Portogallo: pochi fatti, veloci, veloci

bloco

di Riccardo ACHILLI:

Alcune brevi note per comprendere la situazione in Portogallo.

Punto primo. Non è vero, come si affrettano a dire i media mainstream, che il Portogallo abbia “premiato” gli autori dell’austerity: le due forze politiche responsabili dell’austerità, il Partito socialista (dal 2009 al 2011) e la Coalizione di Centro Destra (dal 2011 ad oggi), prendono complessivamente poco meno di 4 milioni di voti, circa il 41% del totale dei voti abilitati. Il grande vincitore è l’astensionismo, come oramai avviene un pò ovunque.
Il 43% degli elettori non vota nemmeno più, ed al netto di quel 10-15% di astensionismo fisiologico, si tratta di un enorme messaggio di sfiducia per la politica, e di un segnale, pericoloso perché foriero di potenziali nascite di nuovi caporali austriaci, di disperazione;
Secondo. Non è del tutto esatto dire che il Bloco de Esquerda, che fa un eccellente risutato, raddoppiando il suo consenso rispetto alle Politiche del 2011 ed alle Europee del 2014, sia la Syriza portoghese. Sebbene nato anche esso come fusione di diversi movimenti della sinistra radicale (trotzkisti, maoisti e socialdemocratici radicali) non ha affatto commesso la cazzata di Tsipras di andare in giro a professare il suo assoluto europeismo.
Una dei due coordinatori nazionali, l’ottima compagna Catarina Martins, ha detto con estrema chiarezza, alla vigilia del voto, che: “sebbene noi non difendiamo una uscita dall’euro, il Portogallo deve essere praparato a tutti i ricatti e le minacce. Il Portogallo deve essere preparato ad uscire dall’euro, se vuole evitare i ricatti del signor Schaeuble. Se dobbiamo vivere con dignità o con l’euro, scegliamo di vivere con dignità”. Cos’è? E’ il piano B.

E’ la posizione politica più intelligente della sinistra in questo momento. Non sbandierare l’uscita dall’euro “senza se e senza ma”,che spaventa molti elettori del suo blocco sociale (ed infatti, il partito comunista, sostenitore del Lusitexit e basta, arriva, nella sua coalizione con gli ambientalisti, quarto, con l’8,3% dei voti, in calo dal 12,7% delle europee dell’anno scorso, e cede al Bloco de Esquerda lo scettro di principale forza della sinistra portoghese). Ma nemmeno andare a farsi prendere a pizze in faccia in nome dell’Europa, come ha fatto Alexis da Atene.
Occorre saper avanzare in modo molto chiaro una opzione realistica di riconfigurazione, o di uscita, dall’euro, e metterla come una pistola sul tavolo dei negoziati. No, averne paura. E, ancor meno, lodare l’Europa, come fanno i socialisti, anche molti di quelli italiani. Bloco de Esquerda ha quindi una elaborazione programmatica più avanzata di quella di Syriza e di Podemos (dove, ricordiamolo, Iglesias ha detto che voleva fare come Tsipras, subito dopo la firma del nuovo memorandum);
Terzo. Il risultato del voto, che non è affatto tenero con i partiti dell’austerità (vedi punto a) ma che comunque vede ancora un 41% di portoghesi che li vota, è spiegabile con alcune specificità di quel Paese. E’ un Paese relativamente anziano. Gli ultrasessantacinquenni sono il 20% della popolazione, a fronte del 19% della media dell’area euro, e, inoltre, l’elettorato è ancor più anziano, perché una quota rilevante dei 500.000 giovani portoghesi emigrati per via della crisi non ha votato.
Questa composizione anagrafica favorisce le tendenze conservatrici. Inoltre, come effetto degli anni di Salazar, l’analfabetismo colpisce ancora fra il 5 ed il 7% della popolazione adulta, mentre il 66% degli adulti ha un livello educativo che non supera la scuola dell’obbligo, a fronte del 35% della media Ue.
Un elettorato di questo tipo, che si concentra soprattutto nelle zone interne e rurali, è inevitabilmente affetto da un insufficiente livello di informazione e capacità di critica politica. Ed è facilmente manipolabile dai messaggi con i quali la Destra, ma anche i socialisti, hanno condotto la campagna elettorale, all’insegna del “il peggio è passato, siamo usciti dalla fase più dura dell’austerità, adesso però non dobbiamo tornare indietro alla spesa facile, perché sprecheremmo tutti i sacrifici sin qui fatti”. Questa sorta di versione ex post del TINA thatcheriano trova poi conferma nell’umiliazione che Tsipras si è fatto infliggere firmando il memorandum che, come volevasi dimostrare, ha avuto come principale effetto (voluto dalle destre ordoliberiste) quello di radicare nelle classi popolari europee l’idea che non esiste una via di uscita all’austerità, idea supportata da assurdi trionfalismi mainstream su qualche decimale di miglioramento nel tasso di crescita del PIL ed in quello di disoccupazione, indicatori che, considerati in modo avulso dal quadro sociale tragico che si è creato, hanno il significato di penose prese in giro. Di conseguenza, un elettorato relativamente anziano e non sempre con tutti gli strumenti per una partecipazione politica consapevole, ha quindi espresso un voto “difensivo”, caratterizzato dalla paura di tornare indietro al 2011, scaricando la paura sui ceti della società più colpiti dall’austerità, i giovani e le classi lavoratrici.
Un voto non pienamente consapevole del fatto che la “cura” liberista ha definitivamente ucciso il Paese, che è oramai affetto da un livello non rimborsabile di debito pubblico, come effetto della spirale austerità-decrescita-debito, privato delle sue leve di controllo dell’economia, dopo un programma di privatizzazioni da 10 miliardi che lo ha semplicemente esautorato dalla possibilità di programmare alcunché, con un sistema bancario sull’orlo del tracolo, tanto che tutti si aspettano un secondo crack sul modello quello del Banco do Espirito Santo nei prossimi mesi, con più di un cittadino su dieci in condizioni di severa deprivazione materiale ed il 27% della popolazione a rischio di caduta in povertà.
Quarto. Questo voto è di particolare rilevanza per l’Italia. Perché anche noi siamo un Paese elettoralmente anziano. E perché, pur non avendo gli stessi problemi educativi del Portogallo, dopo venticinque anni trascorsi fra Berlusconi, Bossi, D’Alema e Renzi, abbiamo un livello di consapevolezza politica molto basso.
Il rischio, quindi, non appena si possano citare statistiche “ad cazzum” su qualche minimo decimale di crescita del PIL e dell’occupazione, come fa quotidianamente il Minculpop renziano, è quello che una combinazione fra “TINA ex post”, trionfali cavalcate delle Valchirie sui benefici del liberismo e abbandono del voto per disperazione astensionistica, è che Renzi e la sua Corte dei Miracoli rivincano le elezioni.
Anche perché non esiste una opposizione popolare degna di questo nome, che vada cioè oltre le urla sbavanti di Grillo e la xenofobia di Salvini.
Quinta valutazione. Un modello come quello del Bloco de Esquerda, che è una fusione di partiti politici con una leadership collettiva e non eccessivamente personalizzata (perché ha una struttura di leadership bicefala, ed una ampia partecipazione delle sue componenti, tramite una Mesa Nacional molto attiva, e non semplicemente pletorica) e che soprattutto sa avanzare il piano B in termini corretti, seri e determinati, senza aver paura di dire che l’uscita dall’euro è una possibilità concreta, ma senza nemmeno scadere nell’antieuropeismo a priori (il cui spazio elettorale è peraltro occupato, in Italia, dall’area compresa fra Di Battista, Salvini e la Meloni, ed è difficilmente scardinabile), sembra essere un eccellente modello per la sinistra italiana, dopo che, naturalmente, buona parte della sua attuale dirigenza, che ancora delira su presunti negoziati in sede europea a mani vuote, sia stata sottoposta ad un programma di rieducazione politica molto intenso. A proposito: è bene ricordare ai supporter di tale idea malsana che, per loro stessa ammissione, essa poggiava su un fantomatico fronte euromediterraneo delle Sinistre Europee, una specie di riedizione del “Baluardo dei Giovani Petti Contro la Barbarie Nemiken” di cui ai fumetti delle Sturmtruppen dell’indimenticato Bonvi. Bene: uno dei giovani baluardi doveva essere il Portogallo. Oggi il baluardo portoghese è caduto, rendendo più improbabile questo fronte.
Untimo punto. Chi governerà in Portogallo? Difficile da dire. Sicuramente possiamo escludere alcune opzioni: la possibilità di un Governo rosso, dai socialisti ai comunisti con BE non è possibile. I socialisti portoghesi non sono significativamente diversi dai loro colleghi di altri Paesi, la questione del piano B (non parliamo della furiuscita dall’euro, come propongono i comunisti) è per loro urticante, e si limitano al consueto piagnisteo con il cappello in mano su qualche decimale di flessibilità. Una Grosse Koalition sembra al momento esclusa, per motivi tattici (i socialisti sperano di spingere la Destra in un Governo di minoranza che si logorerebbe in pochi mesi, nella speranza di nuove elezioni e di un immeritato ritorno al potere). Non è da escludere, stante l’elevato livello morale del socialismo portoghese, che ha trovato il suo apice nel comportamento, a dire il vero più epicureo che socratico, del suo ex leader Socrates, che pezzi moderati del partito si stacchino, in perfetto stile verdiniano, per fare la stampella al Governo di Destra.
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