Le tante facce del Primo Maggio delle disuguaglianze

pozzallo

di Luca SOLDI

Il Primo Maggio del 2015 avrà di sicuro più di un motivo per essere ricordato.
Fino dalla vigilia, con i dati Istat, magari non ancora definitivi, ma che hanno rammentato una drammatica situazione occupazionale.
Quella di un Paese al quale era stato offerto il calice amaro di un Jobs Act che invece continua a mostrare tutti limiti che erano stati evidenziati “da quelli che remano contro” senza che per questo, a distanza di mesi, niente abbia contribuito ad apprezzarne i vantaggi.
Senza che sia stato neppure possibile valutare concretamente tutte quelle famose potenzialità così tanto decantate a lungo.
Ma la “Festa del Lavoro” quest’anno aveva un concomitanza decisamente importante, eccezionale.
Scegliendo i tempi con consapevolezza, infatti, la si era far voluta coincidere con l’evento universale dell’EXPO 2015.
Decisamente un’occasione di portata storica, fonte di polemiche, di scandali ma anche di indubbie opportunità. Un’occasione che il premier Renzi ha saputo cavalcare con il solito sapiente opportunismo.
Ricordando che in Italia non e’ divisa fra Nord e Sud, fra sinistra e destra, fra ricchi e poveri, ma piuttosto fra il “noi”, quelli che come lui vogliono le riforme, lo sviluppo, la crescita sociale, il bene ed il “loro”. Gli altri.
Quelli che invece vogliono la conservazione, la stagnazione, la tutela delle posizioni acquisite, la preservazione dei diritti di pochi a scapito di quelli dei molti.
Ponendo così in risalto il teorema caro a Renzi, quello della semplificazione politica.
Con la volontà di evidenziare, una volta ancora di più, quanto l’esecutivo abbia bisogno e ricerchi di continuo, uno schieramento avverso, anche trasversale, fra tutte le opposizioni.
Una barricata opposta che impersoni tutto quanto di vecchio e di male affligge il Paese
.

Il Primo Maggio al tempo del lavoro precario, al tempo del Jobs Act, ha avuto anche la sua manifestazione unitaria dei sindacati a Pozzallo.
A testimonianza, che la presenza di un Sindacato, in questa terra di confine, rappresenta oltre al sentimento di solidarietà, anche quella che può prefigurarsi in una nuova capacita di comprendere lo sviluppo degli eventi.
Di trovare la consapevolezza, di essere ancora l’unico baluardo a difesa di una galassia ormai non più identificabile in un unica “classe” o generazione.
Bensì in un mondo pieno di volti dai mille colori, di giovani precari, di ragazzi frustrati, di famiglie disperate, di cinquantenni rassegnati e non solo quello legato alle pratiche burocratiche dei propri anziani pensionati.
E questo e’ stato anche raccontato anche da altri centinaia di cortei che hanno attraversato le strade delle nostre città.
Luoghi, assieme, di vita e di contraddizioni, ormai ben lontani da quei distretti del manifatturiero che il mondo ci invidiava.
Luoghi dove le periferie industriali hanno ormai lasciato lo spazio ad anonimi centri commerciali.

E qui ci siamo trovati di fronte a persone che mentre tornavano a casa, venivano raggiunte dalle notizie che in quella stessa Milano, trasformata nel palcoscenico delle ultime speranze di un’intera Nazione, altri giovani, ormai dati “persi”, probabilmente per sempre, mettevano a ferro e fuoco una città che consideravano nemica.
Probabilmente non i “quattro teppistelli figli di papà”evocati da Renzi, ma neppure le avanguardie di un sentimento di protesta che ormai sta dilagando.
Giovani e meno accomunati dal ritrovarsi emarginati e senza alcuna attenuante.
Antagonisti a tutto tondo che in modo organizzato e non proprio da “teppistelli”, hanno distrutto quello che incontravano, andando alla ricerca dello scontro gratuito.

Questo avveniva mentre altri giovani, con gli stessi problemi, magari con le solite rabbie, a Roma, come a Taranto, in quei momenti, in quelle stesse ore, assistevano ai concerti del Primo Maggio e cantando loro stessi, danzando, sfogavano la voglia di giustizia e quella di stare insieme.
Accomunati tutti, dalla necessità di avere, nel loro futuro, l’obbiettivo un lavoro dignitoso.
Magari aggiungendo, proprio nel nome di quel ritrovarsi insieme, la speranza che permetta di sentirsi compresi, almeno per un giorno.

Ma la parabola degli accadimenti che hanno fatto del Primo Maggio 2015 il fulcro di questi ultimi giorni si è chiusa con una nuova doccia fredda.
L’Ocse, l’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato, con un corposo studio frutto dell’analisi di questi mesi, rattizza le polemiche.
Quelle che il Premier Renzi tende solitamente ad attribuire ai soliti “gufi” che trovano piacere nel denunciare le crisi del Paese.
Una ricerca che ci ha rammentato che siamo ormai il quarto paese dell’area Ocse per percentuale di disoccupati di lunga durata (ovvero, persone che non lavorano da un anno o più) sul totale dei senza lavoro.
In un impietoso rapporto dedicato all’Italia e rientrante nella serie ‘Oecd360’ che riguarda, con studi e ricerche monografiche, le varie economie dell’area.
Risulterebbe così che in Italia, dal 2007 al 2013 la quota di disoccupati di lunga durata, sul totale dei disoccupati, in pesante crescita dal 45% a quasi il 60%.
Una percentuale decisamente fuori controllo, superata solo da Irlanda, Grecia e Slovacchia.
Dunque nonostante un reddito medio disponibile pro capite delle famiglie, pari a 24.724 dollari all’anno, superiore alla media Ocse (23.938 dollari l’anno), risulterebbe in Italia “un notevole divario tra i più ricchi e i più poveri”.
A conferma e dimostrazione di quanto la forbice che risulta evidente anche ai più sprovveduti ha fondamenti anche negli studi dell’istituto internazionale.

La conclusione dell’Ocse non lascia davvero spazio ad interpretazioni o strumentalizzazioni, come vorrebbe un esecutivo sempre pronto a defilarsi dalla comprensione dei veri obbiettivi da colpire:
“Il 20% più ricco della popolazione”, si legge nel rapporto, “guadagna quasi sei volte di più del 20% più povero”. C’è un altro “noi-loro” a cui dovrebbe pensare Matteo Renzi, allora.

Sarà sufficiente tutto ciò a farci ricordare questo Primo Maggio del 2015?

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