Pablo Iglesias: sinistra o cambiamento?

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di Pablo IGLESIAS

[traduzione di Gianni Fabbris dell’articolo pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais dove Pablo Iglesias, leader di Podemos, spiega le ragioni dello scontro tra il suo partito e Izquierda Unida]

Sono cresciuto in una famiglia con la memoria, nella quale mia nonna non ha mai smesso di parlare dell’esecuzione di suo fratello, socialista, nel 1939. Sono nipote di un condannato a morte, anche lui socialista, la cui condanna è stata poi commutata a 30 anni dei quali ne ha scontati cinque. I miei genitori erano militanti comunisti, quando in Spagna era un crimine esserlo e mio padre ha conosciuto Carabanchel (ndt. Carabanchel è stato il carcere tristemente noto del regime franchista a Madrid chiuso dopo 55 anni nell’88) per aver distribuito materiale di propaganda. Nei miei primi ricordi d’infanzia mi vedo nella mano dei miei genitori nelle manifestazioni e raduni di Isquierda Unida contro la NATO a Soria, nel 1986, quando mio padre fu candidato provinciale al Congresso (si può immaginare con quale risultato) . A 14 anni mi sono iscritto ai Giovani Comunisti ed ho militato per anni nel movimento studentesco e nei movimenti contro la globalizzazione e la guerra. Quando ho finito il mio dottorato e ho vinto una cattedra, ero uno di quegli insegnanti non ortodossi che vanno alle manifestazioni con gli studenti e che inseriscono nelle bibliografie anche autori marxisti . Diversamente dalla maggior parte dei cittadini del mio paese, so a memoria l’Internazionale. Porto la sinistra tatuata nelle viscere con orgoglio e mi riconosco in essa, ma, forse per questo, conosco bene la sua miseria e,soprattutto, le sue incapacità.

In politica la forma e il tono contano più della sostanza e in una recente intervista mi sono sbagliato nella forma e nel tono, offendendo molte persone.Chiedo scusa ma chiedo anche che venga posta attenzione alla sostanza che, con tono e forma migliori, espongo qui.

Perry Anderson ha scritto che l’unico punto di partenza concepibile per una sinistra realistica oggi è assumere consapevolezza della sua sconfitta storica. In Spagna, il fallimento della sinistra comunista, si è manifestato dopo la transizione democratica. La realtà socio-economica del tempo (tanto bene anticipata da quel “cervello di gallina” di Fernando Claudin), il peso culturale dei media e la situazione internazionale mostravano non tanto l’impossibilità della rivoluzione e del socialismo, quanto i limiti enormi le probabilità di successo elettorale di quella sinistra. Il fallimento di Mitterrand e del suo programma comune in Francia, così come del compromesso storico con la Democrazia Cristiana del PCI in Italia,mostravano bene i limiti dei leader del nostro Partito Comunista.

Molto è accaduto da allora e oggi siamo testimoni della possibilità di modificare la mappa politica in Spagna in una direzione trasformatrice. Ma questo non ha nulla a che fare con la sinistra. La sinistra rimane socialmente e culturalmente in un angolo. La chiave del momento eccezionale in cui viviamo sta nella politicizzazione della frustrazione delle aspettative della classe media, di fronte al suo progressivo impoverimento. Se a qualcosa è servito il 15M (nota: il Movimento degli Indignati) è stato perché si esprimesse quella frustrazione. Il 15M ha mostrato gli ingredienti di una possibile contestazione caratterizzata dal rifiuto delle élite politiche ed economiche dominanti, ma questo nuovo senso comune risultava incomprensibile con le categorie destra-sinistra; qualcosa che i leader della sinistra politica non hanno accettato.

Nonostante la vittoria del PP (Partito Popolare) alle elezioni nel 2011, già si percepiva la crisi del sistema dei partiti. Prima del nostro irrompere, i sondaggi segnalavano il calo del sostegno elettorale per il PP e il PSOE. In questa nuova situazione, Izquierda Unida (nota: Sinistra Unita) ha avuto la sua occasione; sarebbe bastato semplicemente seguire l’esempio di AGE in Galizia (nota: AGE-Alternativa Galega de Esquerda fondata nel 2012). Ma non lo fece.

Quando abbiamo deciso di lanciare PODEMOS abbiamo pensato che avremmo dovuto lavorare con la sinistra, per questo abbiamo proposto a IU e ad altre forze primarie aperte congiunte. Abbiamo creduto che questa metodologia avrebbe potuto essere una scossa; era il senso di una sinistra che si avvicinava un po ‘più alla gente. Non sapevamo allora che l’arroganza con cui la nostra proposta è stata ricevuta non ci avrebbe dato la possibilità di andare molto lontano. Andammo avanti da soli e grazie a ciò non siamo costretti a fare concessioni alle forme conservatrici della sinistra. Siccome la sinistra non volle ascoltarci possiamo sviluppare la nostra ipotesi: che la geografia che separa i campi politici tra sinistra e destra non rende possibile, in senso progressista, il cambiamento. Nel campo simbolico sinistra-destra coloro che si battono per una politica di difesa dei diritti umani, la sovranità, i diritti sociali e le politiche redistributive, non hanno alcuna possibilità di vincere elettoralmente. Quando l’avversario, sia il PP o il PSOE, ci chiama sinistra radicale e ci identifica con i suoi simboli, ci porta sul terreno in cui la sua vittoria è più facile. In politica, chi determina il terreno della disputa determina il risultato e questo è quello che abbiamo cercato di fare. Quando insistiamo ne parlare di sfratti, corruzione e ineguaglianza o siamo riluttanti a entrare nel dibattito monarchia-repubblica, per esempio, non significa che ci siamo moderati o abbiamo abbandonato i principi, ma che assumiamo di determinare noi stessi il confine del piano politico.

I cambiamenti politici profondi (che implicano sempre conquistare il potere istituzionale) sono possibili solo in tempi eccezionali come quelli in cui ci troviamo, ma richiedono strategie precise. La nostra la abbiamo decisa a Vistalegre. Noi rispettiamo quella di altri compagni, ma non ci collocheremo su terreni che ci separino da una maggioranza popolare che non è “sinistra” (come forse ci piacerebbe), ma che vuole cambiare.

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3 Pensieri su &Idquo;Pablo Iglesias: sinistra o cambiamento?

  1. L’ha ribloggato su Sinistra Newse ha commentato:
    “Nel campo simbolico sinistra-destra coloro che si battono per una politica di difesa dei diritti umani, la sovranità, i diritti sociali e le politiche redistributive, non hanno alcuna possibilità di vincere elettoralmente.”

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  2. Per un sessantottino come me le implicazioni di questo articolo sono molto impegnative e contraddittorie.
    Riconosco l’analisi svolta come corretta e, nonostante il mio attaccamento formale alla dicotomia destra-sinistra, riconosco anche la validità delle conclusioni.
    Queste conclusioni però mi mettono in una situazione difficile per la quale devo ancora costruirmi gli strumenti più adeguati.
    Non collocarsi “su terreni che ci separino da una maggioranza popolare che non è “sinistra” (come forse ci piacerebbe), ma che vuole cambiare” è un modo estremamente impegnativo di vedere la cosa.
    Qui da noi, nominalmente, ci ha provato M5S, ma non credo che stia facendo quello che propone Iglesias.

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