Manovre portoghesi: ma vi aspettavate qualcosa di diverso?

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di Riccardo ACHILLI

Un approccio neanche particolarmente pessimistico in politica dovrebbe condurre ad un sano realismo.

I fatti portoghesi hanno avuto l’evoluzione più ovvia. Cavaco Silva, il Presidente della Repubblica, ha incaricato di formare il governo il suo compagno di partito Coelho, e non il suo avversario Costa, basandosi su una prassi per noi italiani insolita, ma per la politica portoghese consueta, ovvero quella dei governi di minoranza.

In più sta apertamente invitando i deputati socialisti ad andare contro la disciplina di partito e a sostenere il governo di Pedro Passos Coelho.

Affidandosi, così, ad un’altra facile conclusione, ovvero che la fame di potere e la voglia di tenersi il seggio parlamentare senza tornare a nuove elezioni finirà per portare i socialisti a fornire una qualche forma di appoggio al governo di Coelho, nei prossimi mesi.

Che poi dietro questa scelta vi siano state pressioni della Trojka, ben manifestate dal proprio ascaro portoghese, Barroso, non dovrebbe suscitare nessun tipo di reazione di stupore. Lo hanno fatto in Italia, lo hanno fatto in Grecia. Perché non avrebbero dovuto farlo in Portogallo?

Anziché continuare sterilmente a lamentarsi per un dato di fatto, ovvero lo stato di eccezione nel senso schmittiano in cui siamo caduti, sarebbe molto più proficuo interrogarsi su due aspetti:

Primo. Come sia possibile che, Grecia a parte, le sinistre europee non riescono più ad essere egemoni: nel caso italiano sono scomparse, e il malcontento viene catturato dai demagoghi di destra.

Secondo. Dopo aver assistito al misero tramonto della speranza di Tsipras, cosa vi aspettavate da una coalizione di sinistra messa insieme in quattro e quattr’otto, senza nessuna coesione programmatica, solo per andare al governo, fra socialisti filo euro che chiedevano un po’ di flessibilità nel patto di stabilità e comunisti da anni decisamente anti euro, ed il Bloco de Esquerda (BE) che stava nel mezzo? Un simile governo sarebbe durato un respiro, sfaldandosi alle prime difficoltà negoziali con la Trojka, oppure, privato di un “piano b” – perché l’impegno a mettere da parte il tema dell’euro è stato un presupposto fondante per la formazione di questa coalizione “arlecchino” -, avrebbe fatto la stessa fine di Tsipras. Avrebbe strillato un pò e poi avrebbe firmato per proseguire sulla strada di un’austerità moderata solo dal fatto che il paese, a differenza della Grecia, è uscito dal piano di salvataggio.

Sarebbe il caso di capire che si vince per radicamento, non per sommatoria. E che forme, ovviamente auspicabili, di unità a sinistra, si discutono prima delle elezioni, trovando sintesi robuste, non dopo, agendo in modo improvvisato, oppure nascondendo sotto il tappeto le differenze.

 

(immagine dal web)

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