I bambini ci guardano

bimbi

di Ivana FABRIS

In questo ultimo periodo molti sipari si stanno alzando lasciando definitivamente intravvedere la realtà. Una realtà ormai completamente nuda. E cruda.
Crudo è guardare il treno ungherese, quel treno carico di dolore, di disperazione, di umiliazione di povere genti, brutalizzate dalla civile e moderna Europa che ancora una volta si è macchiata le mani di un crimine contro l’Umanità.

Umanità, che bellissima parola…
Una parola che in sè racchiude un mondo di immagini e di sensazioni calde e pacificanti, rassicuranti e luminose se pensiamo ad essa come al sentimento che dovrebbe connotare i popoli della Terra, tutti, senza distinzione di pelle, di religione di sesso e di censo.
Una parola che dovrebbe evocare esclusivamente sentimenti di dolcezza, di solidarietà e di affettività perchè racconta la fratellanza, quando la riferiamo al genere umano.

Eppure il tempo che viviamo ha svilito tutto il suo senso più alto e nobile.
Siamo sempre più isolati, sempre più guardinghi e sempre più afflitti da comportamenti che sfiorano la patologia quando addirittura non la esplicitano completamente.
L’anaffettività ci circonda e impregna sempre più ogni fascia sociale. Il conflitto non è più tra classe borghese e classe lavoratrice ma soprattutto tra tutti i ceti che costituiscono la società partendo dalla base della piramide, spesso solo per invidia e per una competitività mutuata, come comportamento, dalle classi più agiate.
Il solidarismo è quasi sparito persino nelle classi meno abbienti che lottano fra loro per avere un frammento in più di vivibilità ed è sgomitato di lato dal familismo amorale che permea con pervicacia quei ceti che ancora pensano di essersi salvati da soli.
E, l’unica verità, è che nessuno si è salvato da solo, unicamente siamo tutti più soli.

Giorni fa, avendo la possibilità di viaggiare senza climatizzatore servendomi solo del finestrino dell’auto aperto, mi son trovata a riflettere su come, un tempo, in assenza del comfort della tecnologia, fosse possibile ascoltare i dialoghi nelle auto a fianco la nostra, di come ci si guardasse gli uni con gli altri e ci si sorridesse talvolta, di come si percepisse l’altro non come un organismo chiuso in una nicchia asettica e priva di suoni vitali, ma come un altro noi.
Pensavo a quando era normale chiedere in prestito una tazza di zucchero o di caffè alla vicina e come, ad un tratto, fosse diventato sconveniente perchè, in maniera tacita, dovevamo tutti dimostrare di non aver bisogno di nessuno, di essere in grado di provvedere a noi stessi e alle nostre necessità senza chiedere alcunchè ai vicini, anzi, soprattutto a loro.

Si son chiusi i finestrini, si son chiuse le porte, si è chiusa la vita entro spazi limitati e angusti in cui l’essere umano, animale sociale da milioni di anni, ha iniziato ad ammalarsi di solitudine, dove le famiglie sono diventate circoli per pochissimi intimi, dove impera il motto che bisogna stare attenti agli amici che non sono mai sinceri, fino ad arrivare, così, ad un tale individualismo da generare più spesso di quanto si creda, nuclei patologici nelle dinamiche famigliari e sociali.

Il consumismo e le comodità che ci sono stati concessi, ci hanno drogato isolandoci sempre più, nell’averci resi dipendenti dall’evitare di “sporcarci” degli altri, impedendoci di sentire il dolore degli altri, di provare orrore dinnanzi all’immagine del soldato che torna a casa con il peluche per i suoi figli pur sapendo di aver sterminato interi villaggi.
Piani di realtà scollati fra loro, stati patologici del quotidiano a cui, ormai, siamo persino assuefatti.

La cosa drammatica è che tutte le dimensioni che viviamo, sono così, dalle nostre abitazioni ai luoghi di lavoro.
La nostra condizione non ci appartiene più. E’ manipolata dalla comunicazione mediatica che ci vuole automi perfetti e asettici.
Il corpo è negato, non ci si sfiora, non ci si sopporta, la misura dello spazio vitale è aumentata per ciascuno di noi, l’intolleranza ai rumori, agli odori dei corpi altrui, allo schiamazzo di una tavolata dei vicini, alle voci dei bambini è cresciuta sensibilmente tanto che nelle grandi città è sempre più frequente che non possano giocare nei cortili condominiali perchè disturbano.

Già, disturbano. Disturbano quando nelle braccia dei loro genitori salgono su un barcone che spesso li condurrà in fondo al mare e ne vediamo ripescare i corpicini da altri uomini dalle mani pietose e dal cuore che si frantuma in quel gesto.
Disturbano quando vediamo il loro sguardo attraverso una foto d’agenzia, rubata attraverso i finestrini di un treno le cui porte sono sprangate e lascia  intuire che i corpi siano ammassati, che il caldo, la sete, la fame alimentino i loro pianti.
Disturbano come gli occhi dei bambini siriani e palestinesi che sopravvivono all’orrore, occhi ricolmi di quell’orrore e di una paura senza confini, occhi che non guarderanno più il giorno nuovo che li aspetta con la tenerezza e la serenità che tutti i bambini del mondo dovrebbero avere.
Disturbano come i pianti dei bambini greci abbandonati negli orfanotrofi perchè le famiglie non hanno più mezzi per sfamarli.

Disturbano perchè, malgrado tutto, siamo ancora umani e, in un modo o nell’altro, dobbiamo fare i conti con l’essere umano che vive in noi che è più forte di tutti i modelli di consumismo e individualismo con cui questo sistema ci ha avvelenato.
Disturbano perchè sappiamo che anche noi siamo stati bambini e da qualche parte dentro di noi, ricordiamo cosa significhi esserlo.
Disturbano perchè abbiamo bambini anche noi, perchè siamo comunque coscienti che i nostri bambini sono tutti i bambini del mondo e sappiamo, malgrado il nostro egoismo, che nessun bambino dovrebbe conoscere la fame, la disperazione e le bombe.
Disturbano perchè sappiamo che tutti i bambini hanno diritto di vivere e di avere garantita una vita fatta di gioco, di spensieratezza, di scuola, di futuro.

Ricordiamocene quando ci assale la preoccupazione del migrante e dei suoi bambini.
Ricordiamoci che per tornare ad avere quella società che tutti abbiamo conosciuto e di cui in moltissimi sentiamo la mancanza, che i nostri bambini ci guardano.

 

 

 

(immagine dal web)

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9 Pensieri su &Idquo;I bambini ci guardano

  1. “Ricordiamocene quando ci assale la preoccupazione del migrante e dei suoi bambini.
    Ricordiamoci che per tornare ad avere quella società che tutti abbiamo conosciuto e di cui in moltissimi sentiamo la mancanza, che i nostri bambini ci guardano” e facciamolo prima che anche questo fondamentale istinto, quello che ci porta a proteggere i bambini, venga a sua volta sepolto dalla fatica di vivere le nostre contraddizioni..

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    • I bambini ci guardano… e non dimentichiamo che VEDONO molto di più di quanto noi crediamo. Molto più in profondità e senza la retorica che confonde i ricordi. Da bambina (parlo per me perché non posso attribuire ad altri le mie senzazioni) vedevo con lucidità le ipocrisie degli adulti, mi accorgevo delle diseguaglianze e non sopportavo che mi raccontassero storie consolanti. Ho avuto un ottimo maestro: il mio nonno anarchico di Romagna, in ribellione perenne contro il bon ton familiare… un bambino anche lui dagli occhi aperti sulle ingiustizie del mondo. Quelle che gli altri si sforzavano di mascherare, camuffare e ingentilire… perché secondo loro i bambini non vanno turbati nella loro fresca ingenuità ma vanno pre-servati. Invece, credo, i bambini -assai più intelligenti di tanti adulti- non meritano questo trattamento.

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      • Quanta verità anche nelle tue parole Maria.
        Spesso si crede che i bambini non capiscano e non mai così.
        Non serve brutalizzarli con fatti che non sono in grado di comprendere ma iperproteggerli non è di certo la soluzione.
        Agli adulti spetterebbe sempre il dovere educativo di spiegare, specie di fronte ad una domanda del bambino che, se la pone, significa che è in grado di affrontarne la risposta.
        Diversamente nemmeno la domanda nascerebbe.
        E i bambini vedono e imparano dai gesti, dalle emozioni, dalle sensazioni che percepiscono empaticamente dagli adulti.
        Il dramma vero, è che è proprio l’adulto ad essere immaturo, come essere umano e come genitore, non il bambino.
        Dovremmo parlare di più anche di questo, non c’è niente da fare se vogliamo che questo paese cresca ed evolva.
        Anche qui la politica potrebbe fare moltissimo.

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      • Hai mai letto il mio blog? Io faccio del mio meglio…Ad esempio ho scritto tutta la storia del fascismo attraverso gli occhi di mio padre. Nel blog parlo di Dio, ma non nel modo convenzionale e di tante altre cose. Ho tante visualizzazioni ogni giorno, dall’Italia e dal mondo. Io ti lascio il nome, vedessi che bei commenti ricevo! Diolontanoevicino.wordpress.com, a te la scelta, ciao e buona giornata, Giusy

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    • Francesco Paolo Magno, è ovvio che non solo i bambini ma soprattutto i bambini che sono le generazioni future.
      Ed è altresì ovvio che se ti prendi cura dei bambini significa che ti stai anche prendendo cura degli adulti.

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