La riforma della scuola: non fidatevi dei talk show

Michel-Martone-studenti

di Paolo HENRICI DE ANGELIS

Ad Otto e Mezzo, due imbonitori professionisti, Michel Martone – l’alfiere della meritocrazia senza meriti – e Francesca Puglisi del Pd, carichi di frasi fatte e paternalismo, a confronto con una ragazza, sveglia ma appena uscita da scuola.

Lilli Gruber (di cui ricordavo cose migliori) partecipa al leale confronto chiaramente convinta anche lei che i ragazzi che si oppongono alla “buona scuola” sono disinformati, sprovveduti, turlupinati e strumentalizzati.

Non ascolto quasi mai i talk show, perché tendo ad arrabbiarmi e perché è rarissimo che si senta un discorso non già sentito; e in realtà so poco della cosiddetta riforma. Ma sento benissimo il puzzo di propaganda e paternalismo.

“Lavoro intellettuale e manuale, il lavoro manuale è importante, la cultura italiana è stata grande per gli artigiani”. Chi si crede, Mao tse tung? Rossana Rossanda? Il rapporto tra lavoro manuale e intellettuale è diventato completamente diverso dagli anni 70; chi ne parla (con l’aria di insegnare qualcosa ad una minus habens), lavoro manuale giurerei che non ne fa affatto. Non è stato neanche a scuola, sembra, se no forse qualcuno gli avrebbe insegnato a non interrompere.

Sembra che basti fare un po’ di lavoro manuale e i problemi di occupazione spariranno. Come se la disoccupazione non fosse strutturale, gran parte dei lavori manuali non fossero stati sostituiti dalla tecnologia o trasferiti all’estero ecc.

Va a finire che la colpa della disoccupazione è della cultura “umanista”, in opposizione a quella pratica, aziendalista, anglofona e modernizzante, come se chi esce dai professionali o dai tecnici trovasse lavoro subito. Niente paura però: anche la cultura “umanista” c’è nella nuova scuola, dove c’è tutto e il contrario di tutto.

Per “lavoro manuale” poi si intende “presso qualche azienda” (Mc Donalds?, Call center?). La cultura umanistica è stata usata come distintivo di classe, lo sappiamo tutti, ma non è detto che sia sempre così. Che direbbe di una legge che fa annegare i profughi la cara vecchia Antigone, che fece tanto casino (una vera tragedia) solo perché la legge non permetteva di onorare un morto?
Comunque sfuggono sul punto importante: il potere non si tocca. Se va bene si ”ascolta”; se “ci si confronta” è grasso che cola; ma alla fine chi decide è il capo del governo, poi il ministro, il ministero, poi tutta catena di comando, i vari subcapetti fino ai presidi (il capo d’istituto?). Si chiamava Fuhrerprinzip. Poi è diventato “riportare ordine in fabbrica” (quando nessuno sente: “fargliela vedere agli operai”); però in democrazia, si perde la seconda parte del fuhrerprinzip, cioè che il capo che sbaglia poi la paga, o almeno dovrebbe.

Così il massimo rappresentante di quella scuola manageriale, un certo Romiti, dopo aver distrutto la Fiat prende un sacco di soldi e va a fare danni con la proposta del “più grande inceneritore d’Europa”, che con l’aiuto di amministratori (ahimé di sinistra) affascinati dalla tecnocrazia (e che di tecnologia non capiscono un tubo) mette in piedi uno dei disastri ambientali più incredibili (perché facilmente evitabile) d’Europa, quello dei rifiuti di Napoli.

Scusate, se ho divagato. Una delle “competenze” (si dice così?) più importanti da apprendere a scuola per me è quella della partecipazione e della gestione democratica del potere. Del conflitto come elemento di crescita, personale e collettiva. Dibattere, proporre, decidere, lottare se necessario, costruirsi un’identità anche nel conflitto. Di tutto ciò, non deve restare niente, per i nostri politici. Eppure vale molto di più che la capacità di fare fotocopie.

Qui però c’è anche un punto che capisco poco. Non so se gli insegnanti si oppongano al modo burocratico con cui li si vuole valutare, o alla valutazione in sé, che invece è necessaria. Credo, da quello che leggo, sia la prima opzione. Nell’esperienza scolastica di ciascuno di noi, e dei nostri figli, ci sono insegnanti ottimi (se siamo fortunati), che si ricordano per una vita con gratitudine; ma ce ne sono anche di pessimi, che danneggiano per una vita. Di questi che facciamo?

 

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