Questione femminile, questione Italia

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Dagli anni delle conquiste, all’oggi.
L’asimmetria di genere è ancora fortemente radicata nonostante l’istituzione di organismi volti al superamento del divario di trattamento fra uomini e donne nell’ambito del lavoro. Le politiche di sostegno che affrontano di petto ‘la questione femminile’ sono purtroppo inesorabilmente ferme al palo. Questo articolo, della fine di gennaio del 2012, ci consegna uno spaccato della situazione di quei giorni, ma a oggi, le politiche economiche adottate dal Governo attuale e la crisi economica hanno peggiorato ulteriormente la situazione.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

[Articolo apparso su YouTrend qui]

Il 26 gennaio scorso (2012, ndr) l’associazione “Pari o Dispare” ha riunito a Palazzo Giustiniani rappresentanti di istituzioni, enti, partiti, associazioni, università e media per discutere del mondo del lavoro e delle politiche di genere nella seconda edizione del convegno “Questione Femminile, questione Italia”.

A presiedere i lavori Emma Bonino, coadiuvata dalla Presidente di Pari o Dispare, Cristina Molinari, mentre ad intervenire vi sono stati relatori d’eccezione quali il Ministro Elsa Fornero, l’amministratore delegato di Italia Lavoro, Paolo Reboani, e le senatrici Rita Ghedini (PD), Maria Ida Germontani (PdL) e Anna Bonfrisco (PdL). È in questa sede che si sono affrontate tematiche inerenti alla domanda di lavoro insufficiente e penalizzante per le donne, la scarsezza qualitativa e quantitativa di servizi sul territorio, il contesto culturale che non valorizza l’affermazione professionale femminile in un periodo in cui le donne italiane, rivestendo ruoli di potere, sembrano poter modificare la situazione che vede il Paese nelle ultime posizioni europee in tema di pari opportunità.

È innegabile il contributo eccezionale che le donne hanno apportato al mondo del lavoro negli ultimi trent’anni; già nel 2007, il giornale Economist ha valutato il contributo del lavoro femminile alla crescita globale come maggiore rispetto a quello apportato dalla Cina. L’occupazione femminile è infatti da considerare non solo come condizione indispensabile per la loro autonomia ma come un’occasione per lo sviluppo dell’intera società. Lo confermano le stime della Banca d’Italia, le quali ci comunicano che se si raggiungesse il tasso di occupazione femminile del 60% previsto dal Trattato di Lisbona, il PIL aumenterebbe del 7%. Nonostante questo inequivocabile dato, metà della popolazione continua a soffrire di discriminazione a tutti i livelli, tanto che il rapporto 2012 della World Bank Gender Equality and Development parla di “fallimento del mercato”. Sebbene in analoghi casi di failure ci si sia preoccupati di creare autorità indipendenti con il compito di regolare il mercato e il funzionamento dello stesso, ad oggi ancora non si è ritenuto necessario supervisionare le distorsioni discriminatorie subite dall’offerta di lavoro femminile.

A riportarci alla realtà ci pensa l’Istat, che mette in luce come ad oggi siano occupate solo il 46,1% delle donne, con divari significativi a livello territoriale (56% Nord, 51,5% Centro, 30,4% Sud). La crisi ha poi accentuato il divario tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne madri al mercato del lavoro: soprattutto nel caso delle giovani generazioni, si registrano forti difficoltà di conciliazione tra attività lavorativa e impegno familiare. Così, più di 1/5 delle donne con meno di 65 anni occupate, o che sono state tali in passato, dichiara di aver interrotto l’attività lavorativa nel corso della vita a seguito del matrimonio, di una gravidanza o per altri motivi familiari, contro appena il 2,9% degli uomini.

Preoccupa poi il dato secondo cui l’interruzione del percorso lavorativo in occasione di una gravidanza, nella metà dei casi, non è il risultato di una libera scelta: quasi il 9% delle lavoratrici madri sono state licenziate o messe in condizione di lasciare il lavoro perché in gravidanza, e solamente 4 su 10 hanno poi ripreso il percorso lavorativo. Stando all’ultimo rapporto di “Italia Lavoro”, a doversi confrontare col c.d. fenomeno delle “dimissioni in bianco” sono soprattutto le giovani generazioni, le donne con titolo di studio basso, le operaie, le impiegate nell’industria e le residenti nel Mezzogiorno: spesso, in questi casi, le interruzioni si trasformano in uscite prolungate dal mercato del lavoro e possono ricondursi alle dimissioni forzate.

Il problema ha radici profonde e nasce dalla mancata volontà di riconoscere l’importanza delle donne nel mondo del lavoro e di evitare che la differenza biologica per eccellenza tra i generi, la maternità, sia fattore decisivo implicante un’inevitabile rinuncia al lavoro da parte della donna, impedendole così di contribuire maggiormente alla crescita ed al benessere della famiglia e del sistema Paese tutto. Infatti, laddove le politiche di conciliazione lavoro-famiglia non hanno ancora realizzato la flessibilità organizzativa caratteristica di altri paesi europei, lo squilibrio nella distribuzione dei carichi di lavoro complessivi nella coppia e l’organizzazione dei tempi delle persone risentono di una forte asimmetria di genere, che interessa tutte le aree territoriali e tutte le classi sociali, di modo che solo il 55,5% delle madri tra i 25 e i 54 anni risultano occupate, a dispetto di una percentuale pari al 90,6% dei padri (fonte: rapporto Istat).

Di fatto, è proprio la maternità che porta le donne ad essere considerate nel mercato del lavoro come una seconda scelta, iniquità sociale che potrebbe essere superata, non tanto attendendo un comportamento virtuoso rispetto al principio d’equità tra i generi da parte delle aziende, quanto fornendo loro mirati incentivi economici. A rendere meno gravosa la mole di lavoro che ricade sulle spalle delle donne, per le quali è sempre più difficile conciliare gli impegni dentro e fuori casa, vedendosi tra l’altro precludere possibilità di carriera, potrebbe anche aiutare la diffusione di misure quali le diverse forme di voucher per l’acquisto di servizi di cura. Come testimoniato dal rapporto di “Edenred Italia”, in una prospettiva di genere tali strumenti permettono di raggiungere obiettivi quali l’emersione del lavoro nero, la creazione di nuova occupazione e la professionalizzazione del settore dei servizi alla persona.

In conclusione, nell’affrontare la questione femminile e, pertanto, la questione Italia, non può prescindersi da un necessario cambiamento culturale volto all’equa condivisione dei carichi di famiglia all’interno della coppia e all’innovazione delle aziende, le quali devono impegnarsi per spezzare la catena che le vede oggetto di uno stigma sia etico che di business. In un tempo caratterizzato da scarse risorse e crisi economica, la riflessione sul modello di welfare sostenibile è centrale e bisogna iniziare da subito: la crisi declinata al femminile potrebbe infatti tradursi in nuove e positive opportunità di cambiamento.

 

(immagine dal web)

 

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