La ragazza ariana e gli elettori della ruspa

rom-diritti

di Francesco FINUCCI

Da qualche tempo gira su Facebook un’immagine che è assieme potente e sgradevole. L’immagine pone assieme due foto. Da una parte c’è una foto storica, quella di una ragazza che – in seguito all’imposizione delle leggi razziali in Italia – con un sorriso disgustoso incolla sulla vetrina del proprio negozio la scritta: “Questo negozio è ariano”. Dall’altra parte è posta un’immagine contemporanea – difficile dire se vera o un fotomontaggio – nella quale degli elettori di Salvini seduti ad un tavolo mostrano orgogliosi un altro cartello: “Campi rom? Ruspa!”.

La prima immagine è Storia, e sul tema della seconda si sono scritti recentemente fiumi di parole, perlopiù senza il minimo risultato. Ciononostante, qualcosa si ha il dovere di dirlo, e non sarà piacevole.

Almeno da quando Matteo Salvini ha recuperato la Lega Nord in una nuova chiave nazionalistica, mettendo i rom nella strada tra l’italiano medio e la felicità, numerosi sono stati i tentativi di screditarlo.

Si cerca – oggi più che mai – di costruire una teoria intellettuale solida che permetta di disinnescare la retorica della Lega 2.0. Si fa notare che i rom sono meno dell’1% della popolazione. Si spiega che dove c’è un rom che brucia materiale nocivo c’è un italiano che porta materiale da smaltire illegalmente. Si è costretti ad umiliarsi intellettualmente spiegando che i rom non rubano i bambini, e che i rom sono una cosa, i romeni un’altra. La lezione alcune volte è più difficile, ad esempio quando si spiega che i rom non sono necessariamente nomadi, che questa è stata un’idea malsana di chi ha deciso di metterli nei campi “perché a loro piace stare all’aperto”, e che anzi molti vivono lontani dai campi, ma magari non possono dirlo perché altrimenti chi affitterebbe loro una casa, o darebbe loro lavoro?

Queste prove di opposizione sono sicuramente utili – specie considerata la nostra refrattarietà alla statistica. Ma hanno davvero ottenuto qualche risultato? No, non almeno a vedere dalla reazione dei lettori. Sono serviti solo a gonfiare una nicchia di giornalismo sui rom che “tira”, anche se rimane nicchia, anche se continua a riprodurre dati e informazioni che a forza di essere ripetuti in ogni articolo diventano sterili.

Nella comunicazione politica repetita iuvant, spiega Gianluca Giansante (Le parole sono importanti, Carocci). Ma non è questo il caso, perché lo scopo è quello di smontare una semplificazione, non sostituirla con un’altra. Anche perchè, va ricordato, un ragionamento complesso è meno riducibile in pillole e quindi meno efficace nel discorso.

E questo è il principale vizio della sinistra.

L’esempio lampante e desolante è l’esultante carica polemica sul famoso “migrante” trasformato da Salvini da participio in gerundio. Lo strumento meno spuntato al quale si aspirava dalle parti dell’Huffington Post per mettere un freno alla trascinante violenza verbale del Salvini è, insomma, la grammatica. E in particolar modo un ambito della grammatica che l’italiano medio – devastato dall’analfabetismo di (non)ritorno – ignora quasi totalmente, e considera fondamentale quanto il prezzo delle banane in Lapponia.

Berlusconi sembra dicesse ai suoi sottoposti in Publitalia che “il pubblico è un bambino di undici anni nemmeno tanto intelligente”. Una lezione imparata dalla sinistra con lieve ritardo, diciamo 25 anni, mentre nel sottosuolo cresceva quel calderone della controinformazione che da questa immaturità cronica e grottesca traeva le sue energie, attingendo in parte da un antiberlusconismo che mescolava volentieri satira e giornalismo, offuscando la relazione tra informazione e divertissement, tanto quanto il berlusconismo aveva offuscato quella tra informazione ed entertainment.

Se la sinistra si è dovuta far difendere da Travaglio, erede naturale del non propriamente progressista Montanelli, e da Eugenio Scalfari che assieme al blocco Repubblica/Espresso si è prontamente scelto un’altra vacca da mungere, un motivo c’è. Di tutta questa fanciullesca e grottesca parata non rimangono che i favori reciprochi sbocciati nell’altrettanto osceno renzismo, un figlio che la sinistra non può misconoscere, perché è anche suo, o forse soprattutto suo, se è vero che i veri colpevoli del male non sono i mostri, ma coloro che potendo non hanno fatto nulla, per opportunismo, accidia o indifferenza per i deboli.

Questo ci riporta ai benedetti rom, che sono forse la cultura più discriminata in Europa da quando agli ebrei è stato riconosciuto il torto subito, donando loro il regalo di vivere in uno Stato che non sarà mai in pace perché si è radicato sopra lo Stato di altri. Che a vederla bene pare più una punizione, anche se loro non se ne rendono conto. A differenza dei rom, agli ebrei è stato riconosciuto il diritto di esistere, che segue dal diritto di non essere ghettizzati e ridotti a bestiame umano.

C’è da chiedersi seriamente cosa sarebbe successo agli ebrei se – come si può leggere facilmente da Primo Levi – si fosse continuato a tenerli in campi che avevano come preciso obiettivo quello di ridurli a meno che uomini, costringendoli a lottare per ogni istante di vita, ogni pezzo di pane e ogni brandello di dignità.

Provate a pensare alle immagini vivide lasciate da Levi riguardo gli ebrei e immaginate che questo meccanismo di fondo è alla base di ogni processo genocidiario. Ora immaginate che invece che per due, tre anni, da questo campo vengano sottratte camere a gas, lavoro forzato, guardie, ma la pena venga estesa per decine di anni, fino a durare per più generazioni. Solo che all’olocausto – memoria internazionale – non si aggiungerà mai il porajimos, lo sterminio dei rom da parte del regime nazista. Forse perché dei rom non ci si è liberati come degli ebrei piazzandoli in una terra della quale poco ce ne frega.

Perché il rimando allo sterminio dei rom è importante? Inutile se trasformato nell’altare delle madonnine piangenti, questo può invece risultare utile come pietra di paragone quando si sottolineano alcuni punti importanti.

Prima di tutto, quando si guarda alle politiche genocidiarie naziste, emerge che la maggior parte delle uccisioni avvennero non nei campi, quanto nei pogrom, nella caccia all’uomo portata avanti sia da civili sia dagli infami collaboratori che specie nell’est europeo cedevano volentieri a farsi “volenterosi carnefici” (Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler, Mondadori).

In più, emerge un insieme di caratteri precursori della violenza, sintetizzati da Isaac Lubelsky per il suo corso sul genocidio in: differenziazione, disumanizzazione, demonizzazione, creazione di un capro espiatorio ed esistenza di un odio antico. È qui che si inseriscono la ragazza che si crede ariana e i signori che si credono divertenti. I rom italiani sono stati prima differenziati, non tramite un segno identificativo ma tramite un ghetto che ha come effetto primario quello di creare questo segno; ciò ha portato a disumanizzarli, un processo non diverso da quello che caratterizza i ghetti di tutto il mondo; così sono diventati il demonio, la bestia nera la cui perversione va oltre l’umano, ed è quindi non emendabile; di conseguenza sono diventati il capro espiatorio ideale, quello che dal punto di vista antropologico va sacrificato sull’altare della patria per ottenere la purificazione dell’intera società; infine si è costruito su un odio che è ormai parte dell’intera Europa, ed è nato in seno a quei paesi dell’Est che hanno un talento particolare nel massacrare minoranze ogni volta che se ne presenta la possibilità.

L’odio contro i rom nell’Est europeo è palpabile e dato come scontato, come una cosa totalmente normale.

Per capirlo basta parlare con il più normale dei bulgari. La differenza è che nell’Est europeo i rom sono una presenza sostanziale, e detengono una ricchezza consistente, anche e soprattutto tramite organizzazioni criminali.

I rom, insomma, non sono innocenti, ed è inutile se non dannoso presentarli come tali. Questo risponde ad una tendenza ormai cronica della sinistra italiana, cioè l’assuefazione all’idea che la vulnerabilità e la debolezza siano sinonimi di innocenza. Non è così, né questa realtà di fatto mina in alcun modo la necessità morale di difendere chi è più debole ed è vittima di violenza.

Anzi, serve a dare tridimensionalità e a ri-umanizzare chi si difende, invece di trattarlo come un burattino nelle mani una volta della retorica salviniana, l’altra della contro-retorica di una sinistra che si avvicina sempre più morbosamente al boldrinismo. Per capire la pericolosità di questa discesa, si può di nuovo citare Goldhagen, quando sostituisce il termine “genocidio” con quello di “eliminazionismo” (Peggio della guerra, Mondadori), un concetto molto più flessibile, articolato in: trasformazione, repressione, espulsione, prevenzione della riproduzione e sterminio.

L’eliminazionismo è utile in quanto crea un continuum tra i tentativi di manipolare una minoranza al fine di trasformarla fino a farla diventare come “noi”, con un processo di assimilazione – distruggendone tutti i caratteri culturali – e tutte le forme più evidenti di violenza. Non è un caso che oggi la destra salviniana si sia impadronita di parole come integrazione: l’intero concetto di “integrazione” rimanda ad una forma di appiattimento dell’identità dell’uomo su un modello di “altro” gradito al “noi”, che questo modello gradito sia l’“altro” straniero che ruba e uccide, oppure l’“altro” portatore di esotismo, poco importa. Rimane un oggetto monodimensionale al solo uso e consumo nostro, un giocattolo inanimato.

Non so quale sia la soluzione alla “questione rom”, se mai ce ne possa essere una, o semmai davvero una “questione rom” esista davvero. Non lo so, e non faccio finta di averne, perché l’unica vera soluzione è personale, multiforme, necessariamente contraddittoria e non riducibile ad una “politica standard”.

Ci sono principi però, che al di là del concetto di umanità, misericordia, aiuto reciproco, dovrebbero scatenare qualcosa nella mente e nel cuore dei laici, così come in quello dei credenti. Si tratta dell’idea – avanzata da Rousseau nel Contratto Sociale – che un regime politico non è tanto più efficace quanto si avvicina ad essere eterno, al quale segue la nozione che il Cristianesimo non assicuri dal rischio, ma anzi lo generi.

Una democrazia è tale nel momento in cui prevede la propria mortalità e trasformazione. Il principio razionalistico della giustizia come raggiungimento dell’interesse generale non fa altro che affossare la democrazia, piegandola all’idea che il raggiungimento del mio bene sia il punto che determina l’armonia tra me e il sistema. La soluzione – quale che sia – passa per l’idea che il rischio non si può più annullare, non nei limiti della democrazia, e che dunque che sia nutrirsi di paura, sia ignorarla impedisce il raggiungimento di qualsiasi risultato ottimale.
In entrambi i casi si finisce – a sinistra, come a destra – in quel gruppo sociale che si può definire gramscianamente come quello degli indifferenti.

Come fare per uscire dallo stuolo degli indifferenti? Stare dalla parte dei deboli è un principio cardine, ma non basta. Ogni esistenza ha una dimensione politica propria, e non potrebbe essere altrimenti. La vita di ognuno è dunque un continuo interscambio, una relazione ininterrotta dalla nascita fino alla morte. Pensare che una qualsiasi strategia si possa calcificare su strade già battute da altri significa quindi determinare l’annichilimento di qualsiasi umanità.

Essere dalla parte dei deboli, oggi, significa decostruire la propria esistenza politica frammento dopo frammento, compiendo una scelta ogni giorno, specie in quelle situazioni dove la scelta è determinante. Noi – per essere un “noi” – siamo immersi in una antroposfera che ci lega ad ogni essere umano, vicino e lontano, e in una biosfera, che ci lega ad ogni essere vivente.

Provare a non essere come la ragazza ariana e i deficienti con cartello in mano non significa amare il prossimo, significa esserne fratelli. E non significa neppure integrarsi, perchè non c’è nulla da integrare.
Dunque, i rom non sono i buoni, né sono innocenti. I rom sono esseri umani. Come noi.

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