Ma non era colpa dell’art.18?

precari

di Vincenzo G. PALIOTTI

Voglio fare qualche considerazione sul Jobs Act e sull’abolizione dell’art. 18 e sugli effetti che (non) ha determinato dal momento del suo varo ad oggi rispetto a quello che tutto che i fan del Presidente del Consiglio si aspettavano da questa riforma.

Perché le aspettative erano tante, bastava che solo una parte dei “benefici” elencati dal premier segretario si avverasse perché anche io, sempre critico e contrario, avrei dovuto convenire che, poi, tutto sommato “ci voleva”. E invece mi trovo ancora una volta a dire: “lo sapevo”.

Nell’approvare questa riforma non si è tenuto conto del fattore predominante, della materia che si trattava che è estremamente complessa, delicata e difficile. Non si crea lavoro potendo licenziare più facilmente.

Dal punto di vista della mia esperienza lavorativa di quasi quarant’anni posso dire che gli esperti in materia, quelli che di solito curano gli interessi della controparte, l’azienda, questo “dettaglio” lo hanno sempre ignorato dall’alto della loro arroganza e dalle loro posizioni agiate, intoccabili, che, della precarietà altrui, ripeto altrui, si sono sempre curati poco.

Basti ricordare l’ammissione del prof. Ichino per il quale l’abolizione dell’articolo 18 serviva in pratica solo per poter licenziare più facilmente, eppure aveva anche lui teorizzato che questa cosa avrebbe aiutato il mercato del lavoro: a favore di chi vedeva i diritti dei lavoratori come il fumo negli occhi, aggiungo io.

E non mi sono neppure meravigliato o scandalizzato che il premier/segretario abbia dichiarato di avere la base dalla sua parte in questa “battaglia”. Forse è vero, perché tanti cadono nel qualunquistico concetto che i diritti dei lavoratori favoriscono i “parassiti”, concetto usato ed abusato da tanti, salvo poi invocarli quando si è toccati direttamente.

Per farci un’idea quindi di quanto sia sbagliato in ogni suo articolo il jobs act dobbiamo smettere di “abboccare” al concetto che il lavoratore tutelato è una sorta di parassita, come appunto il qualunquismo vuole far apparire (e ne ho sentito tanti esultare nell’apprendere che “finalmente” si facesse qualcosa per sanare questa “piaga”).

Nel privato forse si ammette che sono casi circoscritti mentre se passiamo al pubblico quasi tutti sono convinti di questo: “mangiano il pane a tradimento”, solo perché in massima parte hanno una strada garantita dalle nella carriera, nel rispetto delle regol,e e quindi sono visti dagli stessi colleghi del privato come dei privilegiati. Ma non è così.

Ho vissuto in una famiglia con ben 4 dei suoi 7 componenti impiegati nel pubblico e vi posso garantire che, a partire da mio padre, non hanno mai mancato un giorno di lavoro se non per motivi eccezionali. Mio padre delle volte dovevamo obbligarlo a restare a casa se costipato contro la sua volontà e come lui tante brave persone rispettano il posto che occupano e lo onorano ogni giorno con il loro lavoro.

E poi nel privato c’è il luogo comune che a “proteggere” chi “sgarra” ci sono i sindacati a proteggerlo mentre io sono convinto che dove accade è perché non esiste equilibrio e rispetto dei doveri e dei diritti, e questo dipende sempre da chi amministra i rapporti tra azienda e lavoratore, il capo cioè, che deve sempre stare in una situazione intermedia, deve cercare cioè sempre e costantemente di guardare che gli interessi dei lavoratori non siano in contrapposizione con quelli dell’azienda e viceversa!

In tutto questo, con il varo della Jobs Act viene fuori tutta l’incapacità del governo in carica alla soluzione di problemi che interessano le due parti, aziende e lavoratori, aggiungendo la cattiva volontà di farlo derivante dalla scelta precisa e netta del governo stesso di stare dalla parte del più forte e risolvendo ogni cosa con il sistema più semplice e meno faticoso: “schierarsi dalla parte del più forte cancellando di fatto quei diritti che potevano essere motivo di riflessione di studio e di miglioramento per entrambe le parti”.
E così, generalizzando, si pensa di risolvere il problema e l’unica soluzione è quella di sparare nel mucchio. Dequalificando il lavoro. Dequalificando, insieme ai diritti, funzioni e obiettivi, del lavoro. Così si crea maggior crisi.

Tra le altre cose, e questo è anche un altro aspetto negativo che si rifà ai difetti degli italiani, i più non hanno mai letto il Contratto Nazionale di Lavoro, che non parla solo di tutele ma anche di provvedimenti disciplinari nei casi in cui il lavoratore manca ai suoi doveri. Ma ormai pare che questo sia diventato carta straccia ed anche qui vale il concetto del tutt’erba un fascio, bruciando diritti e doveri con il risultato che non esiste più una regolamentazione guida valida sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. Nel senso che esistono praticamente e psicologicamente solo doveri senza tutele, perché quelle sono sparite e con esse l’articolo 18.

Per concludere stiamo ancora aspettando quella sfilza di investitori che dovevano affollare le nostre frontiere per effetto della Jobs Act che contiene, diciamocela tutta l’abolizione dell’art. 18 che era l’obiettivo principale da abbattere, il resto poteva anche essere non scritto perché cancellando quell’articolo tutto il resto è consequenziale ed ogni decisione presa anche al di fuori della riforma, ogni trattativa anche irregolare e iniqua sarà accettata per effetto della precarietà che di fatto colpisce tutti i tipi di contratto, precarietà mascherata con i (falsi) contratti a tempo indeterminato che non garantiscono la stessa stabilità di quando questi erano “tutelati” appunto dall’articolo abbattuto dal governo e dai “killer” pagati dallo stesso e da Confindustria.

E’ la precarietà che fa diminuire i consumi, che crea l’ansia per la più piccola e necessaria spesa.

E non mi conforta sapere che il numero dei contratti a tempo indeterminato (non lo sono, si tratta solo di monetizzazione crescente) sia aumentato: al contrario è evidente che ancora una volta si è voluto “premiare” chi ne ha meno bisogno, alleggerendo le aziende che adottano il “nuovo metodo” di quei contributi che lo Stato non incassa più e che ancora non è chiaro chi li dovrà poi versare ai lavoratori, perché poi la cosa non vada ad appesantire gli oneri già pesanti dell’INPS.

Se poi il governo intendeva far passare questo come alleggerire il costo del lavoro, beh… ha ancora una volta toppato lanciando un altro boomerang che prima o poi gli si ripresenterà inesorabilmente come è accaduto per il blocco delle pensioni e quello degli stipendi degli statali e che la Consulta ha dichiarato incostituzionale colpendo pesantemente l’economia del Paese.

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2 Pensieri su &Idquo;Ma non era colpa dell’art.18?

  1. Perchè nella società capitalistica la disoccupazione si presenta come un fiume, le cui acque si ingrossano continuamente ? Già nell’Ottocento Carlo Marx analizzò il fenomeno e ne indicò le cause. Nel sistema capitalistico, che è il SISTEMA DEL LIBERO MERCATO, tra gli operatori economici regna una ferocissima CONCORRENZA : “MORS TUA VITA MEA “. Ogni operatore economico, per evitare di essere travolto dalla concorrenza altrui, sta dietro l’evolversi della TECNOLOGIA, e sostituisce continuamente una parte del CAPITALE VARIABILE ( i lavoratori ) con le macchine, prodotte dalla inarrestabile evoluzione della tecnologia. Da qui il flusso sempre crescente di quelli, che sono messi fuori dal mondo del lavoro. Marx è stato chiarissimo nella presentazione della sua analisi.

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  2. Avendo fatto attività sindacale non possiamo negare che in certi settori (anche nel privato vi sono i ruffiani che possono…) vi possano essere dei lavativi e se non proprio degli assenteisti, ma non è che abolendo l’art. 18 costoro diminuiscono. Tutti i contratti collettivi di lavoro in particolare anche del pubblico prevedono dopo seguito l’iter sanzionatorio anche il licenziamento. Qui con l’art. 18 del servitore Ichino giuslavorista schierato non col lavoro ma con il padrone che sfrutta, si è voluto colpire i lavoratori che per brevità “diciamo” protestano, per motivi inerenti al lavoro e per le loro idee. Se un licenziamento è considerato discriminatorio, poiché la discriminazione è un atto gravemente lesivo, articolo 2 della dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, se il motivo non era questo si DOVEVA introdurre nel codice penale un articolo apposito per chi infrange questa norma. Se invece di fare un piano industriale serio che rilanci il lavoro si danno solo degli sgravi e dei bonus che pagano la collettività (aggravando il debito e le casse Inps), vi è come sta avvenendo chi assume solo per (lo affermo chiaramente RUBARE) alla collettività questi bonus che non danno nessuna garanzia che il lavoro diventi stabile. Tutele crescenti…. ma ci prendono per tonti?

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