Sette lezioni critiche e la teoria del “meno peggio”

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di Turi COMITO

A otto anni dall’inizio della Grande Crisi del nuovo millennio credo si possa fare un breve sommario dei principali effetti, diretti e collaterali, che questa ha comportato per un pezzo di mondo (quello dell’Europa Occidentale in primis) dal punto di vista economico, sociale e politico.
Ho chiamato questo sommario “lezioni” ma è solo un promemoria senza pretese di completezza, giusto per riepilogare alcune cose (tra le tante) riepilogabili.

1) la Crisi nasce negli Stati Uniti come collasso del sistema finanziario privato dovuto all’ennesima bolla immobiliare. Banche dedite al prestito facile, alle stregonerie mobiliari (CDS, subprime, ecc.), agli investimenti d’azzardo e via dicendo crollano sotto il peso di crediti inesigibili e falliscono – creando disoccupazione, distruzione di ricchezza privata, impoverimento di milioni di persone – oppure (nella maggior parte dei casi) vengono salvate dalle finanze pubbliche, cioè dallo Stato, attraverso tassazioni supplementari per i propri cittadini o (come nel caso statunitense) attraverso una super produzione di moneta. Questo tipo di crisi, per effetto dei legami sempre più forti e intricati a livello mondiale tra gli istituti di credito privati, si trasferisce in Europa rapidamente. Nel frattempo manager e dirigenti a vario titolo di banche che avevano provocato direttamente e indirettamente con le loro dissennatezze e le loro frodi di massa il tracollo del sistema, piuttosto che essere fucilati in luogo pubblico ed accessibile a tutti vengono premiati con “superbonus” e/o addirittura diventano ministri (esemplare, e non unico, il caso di Henry Paulson, ex amministratore delegato di Goldman Sachs Group e Ministro del Tesoro del secondo governo Bush durante i primi anni della crisi);

2) In Europa la crisi finanziaria privata, attraverso una serie di giochetti politici e attraverso una propaganda liberista particolarmente bene organizzata, massiccia e, aggiungerei, violenta, viene trasformata in Crisi del sistema. Cioè nella pesantissima messa in discussione dei principi fondanti del sistema sociale che va sotto il nome di Welfare State e che ha caratterizzato l’impianto sociale, economico e politico di tutta l’Europa occidentale dal secondo dopoguerra in poi. In Europa si assiste ad un micidiale attacco ideologico contro alcuni dei cardini di questo sistema. L’attacco è principalmente rivolto:
a) al principio del debito pubblico quale elemento di redistribuzione della ricchezzaassociandolo all’idea di spreco e corruzione (sempre e in qualunque momento, senza eccezione alcuna);
b) al principio della protezione della parte più debole nella contrattazione di lavoro (in Italia lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori) spacciando tale attacco come elemento di innovazione, di progresso, di allineamento agli standard mondiali;
c) al principio dell’intervento dello stato nell’economia – considerato dannoso, elefantiaco e inefficiente – messo in atto con una massiccia – ennesima – ondata di privatizzazioni in ogni settore economico di profitto e di non profitto sostenendo che solo un sistema economico totalmente privatistico garantisce efficienza, ricchezza generalizzata e molto altro ancora.

3) La Crisi produce effetti sociali di diseguaglianza di straordinario rilievo.
Dopo decenni in cui – per effetto della tassazione principalmente e per la presa in carico dello Stato di una serie lunghissima di oneri sociali considerati diritti (scuola, sanità, ecc.) – si è assistito ad una diffusione generalizzata di benessere economico e sociale, la tendenza si inverte e si assiste ad un fenomeno nel quale fasce sempre più larghe di popolazione si impoveriscono ed élites molto ristrette si arricchiscono (o aumentano spropositatamente la loro ricchezza). Un drenaggio di risorse dal basso verso l’alto continuo e consistente registrato, oltre che ad occhio da tutti, perfino dagli scribi di istituzioni internazionali a vario titolo rappresentative del liberismo dominante (si veda il recente rapporto dell’Ocse sintetizzato qui);

4) La Crisi ha conseguenze politico-ideologiche – e non solo economiche – estremamente profonde. In pratica le già poco consistenti differenze di politiche economiche tra partiti conservatori e progressisti (almeno a partire dagli anni ’80 del XX secolo in poi) si annullano completamente.
In entrambi gli schieramenti, in tutta Europa, domina una ideologia unica, uniforme e tassativa di tipo liberista che assegna alle virtù taumaturgiche del “mercato” la risoluzione di ogni problema di ordine economico e sociale o quasi. Più concorrenza, più privatizzazioni, più flessibilità nel “mercato” del lavoro, meno spesa sociale, meno controlli nel settore creditizio, meno programmazione economica, diventano slogan dominanti e pratiche politiche pressoché incontestabili e incontestate. Inutile fare notare che è stato proprio il “mercato” – e non lo Stato – a produrre il disastro mondiale del 2007/2008. Ormai la retorica dello Stato come “male assoluto” è universalmente accettata. Prova ne sia il fatto che, a parte insignificanti eccezioni (Grecia del 2015 compresa), tutte le tornate elettorali avute in Europa in questi otto anni hanno assegnato ad uno dei partiti del blocco ideologico liberista (che sia chiamato conservatore o progressista non importa) la maggioranza dei voti. E laddove uno dei partiti non ha ottenuto la maggioranza, i due partiti (o le principali formazioni che condividono l’impostazione liberista) governano assieme in quelle che vengono chiamate “Grandi Coalizioni”. Primo esempio tra tutti la Germania e, a seguire, nei fatti anche se non nella forma, l’Italia che ha una maggioranza al governo composita ma totalmente riferibile all’area ideologica liberista.

5) La Crisi ha prodotto in Europa, nella sostanza e nella prassi anche se non nella forma, una accelerazione del processo di trasferimento di sovranità degli Stati verso istituzioni esterne. In particolare una istituzione non politica, la Banca Centrale Europea, ha, fuori da ogni mandato, assunto una posizione dominante in termini di indirizzo politico verso tutti i paesi dell’area Euro, dissimulato da politiche economiche e monetarie considerate “obiettive”, “necessarie” e le “sole possibili”. La creazione di fondi europei “salva banche” (variamente denominati), le indicazioni di principio (pareggio di bilancio, privatizzazioni, ecc.) trovano nella BCE il suo principale suggeritore e attore sia direttemente nei confronti degli Stati aderenti all’Euro, sia nei confronti dei due principali organi legislativi dell’Unione (Commissione europea e Consiglio europeo).
La lettera della BCE (e della Banca d’Italia), indirizzata in via riservata al governo italiano presieduto da Berlusconi nel 2011, segna – formalmente anche se non sostanzialmente – l’inizio dell’ingerenza di una istituzione “non politica” nella politica degli Stati europei e il rapido trasferimento di sovranità (e di risorse economiche) dagli Stati verso il supergoverno finanziario rappresentato dalla stessa BCE.

6) La Crisi ha mostrato, con una chiarezza esemplare, che esiste un dominio pressoché totale dei mercati finanziari sui governi nazionali. La ragione di quest’altro trasferimento di sovranità è da ricercare nel cosiddetto “divorzio” (o autonomia) delle Banche centrali nazionali dai governi (per il punto di vista dell’esecutore materiale di questo “divorzio” in Italia, Beniamino Andreatta, si veda qui). Nella pratica, dagli anni 80 in poi, quasi tutti i paesi europei hanno adottato il principio secondo il quale la Banca centrale cessa di essere “prestatore di ultima istanza”. Cioè a dire questa non ha più nessun obbligo di acquisto dei titoli di Stato emessi da un Governo per finanziare la spesa pubblica (che è sostanzialmente fatto di due cose: imposte e debito attraverso titoli finanziari come Bot, BTP ecc.). Gli stati sono pertanto “costretti” a vendere sul mercato finanziario privato i loro titoli diventando debitori verso strutture finanziarie private e quasi sempre straniere nel frattempo ingigantitesi e divenute potentissime (società di Fondi di investimento, Banche e tutto il resto della baracca). Questo comporta l’esposizione finanziaria di uno Stato verso enti esterni pressoché totale e una dipendenza da questi che viene chiamata, a seconda dei casi, “credibilità internazionale”, “solidità economica” o altri eufemismi ridicoli del genere.
In queste condizioni, uno Stato è obbligato, ogni volta che i “mercati” (cioè i principali suoi creditori) lo decidono, a seguire le indicazioni degli stessi che, poco incredibilmente, sono indicazioni quasi sempre tassative, di stampo liberista e si servono della più potente arma di coercizione dopo la bomba atomica: la minaccia del mancato finanziamento del debito statale.

7) La Crisi lungi dal produrre una critica riflessione politica sul modello di sistema economico occidentale (ma oramai universale, poiché accettato, condiviso e praticato in ogni angolo del mondo) basato sul capitalismo della crescita infinita e del consumo ossessivo-compulsivo, ha rafforzato l’idea dominante che oltre questo capitalismo non vi sia null’altro tranne che la morte o il ritorno all’età della pietra. In pratica il principale soggetto ideologico del sistema, il “mercato”, è assurto allo status di divinità unica e fondante della civiltà umana. Il famoso comandamento “Non avrai altro dio all’infuori di me”, al momento e nei fatti, non si riferisce più al dio degli ebrei o dei cristiani, ma al dio “mercato”.
Nel dibattito politico ed economico lo scontro, infatti, non è sul modello di base (capitalistico consumista ossessivo-compulsivo), ma sulle politiche più idonee a conservarlo, a garantirlo, a salvarlo da sé stesso e a meglio affermarlo. Da una parte gli oltranzisti dell'”austerità” liberista e dall’altra i poco creduti “non ortodossi” sostenitori dell’idea che il capitalismo attuale possa essere salvato solo da dosi massicce di interventismo pubblico (grandi opere, grandi infrastrutture, grandi investimenti industriali, ecc.). L’idea che il sistema stesso possa eventualmente essere superato o radicalmente cambiato è patrimonio di piccole “sette” e movimenti radicali che vanno dagli spartachisti ai decrescizionisti e che sono accomunati da un’unica cosa: il non diritto di cittadinanza (o quasi) nel, flebile, dibattito in corso sui mass-media.

Una conclusione sommaria.

In queste condizioni di radicato monoteismo mercatista, diffuso oltre l’immaginabile tra l’elettorato (il popolo dei fedeli) e tra le classi dirigenti (la classe sacerdotale), non vi è alcuno spazio per pensare che le cose possano essere cambiate in profondità attraverso l’alternanza di forze “radicali” al potere quand’anche queste dovessero, per azzardo, prevalere.
Poiché perfino le forze politiche considerate più “estremiste” al governo – o candidate a governare – in alcuni paesi europei (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, M5S in Italia) mai hanno messo in discussione il sistema capitalistico consumista ossessivo-compulsivo. Hanno cercato, e cercano, al massimo, di temperare le spigolosità maggiori del sistema stesso.
Il che, nelle condizioni date, è già una fortuna.
E’ il “meno peggio”. Ma, almeno, esiste.

 

(Pubblicato su ilcosa.blogspot.it/2015/08/sette-lezioni-critiche-e-la-teoria-del.html)

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4 Pensieri su &Idquo;Sette lezioni critiche e la teoria del “meno peggio”

  1. Un buon articolo secondo me, lungo, articolato e piuttosto preciso, però non concordo con la chiusa, con il suo sbrigativo accomunare Syriza, Podemos e M5S e con la valutazione che nessuno di questi contesti nel merito il feticcio mercato. Trovo sia una conclusione opinabile e sbrigativa, peraltro non motivata.
    Opinione mia, naturalmente.

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