Una libertà da quattro soldi. A volte, neppure quelli

community

di Riccardo ACHILLI

Politica, come sanno anche i miei cani, significa “governo della città”. Sempre come sanno i cani, “città” è per gli antichi greci luogo reale e metafora di una comunità.

Governare una comunità non può limitarsi a governarne l’economia. Significa costruire un modello di relazioni sociali che migliori il benessere non inteso in senso paretiano, cioè in senso utilitaristico, ma nel senso del miglioramento della soddisfazione collettiva per una vita in cui ognuno abbia la possibilità di realizzarsi.

Uno degli effetti fondamentali del neoliberismo, come sanno anche i miei gatti, è quello di aver imposto l’individuo sopra la collettività sociale cui appartiene. L’individualismo metodologico non può quindi costruire un modello sociale, ottimale o sub ottimale, perché si ferma ad un limite negativo: “la libertà del singolo si ferma dove inizia quella dell’altro”, senza affermare una possibilità positiva di crescita dello spazio collettivo della libertà.

 

Fermandosi all’individuo, non può che fermarsi al suo lato materiale di produttore e consumatore (per certi versi il liberismo è più materialistico dello stesso marxismo) perché viene meno, se non in termini legali e polizieschi, l’aspetto relazionale più immateriale che costruisce la vita dell’individuo. Pertanto, non può che assumere una visione politica di tipo marginalistico, paretiano, basata sulla massimizzazione dell’utilità riveniente da un modello di consumi, in uno spazio dove si massimizzi la libertà individuale, inevitabilmente alle spese di quella sociale, che è fatta di diritti collettivi, che ricadono inevitabilmente dentro il “paniere dei consumi” (hai diritto ad una buona istruzione, ad una buona sanità, ecc, solo se le puoi comprare).

Evidentemente, in questo modo, lo spazio politico viene completamente assorbito e fagocitato dall’economia. Persino i dibattiti sull’Unione Europea “politica” si fermano ai trasferimenti fiscali ed al rafforzamento del bilancio comune, per fare un pò di politiche economiche anticicliche, mentre la stessa Unione Europea umilia interi popoli, calpestando referendum e riducendo gli spazi della democrazia ad un noioso e sterile dibattito fra tecnocrati su soldi, spese e tasse, peraltro in un gergo economicistico e giuridico assolutamente inaccessibile al cittadino medio, tagliato quindi fuori da qualsiasi processo decisionale reale.

Non è, come sostiene Bertinotti, il capitalismo finanziarizzato e globale ad aver fagocitato la politica. Questo è un sintomo, un effetto, non una causa.

La causa più profonda risiede nel riflusso individualistico e libertario, preparato dentro la civiltà dei Trenta gloriosi, portata fuori dalla povertà e dalle condizioni più gravi ed evidenti di diseguaglianza proprio dall’ampliamento dello spazio delle libertà collettive (chiamiamole anche “capacitazioni”, così possiamo fregiarci di aver letto A. Sen) indotto da quegli anni.

Una società che aveva raggiunto un livello di benessere diffuso, e di libertà, mai sperimentato in precedenza, che elaborò, ANCHE DENTRO LA SUA SINISTRA, il mito della liberazione individuale come ultima frontiera da conquistare, dopo aver avuto tutto.

Il ’68, una malintesa ambizione alla liberazione degli spazi individuali, anche contro una sinistra che aveva costruito i sistemi di welfare dello spazio della libertà collettiva, percepita come rigida e vetusta, aprì la strada ad un riflusso ideologico di cui il liberalismo (non a caso presente in alcune fazioni del pensiero anarchico e libertario) si impadronì.

Roba da prendere i vecchi dischi di Bob Dylan riposti come reliquie nella biblioteca e bruciarli.

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2 Pensieri su &Idquo;Una libertà da quattro soldi. A volte, neppure quelli

  1. Condivido parzialmente quest’analisi: è vero che le tematiche e gli obiettivi formulati tra il ’68 ed il ’77 sono stati generalmente fraintesi con una loro degenerazione verso il liberismo, ma sono fermamente convinto che se vogliamo rinascere dobbiamo farci carico anche di quei principi libertari, la cui pratica presuppone una capillare interazione sociale e di classe (nel senso di classe per se, marxiano).

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