L’appartenza politica è una cosa seria. E si dà alle cose serie

di Sergio MINNI

In questi ultimi mesi si è fatto un gran discutere di coalizioni, aggregazioni o di singoli esponenti di questo o quel partito che si staccano dal PD o da Sel in un ribollire di riposizionamenti causati dallo spostarsi del PD a destra da un lato, e dalla consapevolezza della necessità di un soggetto aggregante a sinistra dall’altro.

Tutte queste entità hanno qualcosa in comune: la tendenza a schiacciarsi volenti o nolenti su modelli organizzativi ed aggregativi che non sembrano essere adeguati alla “mission” che si sono autoassegnate, che normalmente è quella di riempire il vuoto di iniziativa politica e di radicamento sociale che la ritirata dal PD di parte del suo tradizionale elettorato si sta lasciando dietro.

Per fare un esempio, le recenti elezioni regionali in Emilia-Romagna hanno lasciato uno strascico pesante in termini di astensionismo dal voto, che però, come anche in Liguria, non si è tradotto (ancora?) in una aggregazione alternativa o in un esplicito divorzio tra il PD e il suo elettorato.

Per qualche motivo le offerte alternative, dove sono presenti, non attraggono consensi e non bilanciano le perdite: tanto che, in Liguria e a Venezia personaggi perlomeno discutibili hanno potuto affermarsi proprio grazie a questo calo di consensi.

La trasversalità che presenta il fenomeno dell’abbandono del voto indica anche una crisi delle risposte date dai partiti politici alla crisi della rappresentanza e delle rappresentazioni politiche di questo scorcio di nuovo millennio. Queste risposte – declinate nella democrazia delle primarie del PD e nella a-democrazia telematica di Grillo – si sono involute in direzione non di un allargamento, ma di una restrizione della base di iscritti o simpatizzanti che effettivamente prende parte e/o influenza, in maniera informata, la formazione della linea politica dei partiti di appartenenza.

Non esiste quindi solo un vuoto “politico” (nel senso di appartenenza e di rappresentanza) da riempire: esiste anche un vuoto di democrazia della e nella politica. Da quanto è dato vedere Sel, varie altre sigle di sinistra, transfughi del PD come Possibile di Civati o i comitati di Stefano Fassina (scusate tutti se semplifico grandemente la situazione) stanno promuovendo una aggregazione basata sulla costruzione di nuove appartenenze. Si potrebbe maliziosamente dire che hanno come obiettivo quello di costruire “spezzoni di senso” da trasformare in consistenze numeriche da poi spendere in vista di una possibile riunificazione.

Una visione più ottimistica potrebbe dire che non c’è unificazione se non ci sono dei soggetti da unificare: ma questa fase sembra più caratterizzata dalla costruzione di confini, attraverso i quali poi costruire ponti bisogna vedere quanto girevoli.

Il tema della democrazia non viene affrontato in maniera problematica, e inevitabilmente questo porta in una ricaduta in pratiche e/o prassi obsolete, inadatte a rispondere alle nuove sfide che la politica si trova ad affrontare.

La forza che riuscirà a comporre le tessere di questo puzzle sarà anche quella che fornirà la chiave di uscita dalla crisi politica della sinistra. Si tratta di unificare le domande di senso e di socialità con la modalità della generazione delle risposte a queste stesse domande, che è un po’ la prosecuzione del vecchio dibattito sulla coerenza tra mezzi e fini, difesa e ampliamento delle libertà individuali, tutela economica e materiale dei nuovi poveri e di coloro che tali si percepiscono, il tutto nel quadro di una rottura aperta dei rapporti tra potere politico e sindacato e di una politica sempre più esautorata in una delle sue funzioni fondamentali, che è la gestione dei conflitti che sorgono intorno al fluire delle risorse disponibili nella società sotto forma di surplus.

A partire dal ridursi di questo surplus e all’imposizione di percorsi che l’allocazione e la modalità di generazione di questo surplus devono avere da parte di istituzioni internazionali sempre più opache.

E’ una sfida che le forze politiche esistenti non sembrano in grado di raccogliere.

Tuttavia esistono forze intellettuali ed organizzative diffuse che potrebbero esserlo, se si creasse l’ecosistema relazionale adatto. La cosa secondo me più importante è che non si può ora come ora partire da una appartenenza specifica, quanto da un sistema di valori comuni e da una prassi tutta da inventare che veda nella inclusività e nella orizzontalità i suoi tratti fondamentali.

Ci sarebbero molte cose da dire su queste semplici premesse, ma credo che la chiave del loro disvelamento stia in un processo piuttosto che in una esposizione che più fosse approfondita meno sarebbe capace di suscitare opinioni, pensieri e cambiamenti.

Lancio quindi l’idea di un “laboratorio di elaborazione e di pratica politica” che possa in qualche modo dare alcune indicazioni su percorsi e pratiche possibili di rinnovamento del nostro modo di concepire gli strumenti di partecipazione e trasformazione nei quali siamo presenti, partendo dalle esperienze pratiche e personali per giungere a verificare la possibilità di una sintesi più alta e che sia non un nuovo ennesimo punto di arrivo, ma un nuovo (ennesimo?) punto di partenza.

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4 Pensieri su &Idquo;L’appartenza politica è una cosa seria. E si dà alle cose serie

  1. Gentilissimo Minni,
    trovo mooolto stimolante il tuo articolo, a cominciare dal titolo che condivido al 150% . L’unica cosa su cui dissentirei, per esperimenti eseguiti, è quella secondo la quale piu’ si approfondisce un argomento meno sarebbe capace di suscitare opinioni. Cio’ è vero solo nel caso che l’approfondimento sia talmente spinto da non lasciare piu’ alcuna possibilità di variazione. Ma qui siamo ancora quasi al foglio in bianco e, sai , per dire se l’unico tratto di matita sia giusto o sbagliato , bisogna che questo sia concretamente tracciato. Io per quasi 4 anni ho militato nel PD (ne uscii all’inizio del 2014) e mi sono interessato abbastanza di quale poteva essere la forma partito e la sua organizzazione (scrissi anche qualcosa in proposito mai preso in considerazione da nessuno). Ora comincio l’avventura con Possibile. Perciò sarei oltremodo interessato allo sviluppo (magari anche con uno stile “pratico” tipo manualetto) del tuo pensiero . Visto che tu sembri accennarne, colgo l’occasione per dire che trovai interessante il libro di Barca , in particolare sulla mobilitazione cognitiva. Nutrivo però alcuni dubbi che quel progetto potesse concretizzarsi nel PD ( che probabilmente allora Barca idealizzava , appena iscritto e senza ancora aver cominciato l’indagine sui circoli romani, ), per tutta una serie di motivi , pratici e di linea. Io qui ad Udine sperimentai negativamente un’ ipotesi in nuce e localmente di quel progetto. Spero quindi di risentirti e di poter interloquire ancora. Cordailissimamente
    arch. Giuseppe Del Zotto

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