Il mito della Valutazione nell’età del Conformismo

conformismo

di Maria MORIGI

Sono un’insegnante pensionata che aspetta di essere risarcita. Quindi fortunata due volte, primo per aver potuto andare in pensione prima del fatale scioglimento del cervello, secondo perché – esente da sensi di colpa nei confronti dei giovani – riceverò ancora uno stipendio.

Non mi spetta, quindi, ma parlerò lo stesso di MERITOCRAZIA e di VALUTAZIONE, termini su cui si regge il sistematico lavaggio del cervello del popolo italico. Ogni giorno infatti viene proclamata la giustezza del Merito (rispetto alla raccomandazione o all’automatismo dello scatto di carriera) e in modo altrettanto convinto viene proclamata la necessità, ormai vissuta come inderogabile, di valutare l’insegnante per l’efficacia della sua azione educativa.

Sulla Meritocrazia affermo che chi ne parla tanto sembra ignorare:

1- il significato della parola Merito, cioè “Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie  capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore…”

2- Bisogna che ci sia qualcuno a riconoscerli pubblicamente, questi meriti. In caso contrario è un esercizio autoreferenziale di ipertrofia dell’ego. Insomma non bastano i fans che cliccano mi piace.  

3- Chi ha dei meriti reali o potenziali, forse non desidera affatto esercitare un potere, così come suggerisce “…crazìa”.

La Meritocrazia è cosa attiva e passiva. Subita passivamente è il segno di un complesso infantile di incapacità, scarsa autostima,  mancato riconoscimento… Qualcosa che affonda nei sotterranei di una coscienza offesa o ignorata. Altrimenti non si spiega perché la banale e ovvia Meritocrazia  (simile in questo alla comune “Tolleranza”) viene schiaffata dai suoi promotori attivi in ogni programma di ogni candidato, viene ribadita come un mantra e sventolata come bandiera di riscatto dalla barbarie. Non mancano d’altronde i fulgidi esempi di chi è stato studente fuoricorso per 16 anni e poi da bravo meritocratico incompetente è diventato parlamentare a presiedere commissioni–scuola.

Sulla Valutazione degli insegnanti dichiaro subito la mia visione partigiana: non ammetto, o meglio non sopporto, che chiunque abbia studiato con impegno e risultati, sostenuto concorsi, anche rimanendo nel limbo della precarietà per anni,  sia sottoposto a tale arbitrio spesso clientelare. No, non potrei tollerare di dover essere valutata da un dirigente burocrate che non ne sa di didattica e magari è pure mafioso.

Con buona pace di tutti io chiederei di avere il mio avvocato.

Si metta anche nel conto che l’insegnante potrebbe avere  incomprensioni col preside che avrà il potere di non riassumerlo o non pagare prestazioni di merito (ho litigato e piantato grane con quasi tutti i presidi della mia carriera scolastica e ne so qualcosa perché non aspettavano altro che andassi fuori dai piedi).

Però quello che mi piace meno è il senso sotteso ai concetti di Merito e Valutazione: cioè che noi genitori- insegnanti – studenti – comuni cittadini occupati e disoccupati stiamo abbracciando e condividendo incautamente la logica dell’Azienda. E siamo ormai forzati a farlo come se fosse un inevitabile portato della civiltà. Al di fuori dell’Azienda e del modo di produzione dell’Azienda sembra non ci sia futuro.

Valutati, selezionati, presi a calci  in modo funzionale agli obiettivi preventivati; POF, quasi un piano quinquennale,  diventa la foglia di fico del dirigente che, a ben guardare, ha il Merito di essere analfabeta su tutto, tranne che sulle sue clientele e il suo proprio familismo.

E infine, diciamolo chiaro, anche la Valutazione delle prove di ogni allievo – quella che il docente compie per dovere- deve essere trasparente e relativa alle capacità dell’allievo stesso, oltre che attenersi a criteri concordati.

Non può diventare un procedimento asettico-tecnico-oggettivo da prove Invalsi, come ci vogliono far credere i guru della Comunicazione perfetta. E’ soggetto a ripensamenti e modifiche di rotta. Ogni insegnante responsabile questo lo sa, come sa che costa fatica riuscire a non appiattire la personalità dell’allievo, ma offrirgli la possibilità di auto-correzione. E costa davvero fatica riuscire ad aggirare le tagliole delle “griglie di valutazione” concordate per buona pace di tutti… perché non è come timbrare il cartellino d’entrata o di uscita.

 

(immagine dal web)

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8 Pensieri su &Idquo;Il mito della Valutazione nell’età del Conformismo

  1. Che dire, forse è un mondo fatto al contrario quello in cui viviamo, non ce ne rendiamo conto perché forse costa fatica pensare quello che non appare, meglio quindi accettare senza pensare, cioè sottomettersi.
    Ottimo articolo Maria!
    Buona serata.

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  2. Senti Maria ho letto il tuo articolo e lo condivido in alcuni punti ma essendo un’insegnante anche io oramai al 35 anno di ruolo ti chiedo cosa suggerisci per quegli insegnanti che una volta avuto il posto sicuro si è comodamente seduto sulla poltrona del suo completo non aggiornamento e sul fare il minimo tanto per tirare avanti al limite della professionalità???Hai capito di che tipo di insegnante sto parlando..l’avrai incontrato anche tu in qualche scuola penso…..

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    • Cara Patrizia, tu metti il dito nella piaga (sempre esistita e in ogni campo) rappresentata da coloro che “si siedono” nella posizione raggiunta del posto sicuro e “tirano avanti”. Purtroppo ne ho conosciuti tanti anch’io… ma non ho ricette per pretendere di guarire la totale mancanza di motivazioni. Provo (e ho provato) una gran pena nel vedere a quale degrado può ridurre l’acquisizione sicura di quello che viene vissuto come un diritto inalienabile.
      Comunque penso che non si allevia questa piaga con le misure premianti contenute nella “buona scuola”. Non c’è cura alcuna per la mancanza di dignità!

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  3. Cara Maria, voglio commentare il suo articolo, senza portare avanti posizioni ideologiche ma semplicemente esponendo delle sincere perplessità di fronte alle opinioni e al quadro generale da lei sotteso nel suo intervento. Per prima cosa, mi chiedo se secondo lei esistano oggettivamente dei problemi nel sistema scolastico italiano, quali siano e come possono essere affrontati perché il suo articolo sembra esprimere unicamente una critica al tentativo odierno di riformarla, senza nulla concedere ad una visione critica dello stato attuale delle cose (a prescindere dal prendere posizione nei confronti della attuale riforma in programma, cosa che lei ha già fatto espressamente). Per quanto concerne la questione del merito, rilevo che lei ne critica profondamente i presupposti, senza chiarire il punto fondante della questione… o forse sì, accennando eventualmente alla pretesa logica aziendale che vorrebbe oggi informare di sé ogni ambito compresa la scuola. Così facendo sfiora il nodo centrale della questione, legando il merito ad una visone “aziendale”, a cui a mia volta chiedo: per quale motivo sarebbe così disdicevole? non deve forse la scuola preparare i giovani studenti al mondo del lavoro in cui entreranno un domani? La scuola deve certamente formare la coscienza critica di un cittadino… pur tuttavia il suo ruolo di formazione di giovani che potranno affrontare un domani il mondo del lavoro in maniera qualificata non mi sembra una funzione sociale di minore importanza, e parlando di questo mi riferisco sia alle scuole superiori di tipo tecnico professionale e ai licei che (almeno nella maggior parte) formano i futuri studenti universitari, sia alle università stesse. E qui si inserisce la questione fondamentale del merito; un cattivo insegnate non rende semplicemente lacunosa la “coscienza critica di un cittadino” ma viene meno a quella importante funzione di dare gli strumenti pratico-conoscitivi, ad esempio, a studenti di più bassa estrazione sociale. E questo è tanto più evidente nelle università dove il c’è il completo distacco di istruzione e mondo del lavoro (potrei, a questo proposito, dichiarare la mia simpatia per l’abolizione della validità legale dei titoli di studio, validità che ha portato le lauree ad essere praticamente carta straccia nell’attuale mondo del lavoro, dove la valutazione delle capacità del neoassunto passa per altri sistemi di valutazione e per le possibilità economiche che hanno gli studenti di permettersi costosi corsi professionali o master). Parlando invece in concreto di sistemi di valutazione degli insegnanti e degli studenti, condivido con lei la perplessità di istituire una figura di dirigente scolastico con così ampi poteri (figura burocratica che si presta a vizi clientelari di vario tipo) e in questo c’è sicuramente bisogno di un ampio di battito privo di ideologismi su quale sia la soluzione più adeguata (fermo restante, almeno da parte mia, la necessità di un qualche tipo di intervento); parlando invece della parte finale del suo articolo, non mi trovo d’accordo sulla sua visione critica del così detto nozionismo come base di un sistema valutativo. La conoscenza e l’apprendimento delle nozioni è un presupposto fondamentale dell’insegnamento scolastico, non fosse altro perché risulta determinante nella formazione anche “professionale” dello studente (come accennavo sopra) soprattutto per quanto riguarda materie tecnico-scientifiche; e soprattutto un tale sistema di valutazione non vuole svalutare o degradare l’insegnamento ad un mero trasferimento di nozioni ma semplicemente ad affermarne l’importanza determinante e soprattutto stabilire un criterio più facilmente applicabile e oggettivo di valutazione. Voglio fare un’ultima osservazione riguardo alla sua risposta al commento di Patrizia: da quello che si intuisce, lei getta completamente la spugna di fronte a quei professori che “si siedono sulla poltrona” e tirano avanti senza che nessuno possa provvedere a questa situazione… cosa succede se questi “professori” non sono più un’esigua minoranza? Qui mi sento chiamato in causa come giovane studente universitario che conosce bene la scuola di oggi. Vedo intorno a me studenti ed ex studenti carenti nella nozionistica fondamentale a causa dei suddetti professori, che si trovano in seria difficoltà di fronte al mondo del lavoro (e molti spesso non hanno nemmeno quella seria coscienza civile che un cittadino dovrebbe avere)… Di fronte a una situazione come questa come possiamo agire? Dobbiamo far finta di niente? Ignorare che la nostra economia si basa, volenti o nolenti, sul libero mercato in cui le conoscenze e le capacità (il merito?) costituiscono l’aspetto fondamentale (o almeno dovrebbe essere, non sempre in italia è così…)? (mi scuso per la lunghezza del commento, volevo solamente esprimere compiutamente, per quanto possibile, il mio pensiero).

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    • Il commento di GIOVANNI è assai superficiale, perchè ignora che dietro le carenze di chi opera in qualsiasi settore della VITA SOCIALE ( Scuola, Sanità, Giustizia,….. ) c’è il comportamento IRRESPONSABILE di chi ha nelle proprie mani l’ESERCIZIO DEL POTERE STATALE. Il primo compito di un ANALISTA SERIO è quello di individuare le deficienze del POTERE GOVERNATIVO. Quando nella vita di una FAMIGLIA ci sono carenze e aspetti negativi, la prima ricerca da fare è quella , che riguarda il comportamento dei GENITORI. Chi sta in alto porta il peso delle principali RESPONSABILITA’ .

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      • Condivido, il senso dello Stato (ancor più che dell’esercizio del potere statale) è pessimo in Italia… forse è per questo che non si fa che parlare di Responsabilità e di atteggiamenti irresponsabili!

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    • Caro Giovanni,
      il tuo intervento è ponderato e tanto ricco di interrogativi e sollecitazioni da far sembrare le mie esternazioni alquanto approssimative- sbrigative (e in realtà lo sono perché -come avete capito tutti- io ho ormai perso la pazienza!). Mi spiego quindi meglio: la Scuola italiana, già discretamente riformata nei decenni passati, è una delle migliori in Europa quanto al quadro programmatico-normativo generale e anche al quadro partecipativo (faccio un confronto -che sono in grado di fare- con la scuola primaria e secondaria francese. Invece con l’Università francese, dove insegna mia figlia, non sono possibili paragoni: noi siamo mal messi!). Nelle ultime nostre riforme si è spiacevolmente manifestata una forma di efficientismo che ha annullato l’importanza formativa di certe materie come Storia dell’Arte o Geografia, ma sostanzialmente il quadro generale tiene, tanto che i nostri studenti -non ho paura di affermare- sono molto più preparati criticamente e metodologicamente degli stessi tedeschi o francesi. La carenza della Scuola italiana sta proprio nel settore scuola-lavoro, nella preparazione professionale e tecnologica (vedere che fior di licei tecnici ci sono in Germania e in Francia!). Quindi per non dilungarmi troppo, il problema della valutazione degli insegnanti secondo me è un falso problema e neppure una questione ideologica… purtroppo penso sia un modo per depistare, se non addirittura di ignorare la necessità di una visione organica dell’Educazione e della Formazione. In altra sede ho sostenuto infatti che questa riforma di oggi mi pare più una lista della spesa, di cui studenti e insegnanti possono anche fare a meno, fatte salve le assunzioni del contingente precario.
      Sono sicura che non ho risposto a tutto, ma ti ringrazio per l’intervento.

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