Sono buonista e posso vantarmene

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di Ἀρχιμήδης ὁΠυθαγόρειος

Io sono del ’76 e a scuola mi hanno sempre spiegato come il razzismo e il fascismo siano cose terribili: film sulla Shoah alle superiori, per mostrarci a che cosa porta l’odio razziale (e indipendentemente da chi ne sia vittima), educazione civica alle medie, storia della Seconda Guerra Mondiale e spiegazioni di come la storia deve esserci maestra per non ricadere nel razzismo, e in generale nel fascismo, dalla prima elementare alla quinta superiore. Si cominciava alle elementari ed all’asilo a disegnare bimbi di tutto il mondo in girotondo. Cose da “buonisti”, vero? Dico a chi chiama “buonismo” quelli che sono i valori fondamentali dell’umanità, per i quali vale la pena di vivere e con i quali si riesce a guardarsi allo specchio senza farsi venire la nausea, come solidarietà e fratellanza, aderendo così ad un pensiero in cui è la cattiveria a diventare un valore; infatti la parola “buonista”, visto che è quasi sempre usata proprio in questo senso, è ormai un complimento a tutti gli effetti: dirmi “buonista!” è come dirmi “persona solidale che considera la fratellanza un valore!“, che è poi lo stesso di “persona non spregevole!“.

Da quando ho cominciato ad interessarmi di politica, da ragazzino, molti amici mi cercavano di convincere ad aderire all’ANPI, ma, mentre trovavo utile sostenere il mio partito tesserandomi, trovavo il tesseramento all’ANPI una cosa lodevole, ma ridondante: tutti si era antifascisti, non era necessario lottare contro il fascismo. I Rom e i Sinti erano ancora profondamente discriminati, ma nessuno invocava ruspe contro le baracche della povera gente.

 

Semmai c’era chi, le ruspe, le avrebbe volute contro le ville dei ricchi, dei potenti. Gli unici tanto a destra da dire “aiutiamoli [solo] a casa loro” erano quelli del MSI, piccolo partito neofascista. Si noti che ormai non dicono neanche più quello, anche perché sarebbe troppo palese, tranne forse che agli occhi degli analfabeti funzionali, l’ipocrisia di chi non muove un dito contro la predazione delle materie prime nel Sud del Mondo, le politiche commerciali del WTO, i regional trade agreements dell’UE e, anzi, invoca spesso protezionismo in quella che chiamano “casa nostra”, mentre gioisce del successo delle imprese italiane nel Terzo Mondo devastato dalle imposizioni della globalizzazione liberista e si lamenta pure se i venditori ambulanti vendono merce contraffatta danneggiando gli interessi delle transnazionali dell’abbigliamento.

Poi ci sono stati vent’anni di Berlusconi alleato con la Lega Nord.
I mass media, all’inizio soprattutto quelli Mediaset, ma presto anche gli altri, hanno cominciato una politica sistematica di specificazione dell’origine etnica di chi commette atti di microcriminalità (la macrocriminalità ai danni dello Stato è monopolio di italianissimi imprenditori e politici), dando addirittura più spazio mediatico agli episodi in cui il colpevole è un immigrato o un rom. Perché non specificare il numero di scarpe di chi commette un reato? Che cosa ci si prefigge sottolineandone la nazionalità o l’appartenenza al popolo romaní? Immaginate che cosa potrebbero fare, dopo un po’, gli hooligans interisti se, ogni volta che un milanista commette qualche reato, se ne specificasse l’appartenenza calcistica ai telegiornali? Pensate che i nostri connazionali del Sud avrebbero sopportato dei media nazionali in cui si facesse notare sistematicamente che il tale borseggiatore o stupratore fosse meridionale? Pensate che non sarebbe stato costretto alle dimissioni un telegiornalista che avesse sottolineato la religione di famiglia di Strauss-Kahn o Mieli quando ebbero i loro guai giudiziari? Perché, allora, questo non accade quando si fa così con immigrati extracomunitari, o comunitari, o Rom o Sinti (magari pure italiani)?

E tutto ciò in barba a leggi ben precise, come la legge 25 giugno 1993, n. 205 (proposta da Nicola Mancino, ministro democristiano: come dovrebbe essere ovvio l’eredità antifascista di questo paese era condivisa praticamente da tutti e non si era considerati comunisti se lo si faceva), che fanno della propaganda razzista un reato, legge a tutt’oggi in vigore, nonostante i tentativi di cancellarla di un partito che corrisponde guardacaso al tipo di organizzazione, messa al bando da tale legge, “avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Contemporaneamente i media italiani hanno cominciato a ricordare l’Olocausto come una tragedia per il solo popolo ebraico, mentre in altri paesi d’Europa il Giorno della Memoria è un giorno di commemorazione delle vittime e di allerta a combattere ogni forma di razzismo: quello contro gli Ebrei, quello contro Rom e Sinti, tutti quelli che si possano presentare nel corso della storia.
Allo stesso tempo si è anche iniziato ad essere sempre più permissivi con chi diffonde ideologie razziste. Ricordo la frase di Calderoli del 2003 “A quando un Presidente della Repubblica di colore o con il Corano in mano?”, dove si noti il politicamente “corretto” “di colore” per non incappare nell’accusa di usare un linguaggio razzista, anche se, più che ovviamente, rammaricarsi per il colore della pelle di un potenziale capo di stato è una vomitevole manifestazione di razzismo indipendentemente dalle parole scelte. Oso sperare che sarebbe allora stato sbattuto in galera buttando la chiave se avesse detto la stessa frase con l’espressione “con i boccoli sulle tempie” invece che “di colore” e con “Talmud” al posto di “Corano”, ma con la stessa fermezza si deve colpire ogni forma di propaganda razzista; ho detto “sarebbe allora stato” perché oggi si sta sdoganando, insieme a Casa Pound, anche l’ultima forma di razzismo rimasta tabù sociale, quello antiebraico.

Così ci troviamo in un paese dove, stando a statistiche che spero inaffidabili, il 36% degli Italiani sembra gradire l’ideologia cattivista della ruspa – mediaticamente onnipresente insieme al suo cavalcatore europarlamentare assenteista – contro gli ultimi tra i poveri e del garantismo per i più potenti tra i ricchi, l’ideologia dei CIE dove gente muore e dove non si lasciano entrare neanche i giornalisti, l’ideologia dei respingimenti di uomini, donne e bambini mandati ad annegare, dei campi di concentramento per migranti costruiti dall’italiana Impregilo nel deserto della Libia, dei camion dell’IVECO con container di metallo per trasportare persone nel deserto, ovviamente corredati di sacchi per morti, forniti dall’Italia a Gheḍḍafi…

Se avessi chiesto ai miei nonni come avrebbero chiamato chi approva un’ideologia del genere che considera la solidarietà, la fratellanza e il rispetto per la vita come disvalori, mi avrebbero detto: “‘na bestia“.

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