Solo chi se lo può permettere?

ricchiuniversità

di Immacolata LEONE

HO APPENA LETTO che ogni anno gli studenti universitari versano al proprio ateneo delle tasse universitarie, tra cui la tassa regionale, necessaria a coprire parte del diritto allo studio, cosi da permettere a studenti meritevoli con ristrettezze economiche di studiare, come previsto dall’articolo 34 della Costituzione.
Ma qualcosa non va, negli ultimi anni le entrate della tassa regionale, che ogni regione chiede agli studenti, è gradualmente aumentata. Al contrario, il fondo statale integrativo è diminuito.

Ora leggere che studiare diventerà sempre più roba per ricchi mi fa girare le budella.

Quando arrivi ad un certo punto della tua vita e non sei riuscito a realizzare neanche un tuo progetto che sognavi da piccolo, arriva un flash nella tua mente a ricordarti che puoi spostare i tuoi desideri,e le tue aspettative sui tuoi figli.
Allora cominci a coccolare l’idea che là dove non sei potuto arrivare tu forse può arrivarci la carne della tua carne, ciò che resta dopo di te, per continuare ad affermare
che la vera ricchezza non deriva dall’abbondanza dei beni materiali, ma da una mente serena, e che per sopravvivere devi continuare a studiare.

Il bene e il male, il bianco e il nero, il brutto e il bello, il facile e il difficile, il lieto e il triste, il necessario e l’inutile, il savio e lo stolto, il certo e il dubbio, il sicuro e il rischioso, lo zero e il tutto, l’uomo e la donna, il pieno e il vuoto, sono complementari, come l’arco e la freccia, per quanto distinti, o, per quanto distinti, sono esclusivi l’uno dell’altro, come il povero e il ricco?

Il futuro non può essere solo degli scemi e ciucci che possono pagare gli atenei.

Bisogna combattere fino allo stremo le politiche nepotistiche e non permettere di annullare il futuro dei nostri figli.

Una nuova Transizione

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di Pablo IGLESIAS

[traduzione del suo articolo su El Paìs Una nueva Transición]

Quando insegnavo, mi piaceva mostrare ai miei studenti una sequenza memorabile di Queimada del grande Gillo Pontecorvo. In essa, il personaggio interpretato da Marlon Brando, un agente al servizio dell’impero britannico e delle sue società, in merito alla Rivoluzione francese, dice che, a volte, dieci anni possono rivelare le contraddizioni di un intero secolo. 

Il movimento che ha riempito le piazze spagnole il 15 maggio 2011 ha segnato simbolicamente le contraddizioni e le crisi del nostro sistema politico, e l’inizio di una nuova transizione che sta ancora avanzando. 

Il sistema politico spagnolo che noi chiamiamo “del 1978” –  in onore della sua Costituzione – ,  è il risultato della nostra transizione di successo; un processo di metamorfosi guidato dall’élite del franchismo e dell’opposizione democratica che ha trasformato la Spagna da una dittatura a una democrazia liberale comparabile alle altre. Come dice Emmanuel Rodriguez nel suo ultimo libro, le élites politiche ed economiche del franchismo mancavano di legittimità ma avevano quasi tutto il potere. D’altra parte, le élite della sinistra posta in quegli anni in clandestinità avevano legittimità, ma nessun potere; Vazquez Montalban, con fine ironia, ha definito questa “una correlazione di debolezze“.

Quel processo di trasformazione politica ha potuto contare su momenti legislativi fondamentali, come i referendum che hanno approvato la Legge di riforma politica e la Costituzione, e anche economicamente, come i Patti della Moncloa che hanno aperto la strada per la versione spagnola dello sviluppo neoliberista.

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La Terra dei Fuochi continua a bruciare

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di Luca SOLDI

Malgrado il silenzio, che fa sembrare tutto nella normalità, le terre fra Napoli e Caserta continuano a bruciare ancora. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi, quando numerose segnalazioni, vere e proprie grida di allarme, sono arrivate tramite il web ed alcuni organi d’informazione, perlopiù locali. Evidenziando la necessità di mettere un freno allo scempio ed allo stesso tempo l’urgenza di una continua opera di monitoraggio e sorveglianza. Azioni che abbiano poi la finalità di una realistica tutela della salute degli abitanti e della bonifica del territorio, soluzioni che vadano oltre i proclami che ogni tanto vengono lanciati dalle istituzioni.

Le aree a nord di Napoli, soprattutto nei territori di Giugliano e di Caivano continuano così ad essere così devastate dagli incendi che ogni giorno vengono appiccati a giganteschi cumuli di rifiuti.

Altissime nubi nere solcano il cielo di quelle martoriate terre a testimonianza di quanto viene fatto dalla cupidigia, dall’indifferenza ma anche dall’ignoranza di certi uomini. La recrudescenza di questi comportamenti, se da parte dell’amministrazione pubblica trova ancora difficoltà ad essere affrontata e risolta, ha rimesso in moto la macchina di tutta la società civile.

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Yanis Varoufakis: indosso le loro accuse come medaglie d’onore

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di Yanis VAROUFAKIS

[traduzione dal suo blog Treason charges: What lurks behind the bizarre allegations]

Il tentativo bizzarro di potermi incriminare per … l’accusa di tradimento, presumibilmente per aver cospirato per spingere la Grecia fuori dalla zona euro, riflette qualcosa di molto più ampio.

Essa riflette uno sforzo determinato a delegittimare la nostra lunga trattativa di cinque mesi (dal 25 Gennaio al 5 Luglio 2015)con una troika esasperata, nella quale abbiamo avuto l’ardire di contestare la saggezza e l’efficacia del suo programma fallito per la Grecia.

Lo scopo dei miei sedicenti persecutori è quello di caratterizzare provocatoriamente la nostra posizione negoziale come un’aberrazione, un errore o, ancora meglio dal punto di vista dell’establishment oligarchico troika-friendly della Grecia, come un ‘crimine’ contro l’interesse nazionale della Grecia.

Il mio vile ‘crimine’ è stato che, esprimendo la volontà collettiva del nostro governo, io ho personificato le seguenti colpe:

  • Ho affrontato i leader dell’Eurogruppo da pari a pari,  come un membro di pari dignità che può dire ‘NO’ e presentare potenti ragioni analitiche per respingere l’illogicità catastrofica di concedere enormi prestiti ad uno stato insolvente in condizioni di un’autodistruttiva austerità;
  • Ho dimostrato che si può essere un europeista impegnato, sforzarsi di mantenere la propria nazione nella zona euro, e, allo stesso tempo, rifiutare le politiche dell’eurogruppo che danno all’Europa la possibilità di decostruire l’euro e, soprattutto, intrappolare un paese nella spirale del debito determinata dall’austerity;
  • Ho pianificato misure d’emergenza  per  quello che i principali colleghi dell’Eurogruppo, e gli alti funzionari della troika, minacciavano durate le discussioni  faccia a faccia;
  • Ho svelato come i precedenti governi greci hanno trasformato gli uffici governativi più importanti, come il Segretariato generale delle Entrate Pubbliche e l’Ufficio statistico greco, in dipartimenti efficacemente controllati dalla troika per essere costretti al servizio di indebolire e scalzare il governo eletto.

E’ ampiamente chiaro che il governo greco ha il dovere di recuperare la sovranità nazionale e democratica su tutti gli uffici amministrativi dello Stato, ed in particolare quelli del ministero delle Finanze. In caso contrario, continuerà a perdere gli strumenti di policy making che gli elettori si aspettano si utilizzino per la realizzazione del mandato da loro conferito al governo eletto.

Nei miei sforzi ministeriali, il mio team ed io abbiamo escogitato metodi innovativi per lo sviluppo di strumenti del ministero delle Finanze per affrontare in modo efficace la crisi di liquidità indotta e causata dalla troika, recuperando poteri esecutivi usurpati dalla troika con il consenso dei governi precedenti.

Invece di incriminare e perseguitare coloro che, fino ad oggi, hanno interpretato la funzione all’interno del settore pubblico come servitori e luogotenenti della troika (mentre ricevevano i loro sostanziosi stipendi grazie alla pazienza dei contribuenti greci), i politici e i partiti che l’elettorato ha già condannato per i loro sforzi di trasformare la Grecia in un protettorato sono ora quelli che mi perseguitano, aiutati e spalleggiati dai media degli oligarchi.

Indosso le loro accuse come medaglie d’onore.

La fiera e onesta negoziazione che il governo di SYRIZA ha condotto fin dal primo giorno in cui siamo stati eletti ha già cambiato in meglio i dibattiti pubblici europei. La discussione sul deficit democratico che affligge l’Eurozona è ormai inarrestabile.

Ahimè, le cheerleaders interne della troika non sembrano in grado di sopportare questo successo storico. I loro sforzi per criminalizzarlo si infrangeranno sugli stessi scogli che hanno distrutto la loro sfacciata campagna di propaganda contro il ‘No’ nel voto al referendum del 5 luglio: la grande maggioranza del popolo greco senza paura.

Incubo 1918

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di Giovanni PUNZO

Tutti presi a celebrare o a maledire il ritorno della Guerra Fredda, ponendo però attenzione solo sugli ultimi decenni di storia dell’Europa orientale, non riusciamo a capire la vera natura dell’incubo che agita i sonni di Mosca. Ancora una volta l’elemento chiave per capire alcuni aspetti della vicenda ucraina è la Prima Guerra mondiale, o meglio una delle sue conseguenze quale fu la dissoluzione dell’impero zarista a occidente.

Mi riferisco in particolare alla situazione immediatamente successiva al trattato di Brest Litovsk (1918), che comportò la perdita della Polonia, dell’area baltica, della Finlandia e a sud la profonda penetrazione austro-tedesca nello spazio dell’attuale Ucraina, compresa la Crimea ed oltre. In altre parole si tratta dell’incubo di una catastrofe geopolitica, dopo che dai tempi di Pietro il Grande il limes occidentale dell’impero russo dal Baltico al mar Nero era durato trecento anni, e cioè dalla battaglia di Poltava (1709), sconfitta definitiva degli svedesi.

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Benché non sempre siano correttamente trattati e nemmeno conosciuti, i pericoli dell’attuale crisi ucraina sono molteplici intrecciandosi e interagendo con i paesi baltici, la Polonia e la Germania, ma anche l’Unione Europea nel suo complesso e le relazioni con gli Stati Uniti. In altre parole, e benché in Asia i pericoli di un conflitto che coinvolga Cina, Giappone e Usa sono probabilmente maggiori, l’Ucraina è oggi fonte di grande preoccupazione e tensione.

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I bambini ci guardano

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di Ivana FABRIS

In questo ultimo periodo molti sipari si stanno alzando lasciando definitivamente intravvedere la realtà. Una realtà ormai completamente nuda. E cruda.
Crudo è guardare il treno ungherese, quel treno carico di dolore, di disperazione, di umiliazione di povere genti, brutalizzate dalla civile e moderna Europa che ancora una volta si è macchiata le mani di un crimine contro l’Umanità.

Umanità, che bellissima parola…
Una parola che in sè racchiude un mondo di immagini e di sensazioni calde e pacificanti, rassicuranti e luminose se pensiamo ad essa come al sentimento che dovrebbe connotare i popoli della Terra, tutti, senza distinzione di pelle, di religione di sesso e di censo.
Una parola che dovrebbe evocare esclusivamente sentimenti di dolcezza, di solidarietà e di affettività perchè racconta la fratellanza, quando la riferiamo al genere umano.

Eppure il tempo che viviamo ha svilito tutto il suo senso più alto e nobile.
Siamo sempre più isolati, sempre più guardinghi e sempre più afflitti da comportamenti che sfiorano la patologia quando addirittura non la esplicitano completamente.
L’anaffettività ci circonda e impregna sempre più ogni fascia sociale. Il conflitto non è più tra classe borghese e classe lavoratrice ma soprattutto tra tutti i ceti che costituiscono la società partendo dalla base della piramide, spesso solo per invidia e per una competitività mutuata, come comportamento, dalle classi più agiate.
Il solidarismo è quasi sparito persino nelle classi meno abbienti che lottano fra loro per avere un frammento in più di vivibilità ed è sgomitato di lato dal familismo amorale che permea con pervicacia quei ceti che ancora pensano di essersi salvati da soli.
E, l’unica verità, è che nessuno si è salvato da solo, unicamente siamo tutti più soli.

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Lettera a un rivoluzionario

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di Antonino ROSETO in Il Teatro degli Indecenti, Politica&Ideali

Il rivoluzionario crede nell’uomo, negli esseri umani. Chi non crede nell’essere umano non è un rivoluzionario’. Non smettere mai di credere nell’uomo, anche e soprattutto quando è più difficile. Non smettere mai di schierarti dalla parte degli ultimi, dei vinti, dei deboli. Te li presenteranno come il nemico da combattere. Da loro, vorranno dividerti. Loro non hanno voce. Sono in grado solo di sussurrare. Sussurra con loro, e avrete la forza del vento.

Non smettere mai di credere in una società più giusta. Perché i drogati, le prostitute e tutti gli invisibili della nostra società, ‘anche se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo’. Non giudicare, ma non giustificare nemmeno a prescindere. Accogli i tuoi fratelli, la cui povertà rende meno giusto il nostro benessere. Ti diranno che sei un buonista e un ipocrita. Tu rispondi che è questo il mondo che vuoi cambiare, quello in cui l’odio è la normalità e la solidarietà è considerata buonismo.

Non smettere mai di indignarti di fronte alle ingiustizie. Di fronte a un imprenditore che guadagna mille volte di più di un operaio. Di fronte a una politica che apre la scuola pubblica ai privati, che tace quando vengono cancellati i diritti dei lavoratori o quando un’azienda, che è stata aiutata dallo Stato, sposta la sua sede fiscale all’estero.  Di fronte alla distruzione dello stato sociale. Di fronte a orari di lavoro massacranti, un ricatto che i lavoratori sono costretti ad accettare per poter mettere un piatto a tavola tutti i giorni. Indìgnati, quando ti diranno che tutto questo ‘lo richiede il mercato’. Perché il mercato l’abbiamo creato noi, e noi possiamo cambiarlo. Perché varrà sempre di più la vita di un uomo che un indice di borsa.

Non smettere mai di credere nei tuoi ideali. Non tradirli, sono la cosa più intima che hai. Proteggili, cercheranno di farti credere che sono sbagliati. Non cambiarli secondo le necessità. Essi sono i guardrail della tua strada. Nella vita sbanderai, ma loro sono li, a ricordarti cosa, per te, è giusto. A insegnarti, ogni volta di più, a non sbandare e a camminare dritto.

Non smettere mai di appendere il poster di Che Guevara o del Quarto Stato in camera tua. Ma solo se sai cosa rappresentano. Il mondo non si cambia in un giorno. Ma tu, in un giorno, puoi cambiare il tuo mondo e quello delle persone accanto a te. Cercheranno sempre di farti credere che non puoi fare niente, che è cosi che vanno le cose. Tu esci tra la gente, e, quelle ‘cose’, inizia a cambiarle. Nel tuo piccolo. Nella tua città o nel tuo paese. Che si tratti di affiggere un manifesto di protesta o ascoltare i problemi di un quartiere in difficoltà. Liberati dalle catene che questa società cerca di mettere ai tuoi pensieri. Da qui, parte la vera rivoluzione.

‘Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici’. È vero. Guarda in alto. Lo stiamo facendo in tanti in questo momento. Non sei solo.

 

(Pubblicato in Qualcosa di Sinistra)

Questo è un paese per giovani (vecchi)

job

di Alessandro GALATIOTO

È un paese di vecchi.

Attraversando per lavoro l ‘Italia mi sto rendendo conto di quanto molta della retorica giovanilista assai di moda oggi – in quanto abilmente cavalcata dai media che devono fargli aprire nuovi conti in banca -, contrasti con la realtà.

Basta non fermarsi ai termini mezzo-inglesi, all’affabulazione delle startup, al diventare imprenditori di te stesso grazie alla lettura di un manuale, all’imparare la comunicazione politica dopo tre giorni a pagamento con il guru dello staff di Obama, e si scopre che sotto nuove definizioni si nascondono vecchie aspettative.

C’è il trentacinquenne che aveva aperto un baretto sulla spiaggia, poi il negozio di magliette alla moda e ora, plurisegnalato in centrale rischi, cerca fondi in crowdfunding per una “startup innovativa”.

In genere, per vendere fuffa.

Sono i nuovi protagonisti di quella classe disagiata che, nell’avere come punto di riferimento i beni posizionali di Veblen, ha visto crollare il suo status in relazione al crollo delle retribuzioni provocato dalla stessa ideologia alla quale si era completamente votato. Quella del successo a ogni costo, della competizione individualista e del desiderio effimero. Un desiderio, la cui realizzazione, nessuno è più interessato a pagare.

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Una libertà da quattro soldi. A volte, neppure quelli

community

di Riccardo ACHILLI

Politica, come sanno anche i miei cani, significa “governo della città”. Sempre come sanno i cani, “città” è per gli antichi greci luogo reale e metafora di una comunità.

Governare una comunità non può limitarsi a governarne l’economia. Significa costruire un modello di relazioni sociali che migliori il benessere non inteso in senso paretiano, cioè in senso utilitaristico, ma nel senso del miglioramento della soddisfazione collettiva per una vita in cui ognuno abbia la possibilità di realizzarsi.

Uno degli effetti fondamentali del neoliberismo, come sanno anche i miei gatti, è quello di aver imposto l’individuo sopra la collettività sociale cui appartiene. L’individualismo metodologico non può quindi costruire un modello sociale, ottimale o sub ottimale, perché si ferma ad un limite negativo: “la libertà del singolo si ferma dove inizia quella dell’altro”, senza affermare una possibilità positiva di crescita dello spazio collettivo della libertà.

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Con le porte chiuse. Il treno della barbarie europea

di Luca SOLDI

Non siamo ancora ai “vagoni piombati” che ci ricordano le deportazioni ai campi di concentramento nazisti, ma quello che sta succedendo nel cuore dell’Europa in questi giorni rappresenta una vergogna di natura inimmaginabile.

Proprio in quell’Ungheria che è diventata tristemente famosa per il “muro” di filo spinato che un governo ha deciso di erigere a difesa delle infiltrazioni dei migranti.

Il paragone con i vagoni piombati della Germania nazista potrebbe sembrare ardito ai nostri giorni, ma lo hanno fatto anche alcuni media ungheresi.

Esiste infatti un treno che parte da Pecs, nel sud dell’Ungheria, alla volta di Budapest. Al convoglio dei vagoni dei passeggeri tradizionali viene aggiunto una carrozza particolare, guardata con diffidenza da molti.

Gli uomini delle ferrovie chiudono le porte e appendono un cartello al finestrino: “Questo vagone viaggia con le porte chiuse”. Si può solo aprire dall’esterno. Il personale delle ferrovie ha impedito che le portiere possano essere aperte da chi è a bordo.

Si, perché il vagone non è vuoto, non è in manutenzione, e neppure in trasferimento verso l’officina della stazione della capitale. Quel vagone è carico di persone, di migranti stipati all’inverosimile.

E’ pieno di bambini, di donne che provengono per la maggior parte dalla Siria e dall’Afghanistan. Persone che subiscono una nuova umiliazione come se non bastassero quelle passate. Qualcuno fra gli altri passeggeri, quelli normali, negli altri vagoni, quelli a cui non è stata tolta la dignità, prova a chiedere e la risposta arriva dopo un po’. Semplice e diretta, ma di una vergogna senza limiti. Indegna per un paese che vuole definirsi europeo.

La misura è stata presa per evitare che i “viaggiatori”, questi “stranieri”, appena registrati come clandestini, possano scendere e far perdere la loro tracce. Evitando così la “concentrazione coatta nei campi profughi”. Alle proteste che presto arrivano al di fuori del paese, arriva una prima risposta dell’esecutivo guidato dalla Fidesz di Viktor Orban, il “dittatore” a cui Juncker sorride, che chiaramente la pensa in un altro modo. Il suo consenso, infatti, si regge sulla paura della possibile “contaminazione” e la cavalca a più non posso anche negando l’evidenza di far parte di una comunità internazionale verso la quale sono stati precisi impegni.

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