ha avuto una o più esperienze di lavoro per il mercato, ne conosce i costi e i vantaggi.”
Se questo è vero, tanto più a livello soggettivo non c’è una scissione all’interno del lavoro complessivo svolto dalle donne. Doppia presenza non sta ad indicare solo un doppio ruolo ma un particolare modo di essere.; doppio lavoro indica una gerarchizzazione tra responsabilità familiari e lavorative e una partecipazione sequenziale a due organizzazioni temporali forti, mentre doppia presenza indica lo stare contemporaneamente in due realtà diverse, cercando di conciliarle e di ricomporle in unità.
Pertanto, se è realistico per le donne dovere affrontare prestazioni, comportamenti e progetti radicalmente diversi, esiste anche la possibilità e la disponibilità a praticare un progetto giocato a più livelli e in più ambiti nei quali la donna si trova a transitare: la famiglia, la comunità, il lavoro, i servizi, i luoghi dell’azione collettiva.”

LAVORO DI SERVIZIO E PRODUZIONE AL FEMMINILE

Al concetto così articolato di doppia presenza è legata un’ altra categoria esplicativa del lavoro femminile a partire dagli anni ’70; il modo di produzione femminile.
Questo sta ad indicare quella tipica esperienza femminile di trasferire modalità e logiche del lavoro di cura, in particolare della relazione madre-figlio, nel lavoro professionale.
E’ anche questa modalità configurabile come una strategia, almeno a livello soggettivo, di conciliare i due ambiti, elaborando un modo di produzione tendente immediatamente alla soddisfazione dei bisogni ed elaborante rapporti caratterizzati dalla capacità di “comportamento espressivo, non strumentale, orientato non tanto alla realizzazione di obiettivi futuri definiti, quanto a strutturare il flusso dell’affettività.”

(da U. Prokop, ‘Realtà e desiderio: l’ambivalenza femminile’).
D’altra parte è anche vero il contrario, ossia che il lavoro professionale influisce sulla vita familiare, nella quale la donna tende a trasferire capacità di organizzazione, di efficienza e di pianificazione dei compiti.
Tutto ciò dà idea di quanto il lavoro femminile sia una realtà complessa e multiforme.
Sia nelle funzioni familiari che in quelle per il mercato le donne a vario titolo erogano o utilizzano servizi che soddisfano bisogni in un’attività continua di ‘patchwork’, ossia letteralmente di incastrare e comporre insieme pezzi discontinui.
Infatti, doppia presenza è la capacità di mettere insieme le diverse risorse disponibili, il dare ordine e senso all’organizzazione quotidiana, il combinare le risorse in concreto, caso per caso disponibili.

CONCLUSIONE

(Da L. Zanuso, Gli studi sulla doppia presenza: dal conflitto alla norma)
“Dall’analisi dei lavori femminili nel lungo periodo si ricava l’evidenza di una straordinaria continuità nel tempo della concentrazione femminile in pochissimi e specifici canali occupazionali che in tutto il secolo hanno assorbito la quasi totalità delle occupate ……………ed è difficile non notare quante di queste attività riflettono, per il contenuto e per il contesto in cui si svolgono, l’attività femminile non di mercato: lavori, in una parola, che riflettono e riproducono le rappresentazioni collettive circa l’identità femminile rispetto a quella maschile.
Se dunque è vero che molto è cambiato riguardo ai livelli e ai modi di partecipazione al lavoro delle donne, è altrettanto vero che la divisione sessuale percorre tuttora in modo profondo anche il lavoro per il mercato, e che la semplice partecipazione non è un buon indicatore del grado di emancipazione femminile.
Anche qui, è più nei nessi tra le varie attività svolte dentro e fuori il mercato, e nella loro mutevole combinazione nel tempo storico e biografico, che può essere rintracciato e valorizzato il grado e il senso del mutamento della presenza femminile….”

 

(fonte: http://www.ecn.org/reds/donne/cultura/formadonnelavoro900cont2.html)

 

(immagine dal web)

 

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