5 maggio 2015. Uno sciopero PER la scuola. Per il futuro degli studenti

scuola

di Luca SOLDI

La rivoluzione copernicana della scuola imposta da Matteo Renzi, per bocca del Ministro Giannini, ha almeno il merito per ridare consapevolezza del ruolo a tutti coloro che operano nel mondo dell’istruzione.
Le aspre critiche verso una riforma che di buono sembra abbia solo qualche proclama, dopo aver attraversato platealmente con forti contestazioni la Festa dell’Unita’ di Bologna, arrivano domani alla prova di forza dello sciopero generale del 5 maggio, mai promosso e sentito, da tempo, in maniera così unitaria.
Contro le proposte del governo che impongono soluzioni solo a metà o addirittura peggiorative.
Infatti, su uno dei punti fondamentali come quelli del piano occupazionale, resterebbero fuori gli idonei all’ultimo concorso, in un primo momento assunti anche questi, e migliaia – forse più di 50mila – precari d’istituto, che dopo aver prestato servizio per anni, verrebbe dato il benservito. Inoltre il governo, al momento, non darebbe nessuna risposta alla sentenza che a novembre ha condannato l’Italia per abuso di precariato nella scuola.
Anzi, avverrebbe proprio il contrario, stabilendo che dopo tre anni di supplenze si verrebbe “licenziati”.

Un’altra novità sarebbe, nel nome di un efficienza da impresa manifatturiera, sarebbe quella di trasformare i dirigenti, i presidi in indiscussi ed indiscutibili manager.
Una novità che spaventerebbe perfino alcuni diretti interessati e terrorizza gli insegnanti che già immaginano una scuola con un deus ex machina o meglio di un “sindaco” che avrà il potere di fare il bello e il cattivo tempo.

Questo rappresenta, nelle prospettive di attuazione, uno dei pericoli maggiori in quanto molti degli insegnanti ritengono i loro dirigenti spesso non pronti, non adatti al ruolo di guida autonoma ed illuminata.
Ponendo così in risalto uno dei vecchi mali della scuola italiana cioè quello della formazione e del riconoscimento dei meriti nel mondo dell’insegnamento. Si cerca di risolvere i problemi proprio con la loro causa più virulenta.

Invece secondo il piano Renzi, le assunzioni e il preside “sindaco” contribuirebbero a realizzare quell’autonomia scolastica con risorse di personale ed economiche adeguate.

Sul punto dei finanziamenti oltre a quelli statali, verrebbero previsti altri due canali: l’eventuale destinazione alla scuola del 5 per mille dalla dichiarazione dei redditi annuale da parte dei genitori ed uno “school bonus”, corrispondente a delle donazioni in denaro da parte di privati.

Ma se da un lato gli istituti superiori potrebbero, in questo modo, aprirsi al mondo esterno con fondi da utilizzare per nuove opportunità di apprendimento, dall’altro, in modo assolutamente pericoloso verrebbero a concretizzarsi i pericoli di accentuare i divari tra scuole frequentate dalle élite e gli istituti ubicati in contesti disagiati.

Sui possibili condizionamenti da parte di finanziatori esterni arrivano le attenzioni di coloro che criticano l’intero impianto della riforma.

Temendo che la scuola venga piegata, orientandola eccessivamente sul lavoro perdendo, almeno in parte, la dimensione educativa che aveva cercato di tenere fino ad oggi.
Ed e’ stato questo il punto, quando la ministra Stefania Giannini ha iniziato a parlare alla festa dell’Unità di Bologna che ha fatto scoppiare la contestazione che l’ha costretta a scappare via fra urla e fischi.

Un’altro punto che ha alimentato le polemiche di quella riforma chiamata “La buona scuola” riguarda i contributi, i finanziamenti agli istituti privati.
Attraverso una deducibilita’ per la frequenza delle scuole paritarie – dell’infanzia e del primo ciclo – con un tetto massimo di 400 euro ad alunno per anno.
Uno scherzetto che di colpo costerebbe alla collettività 100 milioni di euro all’anno e si aggiungerebbe ai 472 milioni erogati ogni anno al sistema scolastico non statale.

Tutti questi motivi, insieme alla necessità di chiedere dei veri interventi su un patrimonio edilizio ancora in disfacimento, hanno imposto di proclamare per domani, martedì 5 Maggio, uno sciopero che porterà in piazza oltre mezzo milione d’insegnanti e di personale Ata nella speranza che solo da una prova di forza si possa entrare nel merito dei contenuti di un disegno di legge che modificato, possa far recuperare alla scuola italiana decenni di disinteresse.

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