Linee guida su come sprecare risorse per il ciclo 2014-2020 dei Fondi strutturali

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di Riccardo ACHILLI

(n.b. articolo tecnico, ma neanche troppo)

C’è qualcosa di particolarmente perverso quando i concetti di base dell’economia sociale di mercato sono adottati per affrontare le questioni del ritardo di sviluppo. Fondamentalmente, nell’armamentario teorico di questa versione light del liberismo che costituisce la base filosofica delle politiche europee,  il problema fondamentale dello sviluppo è quello di eliminare le esternalità generate dal territorio e dal contesto sociale arretrato, per cancellare quelle distorsioni del felice, automatico ed autorisolutivo meccanismo del libero mercato da solo in grado di azzerare i gap di sviluppo con la necessaria mobiità dei fattori, portandoci tutti verso il paradiso dove il miele sgorga dai fiumi e la felicità è a portata di mano.

In questi termini, il parametro dell’efficienza di spesa dei soggetti locali responsabili della programmazione dello sviluppo,  misurato banalmente mediante l’andamento del rapporto fra spesa ed assegnazione iniziale, è ideale per esprimere la concezione dello sviluppo territoriale dell’economia sociale di mercato. Detto parametro infatti misura indirettamente la capacità di rimuovere quei fattori di contesto che frenano il gioioso e libero esplicarsi delle forze di mercato, essendo una misura di efficienza (dell’apparato burocratico locale che spende, ma anche dei soggetti produttivi e sociali che producono i progetti sui quali viene orientata la spesa).

Dove casca il lepre? Il lepre casca sul fatto che lo sviluppo non può ridursi a concetti di efficienza, perché riguarda elementi che vanno al di là dei tradizionali esercizi di massimizzazione di funzioni di produzione e di consumo. Evidentemente sappiamo che le differenze territoriali (orografiche, culturali, sociali, e a livello strutturale, la peculiare composizione dei rapporti sociali di produzione che si viene a realizzare sui territori meno sviluppati, non di rado, come diceva Trotzky, basate su una commistione di modelli precapitalistici e capitalistici) esercitano un effetto durevole, rimuovibile solo parzialmente, e in lunghissimi intervalli di tempo.

Non è quindi sulla quantità di denaro speso in un certo arco di tempo che si producono gli effetti di breakthrough delle condizioni di inerzia socio-culturale, e di mancato avanzamento delle forze produttive. Tutt’al più si generano delle “bolle” di crescita, laddove si concentra la spesa, che si sgonfiano appena finita quest’ultima, senza generare effetti permanenti di sviluppo.

Tra l’altro, è proprio nei territori più sguarniti e meno sviluppati, che le condizioni di arretratezza delle macchine burocratiche locali sono più accentuate, e che quindi la “velocità di spesa” è più lenta, convertendosi in un parametro che fa ulteriore gerarchia fra i territori meno sviluppati, quelli ancora di meno, e quelli in fondo alla scala. Quindi, in pratica, l’utilizzo di questo parametro per discriminare le risorse distribuite fra diversi programmi di sviluppo produce squilibri dentro gli squilibri, diseguaglianze dentro le diseguaglianze.

L’impatto di un programma di sviluppo, la sua efficacia potenziale, va quindi correlato ad elementi qualitativi, spesso nemmeno misurabili statisticamente, se non indirettamente, che vanno ad incidere sulla struttura sociale e sulla sovrastruttura culturale in modo mirato, per attivare processi autopropulsivi di cambiamento degli assetti locali, i cui impatti, peraltro, diventano visibili solo dopo molti anni.

Naturalmente, Renzi, di fronte alla platea pallida ed assorta della Direzione Nazionale della Polisportiva Democratica, è andato esattamente a dire che i fondi assegnati con la programmazione 2014-2020 saranno redistribuiti in base alla “velocità di spesa”. Le Regioni dell’obiettivo Convergenza relativamente meno arretrate, quindi con apparati burocratici relativamente più efficienti oppure con territori di competenza più piccoli e quindi più compatti e facili da gestire avranno quindi più soldi, quelle relativamente più arretrate, e quindi più bisognose, saranno lasciate al palo. Acuendo quindi i differenziali di sviluppo interni al Mezzogiorno, senza peraltro generare effetti di spillover fra regioni più veloci e più lente, che sono bloccati proprio da quella ostinata ed irriducibile impedenza del territorio (fatta di gap trasportistici, e anche immateriali) di cui si parlava sopra.

Un modo come un altro per buttare al cesso 40 miliardi di fondi strutturali e relativo cofinanziamento per il 2014-2020, più altri 10 del 2007-2013.

Non mi esprimo sugli altri 43 miliardi di fondi nazionali che potrebbero rivenire dal prossimo Fondo Sviluppo e Coesione,  perché secondo me per ottenere una simile impostazione finanziaria dovrà perlomeno sedurre la Merkel.

 

(immagine dal web)

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