Per non restare al buio

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Cari amici di sinistra, il mio è un appello, spero non sia inutile.
Nei giorni scorsi abbiamo tutti plaudito alla decisione di Giuseppe Civati di lasciare il PD ed il cuore di tanti si è aperto alla speranza che qualcosa si possa ricostruire a sinistra per opporsi a Renzi e alle sue schiere.

Nello stesso momento dell’annuncio scrissi un articolo raccomandando a tutti di non creare troppe aspettative, di avere pazienza perché la decisione sembrava facile per noi ma in effetti significava, per chi doveva prenderla, tante cose. Tante rinunce ed anche ammissioni amare di essersi sbagliati su fatti e persone, un bilancio che, visti i risultati, si colorava di rosso.
Però poi la decisione è stata presa. Oggi leggo tanti post che stanno andando incontro ad un’altra minaccia, che incombe sempre sulla sinistra. Si stanno già facendo considerazioni su quello che Civati dovrebbe fare, sulle alleanze, sulla direzione da prendere e questo significa creare aspettative, ma anche divergenze. Noi non ci accorgiamo che ci stiamo già dividendo prima di cominciare.

Ho letto anche di qualcuno che dice che se Civati va con un tale politico lui non l’appoggia. Non faccio nomi per non gettare benzina sul fuoco. Io credo che se vogliamo rispettare una scelta, se ne abbiamo compreso la gravità, il “tormento” interiore dobbiamo anche dare la possibilità a chi l’ha fatta di orientarsi, di rimettere in ordine le idee e vedere il da farsi.
Non credo che sia utile fare pressioni indicando poi la propria soluzione (che spesso si dà per unica, infallibile ed assoluta) e poiché noi di sinistra siamo fatti in un certo modo, c’è chi questa soluzione non la condivide.

Lasciamo decidere a Civati quale strada prendere, lasciamo a Civati il tempo di valutare fatti e persone, tra l’altro mentre in un primo tempo tanti avevano dichiarato che non avrebbero seguito l’esempio di Pippo, non passa giorno che non leggiamo altre defezioni che lo imitano. Incredibile: sembra che lo farà anche Fassina!

E più tempo passa, molti di più si aggiungeranno alla lista di quelli che scappano da Renzi e dal PD, per non essere complici di quanto di deteriore e di destra si sta approvando in quel partito.
Per cui chiederei a tutti di avere pazienza, non ha senso pubblicare foto di Civati con questo o con quel politico immaginando tutto il resto, creando quindi desideri, aspettative crescenti, narrazioni “mitologiche” che a tanti piacciono ma che possono non piacere ad altri. Perché poi si crea quella divisione che ha creato litigi e fratture invece di unità. Questo naturalmente non significa non parlarne, ma credo che per parlarne nel modo giusto ogni idea, suggerimento non deve uscire dal campo delle ipotesi, ben specificato, sennò rischia di diventare un programma vero e proprio ed è questo che dobbiamo evitare.
Abbiamo atteso tanto quel passo ora non credo che cambi molto attendere ancora le decisioni di Civati su cosa fare “da grande”.

Lo dico con tutta la mia passione politica, con tutta la voglia di ricostruire quanto è stato distrutto, e sono pronto in nome dell’unità a dare credito a chi ha avuto la dignità, il coraggio ed anche la forza di lasciare qualcosa che è stata la sua vita per essere coerente con i propri principi in rispetto di chi gli ha dato il proprio consenso elettorale.
Spero che questo appello sia preso in considerazione: oscurare anche questa possibile scintilla, significa condannarsi a restare al buio di ogni speranza per un futuro migliore.

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2 Pensieri su &Idquo;Per non restare al buio

  1. Giorni fa Civati, sul suo blog, ha pubblicato la lettera di Iacoboni ed ha invitato tutti ad esprimere la propria idea circa quello che ciascuno desidererebbe fosse la visione che dovrebbe caratterizzare il “percorso che faremo da oggi in poi e il nuovo spazio che siamo intenzionati a aprire”.
    Ho aderito all’invito ed ho “depositato” la mia di visione, che è la seguente:

    Io vorrei:
    -un partito che organizzasse un forte legame con la base e dove i quadri si rassegnassero a confrontarsi continuamente con gli iscritti;
    – un partito senza correnti, dove il dibattito produce posizioni condivise e non le manovre da corridoio cui ci hanno abituati, con conflitti mai risolti e ostinate riproposizioni di progetti già cassati;
    – un contesto dove l’esperienza storica e gli elementi ideologici che ci hanno formato e che abbiamo affermato non divengano una prigione di conformismo e occhiuta sorveglianza, dove sia possibile discutere e comprendere che se le istanze del socialismo reale hanno fallito, non per questo hanno funzionato quelle del capitale, e che dunque è necessario elaborare qualcosa di nuovo e vitale;
    – che il partito divenisse un’accademia dove, laicamente, si affrontano i problemi pratici che costituiscono la fatica di vivere e si pensi innanzitutto a come risolverli, consapevoli che quello che si dice deve essere quello che va fatto e che se è necessario passare da compromessi scabrosi, e talvolta è necessario, questo deve avvenire chiaramente, con trasparenza e sotto la vigilanza di istanze terze e costituite da un’ampia rappresentanza della base, puntando al loro superamento nel più breve tempo possibile;
    -una casa dove chiunque trova rappresentanza e dove ai giovani venga consentito, ma anche imposto, di esprimere le proposte che, alla fine, riguardano il loro futuro;
    – un contesto dove le ipotesi più ardite e più anticonformiste vengano valutate criticamente e non per la loro congruenza col bon ton partitico;
    – un ambito nel quale l’elaborazione della linea non diviene un rigido e angusto canale, ove ci si riduce a togliere più che a mettere;
    – Un partito, infine, dove il coraggio diviene paradigma; il coraggio di tentare, di proporre e anche di sbagliare, ma dove sia possibile anche ammettere di aver sbagliato per poter correggere e migliorare.

    Per darci una possibilità di emergere dalle secche nelle quali ci troviamo, credo proprio che dovremmo aderire all’invito di Paliotti.
    Anzi credo proprio che non dovremmo ostinarci a leggere a Civati le foglioline di té, preconizzando esiti futuri che, in realtà, non sono altro che desiderata e incapacità di sintesi e ascolto.
    Non è più il tempo di politicismi e risiko politico, anzi non lo è mai stato.
    Dove vogliamo andare, grosso modo, lo sappiamo tutti. Quello che dobbiamo curare e sviluppare sono il percorso e il modo di camminare, possibilmente non voltati all’indietro, a contemplare errori che si pretende non siano tali, ma semplici distorsioni.
    Prima di “spiegare” a Civati cosa deve fare dovremmo noi per primi capire cosa fare e metterci nell’ottica che se il meglio, come si dice, è nemico del bene, anche suonare ad orecchio è pericoloso.
    Noi dobbiamo situarci, con intelligenza e dinamismo, tra due limiti assai pericolosi. Da una parte un’ortodossia cieca alle contraddizioni della vita reale, dall’altra il pragmatismo che, con un’occhio alla tattica e l’altro chiuso, ci ha portati al renzismo.
    Dovremmo, dobbiamo, arrivare alla sintesi più ampia e verosimile possibile, sapendo che sarà cosa lunga e difficile.
    Se la visione di qualcuno è troppo autoreferenziale e rigida, pervasa di quelle mene egemoniche che sono sempre, sempre, state la nostra rovina, ebbene meglio lasciarlo andare. che vada pure a sbattere, ma da solo stavolta.

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  2. Per non restare al buio occorre evitare le attese. Da una parte un desiderio di palingenesi, dall’altra l’eterogenesi dei fini diventano il segno di questi tempi di gran confusione. Ma poi tutto si trasforma in aspettative disattese e in sottili distinguo che danno la misura della nave che va con nostromo e con equipaggio scadente.
    Per evitare di restare al buio, facciamo qualche passo indietro e vediamo come le cose andavano e facciamoci qualche domanda alla fine.

    «La prudenza. Vita activa e condizione umana.
    Un antico e famoso fiorentino attraversava la campagna del Mugello ai tempi in una stagione di pestilenza, quando venne invitato da alcuni giovani di note famiglie fiorentine – anch’essi in fuga dai miasmi della città – a discutere nel giardino della loro dimora sul vivere secondo virtù.
    Erano tempi tristi e la repubblica fiorentina, sempre divisa in fazioni, si riteneva – e forse era – un esempio di reggimento democratico. Il tumulto dei Ciompi aveva avuto i suoi esiti da alcuni lustri e le parti si erano ricomposte in rinnovati schieramenti. Le alleanze seguivano i corsi del denaro, il denaro le temperie dei mercati e le banche e le ambizioni facevano il bello e il cattivo tempo.
    Intorno ad un tavola – qualche brocca di vino, un frugale desinare al riparo di una quercia e dall’alea del tempo –, l’anziano uomo
    interrogato sulle cose della vita civile rispondeva a quei giovani che assai tempo dedicavano alle umane lettere: « Io non credo che il leggere vi faccia meglio vivere, né anche più virtuosi, però che il fine d’ogni bene è non quello intendere, ma secondo quello operare; et quanto più sa, tanto è peggiore chi segue gli appetiti non ragionevoli. Vero è che Idio ha seminato uno lume in tutti gl’ingegni humani, il quale chi accresce et non lo lascia da i vitii spegnere, sanza altra externa disciplina sufficiente è a bene et beatamente vivere. (…) La via ci è sì chiara che la troppa luce la ombra (…) ».
    Fatto sta che, dài e dài, l’anziano signore accondiscese a dare
    l’ammaestramento, che ci è giunto nella forma di un dialogo che
    ripercorre le tappe della vita, dall’educazione di un bambino appena nato, a quella di un giovane fatto e poi fino alla vecchiaia.
    Ad ogni età crescevano le qualità dell’uomo educato alla vita civile, quale modello dell’agire politico per eccellenza e competenza, già che Firenze era polis a tutto tondo.
    Di quel dialogo di allora in quattro libri, due libri sono occupati dalla descrizione delle quattro civili virtù: prudenza, fortezza, modestia e giustizia. Ma la prudenza sembra essere quella che sostiene tutta l’impalcatura del ragionamento.
    La prudenza – da non scambiare con la sapienza, che si occupa di conoscenze assolute e verità divine – è la capacità di conoscere le cose utili ed è esercitata da coloro che hanno memoria (il ricordo delle cose passate), intelligenza (sapere leggere e conoscere le cose del presente) e providentia (l’essere esperti « iudicatori delle cose che ancora facte non sono »). Questi sono i fattori del carattere per eccellenza del ‘politico’, che sa capire il mondo e le sue forze ed è capace di tradurre l’azione in un bene condivisibile dalla comunità.
    Ed è da qui, insieme alla buona condotta delle altre virtù, che nasce il premio per una vecchiaia degna di un cittadino eccellente e quindi di un uomo onesto.
    In grande sintesi è questa la Vita civile e l’ideale di vita attiva di un
    cittadino secondo Matteo Palmieri, uomo del Quattrocento,
    partigiano dei Medici, ma anche grande eretico, motivo per il quale pure da morto il suo corpo non ebbe pace.
    Da qualche altra parte riflettevo su altre cose non dissimili: «Davvero – come va il mondo! – strana è la storia degli uomini, perché forse sanno quando comincia, ma non sanno quando e come veramente va a finire».
    Con un po’ di pazienza e di buona fortuna, ne sapremo di più.»
    (mbarbarulo, I taccuini di oett@m, 2009)

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