Lavorare meno è produrre meglio. Ma questo ai capitalisti non interessa

lavorotempo

di Francesco BORGHESAN

Basta avere avuto la possibilità di lavorare in azienda per capire empiricamente, senza il bisogno di studi scientifici, ma tuttavia in modo certo, che ad una riduzione dei tempi di lavoro corrisponde un sicuro aumento del prodotto per ora lavorata (produttività) il che comporterebbe anche un aumento dell’occupazione per quei lavori che devono svolgersi in simbiosi con le macchine a causa dell’esigenza di maggiori turni di lavoro (lavorare meno, lavorare tutti).

La riduzione della disoccupazione aumenterebbe i consumi i quali, a loro volta, aumenterebbero gli investimenti innestando un circolo virtuoso di crescita economica.

Non da ultimo il minor stress lavorativo favorirebbe un innalzamento dell’età pensionabile. In sostanza la medesima logica di chi sostiene che una bassa tassazione aumenterebbe il gettito fiscale perché vi sarebbe un allargamento della complessiva massa imponibile, La teoria della curva di Laffer (economista statunitense che fu il supporto teorico alle politiche reganiane di riduzione delle imposte -per i ricchi-) troverebbe perfetta corrispondenza nell’affermazione che una riduzione delle ore lavorate comporterebbe un aumento del PIL, aumento che permetterebbe di abbassare l’orario senza abbassare la retribuzione.

Per quale motivo allora questa impostazione non viene neanche presa in considerazione, mentre tutta la classe politica ed economica concentra la propria attenzione nell’abbattimento della fiscalità? Per due motivi a mio giudizio.

Per prima cosa, agli imprenditori il problema della disoccupazione come tema sociale non interessa. Apparentemente cercano di contrastarlo, nella realtà vale per tutti il noto concetto di “esercito di manodopera di riserva” espresso da Marx. Con l’unico obiettivo di massimizzare il profitto, una schiera di disoccupati fuori dalle porte della fabbrica fa molto comodo quando si devono negoziare i contratti di lavoro. C’è poi da considerare che i disoccupati d’istinto tendono ad invidiare gli occupati generando una guerra tra ultimi molto funzionale a chi trae beneficio dalla disunione della classe più povera. Permane inoltre nell’inconscio degli imprenditori Il mito della fabbrica senza lavoratori.

Una fabbrica di androidi si può dire, la quale non pone problemi di coscienza: gli androidi non si ammalano, non hanno opinioni sull’azienda, non vanno in vacanza e non si iscrivono ai sindacati. Permane questo mito sebbene, paradossalmente, ciò porterebbe alla fine del capitalismo (“il capitalismo ha in sé i germi della propria distruzione” ci ricorda ancora Marx) perché di prodotti, con gli androidi, se ne potrebbero fare all’infinito e ciò farebbe crollare il loro valore di scambio.

Secondo punto. Aumentare il benessere dei lavoratori e ridurre l’orario di lavoro secondo i dogmi neoliberisti comporta il rischio di lasciare alle persone il tempo per arrivare a prendere coscienza a quali sistemi di controllo e condizionamento mentale siano sottoposti.

Questa consapevolezza potrebbe trasformarsi in comportamenti di ribellione e il prevenire queste tendenze è questione di vita o di morte per le aziende. Il tema del controllo della classe lavoratrice è centrale nel mantenere l’attuale sistema neoliberista.

Nel 1989 in un documento dell’allora Fiat si legge: “come si fa a costruire un’organizzazione del lavoro nella quale il lavoratore si senta contemporaneamente non estraniato anche se asservito?” Questo è il punto!

L’azienda sottoposta ad una competizione globale è diventata più fragile ed ha bisogno di captare competenze non solo tecniche ma anche relazionali, comunicative, espressive, emozionali.

Nella sfida economica globale, che si manifesta attraverso condizioni di urgenza ed emergenza permanenti, è necessario l’impegno di ogni facoltà psichica e intellettuale degli individui.

Da qui la grande manipolazione che avviene attraverso questi passaggi: si dice che è tempo di umanizzare le organizzazioni attraverso il dialogo; compaiono parole quali: sogno, gratuità, speranza, bellezza, umanità, libertà.

I paradigmi disumanizzanti che appiattiscono la vita organizzativa sui parametri di efficacia ed efficienza devono essere riarticolati in senso etico. Si assiste alla necessità di far credere che gli interessi dell’azienda siano gli interessi del lavoratore; che l’organizzazione gli permetterà di sviluppare il suo potenziale professionale e gli consentirà di realizzare sé stesso.

Si arriva a far credere che vi sia una sovrapposizione tra identità individuale e identità dell’organizzazione; che non vi sia più differenza tra vita lavorativa e vita privata. Ecco allora che si giunge alla costruzione di un’anima intorno al corpo lavorante, alla sua psicologizazzione che permette correzioni e normalizzazioni. Di fatto si chiamano gli individui a partecipare attivamente al proprio assoggettamento. Con pratiche ingannatorie si costringe la persona a comportarsi come vuole l’azienda mentre lui crede di agire autonomamente nel proprio interesse. In realtà l’unico interesse che si persegue è quello del datore di lavoro e se qualche volta esso, senza inganno, coincide con il proprio è solo una coincidenza casuale.

Ecco dunque che se il lavoratore avesse più tempo da dedicare a se stesso da un lato vi sarebbe meno tempo per condizionarlo, dall’altro egli stesso potrebbe trovare gli strumenti per accorgersi dell’inganno

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