Il grande inganno della parola “riformismo”

odisseadelleriforme

[tratto da “Dieci parole che hanno confuso l’Italia” di Omar Calabrese. Pubblicato sulla pagina Facebook “I Maestri del socialismo”]

Riformista, secondo il Dizionario è “chi vuole modificare con riforme e metodi legali l’assetto sociale e la struttura dello Stato; nell’ambito delle teorie socialiste, si contrappone a massimalista; est., sinonimo di socialdemocratico”.

Il riformismo, insomma, è un modo per far evolvere gli ordinamenti politici e sociali mediante l’attuazione di riforme graduali e progressive. In questo senso, riformismo contrasta con rivoluzione. Predica l’uso di metodi democratici, in contrapposizione a quelli autoritari spesso usati dai regimi prodotti dalle rivoluzioni. Dal punto di vista storico, in effetti, il termine riformismo nacque per distinguere all’interno del movimento socialista coloro che sostenevano riforme graduali anziché la rivoluzione propugnata dai massimalisti (vale la pena rammentare che il programma di Marx ne Il Capitale contiene due varianti, quella appunto “massima” della presa del potere violenta e quella “minima” che si ottiene attraverso il consenso elettorale e l’alleanza fra le classi).

Più tardi, è diventato sinonimo di socialdemocrazia.

A partire dagli anni Ottanta, però, essere riformisti ha avuto piuttosto il significato di proporre riforme graduali di fronte alla sfida posta dai liberali e dai conservatori, guidati da leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i quali hanno cominciato a dichiararsi sostenitori di riforme radicali (orientate alla restaurazione).

Riformismo è così divenuto parola utilizzata anche a destra, con la conseguenza di neutralizzare un elemento ideale di sinistra, far apparire quest’ultima come conservatrice oppure come estremista.

Alcuni hanno pertanto proposto di usare il termine riformatore per la destra e riformista per la sinistra. Non a caso in Europa e negli Stati Uniti spesso i liberali progressisti e i cristiano-sociali vengono definiti riformisti, rispetto ai liberisti e ai democristiani, tanto da portare a certe convergenze con la socialdemocrazia. In Italia l’equivoco è corrente.

Si leggano alcune frasi tratte da un’intervista a Pier Ferdinando Casini apparsa sul “Corriere della Sera” nel 2009: “L’ex presidente della Camera: ‘noi con la sinistra riformista? Future alleanze, ma transitorie’”. A D’Alema Casini risponde non solo che l’appoggio al governo Prodi è impensabile (‘combatto la sinistra radicale anche perché favorisce il populismo radicale di destra’), ma che pure la prospettiva di un accordo con la sinistra riformista, se non impossibile, è di là da venire. L’idea di Casini è che popolari europei e socialisti europei sono alternativi, e possono convivere solo in determinate contingenze. “Come in Germania, dove saggiamente la sinistra riformista governa con i cattolici anziché con Verdi e comunisti, o come in Austria”.

Come si vede, si tratta di un caso nel quale riformista e radicale sono diversi, ma comunque orientati nella medesima direzione, e l’unica prospettiva esistente è l’alleanza occasionale e variabile con il centro.

Ma in molti discorsi di esponenti del centrodestra (ad esempio Tremonti e Gelmini) il riformismo viene indicato come una qualità essenziale del rinnovamento proposto dal Popolo delle Libertà. In questo modo, l’equivoco sul reale contenuto delle riforme proposte è assai produttivo, perché ancora una volta neutralizza un orientamento politico tradizionale.

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