I have a dream

madrefiglio

di Immacolata LEONE

Tutto è cominciato quando, l’altra mattina, mio figlio nel preciso istante in cui stavamo uscendo, sull’uscio di casa, mi ha chiesto:

– Mamma qual è il tuo sogno?

“Cosa?”

–  Qual è il tuo sogno mamma ?

Attimo di smarrimento e sbigottimento, misto ad imbarazzo e confusione. Cosa potevo rispondere ad un’anima candida di 10 anni?

Già cosa rispondere. Panico.

Subito la mia mente è sbarcata a quando lavoravo da piccola donnina in carriera, anni di duro lavoro, ripagati con soddisfazioni personali e uno stipendio. Già. Come raccontare e quali parole scegliere per descrivere l’inizio della fine, la discesa negli inferi, per una sopravvivenza apparentemente dignitosa? Un nuovo limbo, non cercato ma subito.

Un nuovo inizio fatto di incertezze, di approssimazione e sufficienza. Vivere alla giornata insomma. Senza più sogni né speranze, ma subire l’incertezza senza piu obiettivi né programmazione.

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Avvocati: cambiate voi stessi se volete cambiare il sistema

intervento

Cosimo D. MATTEUCCI

[Intervento in qualità di Presidente Mobilitazione Generale degli Avvocati – M.G.A. alla IX Conferenza Nazionale dell’Avvocatura, Torino 26- 28 novembre 2015]
“Salve a tutti, e grazie.
L’Avvocatura è in assoluto dissesto etico, l’Avvocatura è in assoluto dissesto culturale, politico ed economico.
C’è una eccessiva pressione fiscale, c’è una grave iniquità del sistema previdenziale, c’è lo sfruttamento del lavoro nero dei praticanti e degli avvocati all’interno degli studi professionali, c’è una giurisdizione inefficace ed inefficiente, e poi ci siete voi.

Perchè tutto questo disastro, a cui più volte avete fatto riferimento ha dei responsabili, e questi responsabili hanno i vostri nomi ed i vostri cognomi, questi responsabili hanno le sigle delle vostre associazioni.
Questo è bene dirlo subito per precisare immediatamente i termini dei problemi.
Ho avuto difficoltà nell’ascoltare molti degli interventi che si sono progressivamente succeduti in questi due giorni.

Li ho ascoltati con difficoltà perche erano cosi vacui, inconcludenti e politicamente arretrati che non posso fare altro, salvo quello che vi dirò, che rinviare ai precedenti interventi di MGA, che sono ancora attuali, purtroppo
I problemi, infatti, non solo non li avete risolti, ma li avete addirittura peggiorati, considerato all’esterno la perdita di ulteriore peso politico della categoria, ed all’interno l’ulteriore divaricazione della forbice reddituale tra avvocati portatori di redditi bassi e medio bassi e tutti gli altri.
Tutto questo si inserisce in un quadro generale drammatico, caratterizzato da un profondo declino etico, culturale e politico della societa, e da una grave crisi economica in cui tutta la Repubblica sta cercando di non annegare.

La combinazione di questi fattori ha determinato all’interno della categoria il peggioramento delle condizioni economiche delle fasce più deboli, gli avvocati ricchi, dobbiamo dircelo, gli avvocati ricchi fondamentalmente stanno bene, voi state bene, sì, qualcuno di voi avrà anche subito le conseguenze della stagnazione dei mercati, ma certamente la vostra forza economica vi avrà consentito di attutirne l’impatto, operazione questa che vi sarà stata ancora più agevole grazie alla protezione politica e previdenziale delle Istituzioni forensi di cui siete i principali azionisti.

Noi invece questi ammortizzatori, non li abbiamo, la nostra condizione economica non ci consente di attenuare gli effetti della crisi economica che ci ha colpiti in pieno, la nostra condizione reddituale non ci consente di attenuare la crisi della categoria… che voi avete determinato.

Ci avete costretto a sperare che non ci capitino delle spese improvvise, perche riusciremmo difficilmente a farvi fronte; ci avete costretti a sperare che non ci capitino dei problemi di salute, perche altrimenti dovremmo interrompere il nostro lavoro, ma non si fermerebbe invece la macchina esattoriale dello Stato e della Cassa Forense, non si fermerebbe Equitalia.

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Sinistra: ultima fermata

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di Roberto RIZZARDI

Un anno fa, quando già si poteva presagire per il PD e il paese quello che è poi effettivamente accaduto, svolgevo alcune considerazioni.
La necessità di una sinistra vera, di un attore politico che brilla per la sua assenza, nel frattempo è diventata ancora più pressante.
Qualcosa si sta muovendo, ed è ancora ai primi passi e potrebbe finire col fornire la “risposta mancante”.
Una strada lunga, difficile e irta di ostacoli, di rischi ideologici e passibile di vecchie e perniciose “abitudini comportamentali”, ma intanto il MovES muove i suoi primi passi.

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Dopo aver visto i risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna, ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a “renzare” (mi si perdoni l’azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l’ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.
Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com’è a subire l’iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

 

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che “vincere” (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l’occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu “la più bella Costituzione del mondo”.

Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte “riforme costituzionali” che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del ‘900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.

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Un invito al Ministro Poletti: venga a Prato passando da Barbiana

don-Milani

di Luca SOLDI

L’uscita del Ministro Giuliano Poletti sulla necessità di rivedere il modo di corrispondere un salario, lo stipendio la dice lunga su quello che può essere l’obbiettivo. Quello che però propone il Ministro, nonostante alcune precisazione, e’ il rischio di un ritorno al passato che in pratica, senza una profonda attenzione, può ridurre ogni possibilità di tutela. E’ l’individualizzazione del rapporto. E’ il cottimo istituzionalizzato al tempo del mondo 2.0.

E il cottimo costituisce già una delle possibile forme di retribuzione previste dall’art. 2099 cod. civ. e, dopo la retribuzione a tempo (che è la forma più diffusa), rappresenta il sistema retributivo più utilizzato dalla prassi aziendale.

In sostanza, il lavoratore è retribuito a cottimo quando il compenso che percepisce è commisurato alla quantità di lavoro prodotto e non invece – come normalmente avviene – sulla base della durata della prestazione lavorativa.

Il sistema in esame era nato come forma di corrispettivo tipicamente destinata al lavoro autonomo ma in realtà trovava e trova ancora forme di applicazione anche nei confronti del lavoro straordinario. A Prato e’ stato spesso applicato purtroppo anche abbinato ad una sorta di compenso in “nero”.

Utilizzare il cottimo nelle rifinizioni, nelle filature, nelle tessiture era l’abc per sfruttare al massimo la produttività agli albori dell’età dell’oro. Era il modo di gonfiare le buste quando l’economia tirava, quando il dipendente poteva lasciare un’azienda per entrare il giorno dopo in un’altra, senza alcuna soluzione di continuità. Ma mentre nel lavoro autonomo il cottimo è caratterizzato dall’assoluta considerazione del risultato finale del lavoro compiuto, nell’ambito del lavoro subordinato la determinazione della retribuzione mediante questo sistema non può che utilizzare il parametro relativo al rendimento del singolo lavoratore.

La valutazione di un rendimento che diventa fatto soggettivo di valutazione è il rischio ( la tragedia) in cui si può incorrere quando il parametro non è ben definito.

Rischi ed effetti concreti che erano stati oggetto della contrattazione collettiva, che in un primo momento (e in particolar modo fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70) aveva tentato di ridurne l’applicazione al fine di limitare al minimo le possibilità di deterioramento delle condizioni lavorative e l’insorgenza di disuguaglianze fra i trattamenti ricevuti dai lavoratori.

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Il popolo minorenne e il nuovo Leviatano

leviatano

di Turi COMITO

E’ ormai una moda quella che hanno messo su i governi di mezzo mondo di fare trattati  segreti o “riservati” se si preferisce. Non si fa a tempo a capire cosa è il TTIP o il TTP che subito ne salta fuori un altro: il TISA (ne ha parlato L’Espresso qui e qui).

Sono trattati, accordi, internazionali nel segno della liberalizzazione degli scambi di merci e prodotti finanziariari (TTIP) e accordi internazionali nel segno della liberalizzazione, della privatizzazione, della “deregulation” nel settore dei servizi (TISA). Tutti i servizi: quelli sanitari, quelli dell’istruzione, quelli dei trasporti, quelli assicurativi e perfino quelli militari. Compreso, naturalmente, il “servizio/merce” lavoro. Cioè la possibilità di servirsi di operai, professionisti, consulenti e quant’altro senza che vi siano barriere legate, ad esempio, ai contratti collettivi nazionali di lavoro o alle legislazioni, poco “globalizzate”, dei paesi aderenti al trattato.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che trattati di questo genere intervengono radicalmente nella vita di ogni singolo cittadino di ogni paese che aderirà a questi accordi. E dovrebbe essere altrettanto chiaro a tutti che la mancanza di discussione pubblica, di conoscenza su questi accordi è non una limitazione della democrazia ma il suo annullamento, la sua liquidazione quale che sia la motivazione che ci sta dietro.

Le trattative supersegrete relative a questi trattati sono nelle mani dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di parecchi altri paesi occidentali. Almeno teoricamente. Più realisticamente sono nelle mani delle grandi multinazionali e dei grandi gruppi di interesse internazionali che, per interposta persona (cioè attraverso i governi dei paesi in trattativa), decidono come il mondo dovrà essere da qui a qualche anno.

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A Milano stanno arrivando i cowboy

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di Luca SOLDI

I delinquenti a Milano possono cominciare a tremare. Stanno arrivando i nuovi cowboy.

Il tema della legalità, di come affrontare le fragilità di fronte ad una recrudescenza generalizzata della paura (non confermata dalle statistiche sulla criminalità, ma solo da una percezione sapientemente alimentata dai media) sale prepotente come la principale fra tutte le istanze (e ce ne sarebbero di molto più importanti) che dovranno essere affrontate dai partiti, al prossimo turno elettorale, per le amministrative del 2016.
E la destra si prepara al confronto proponendo dei candidati alle comunali che faranno “missione” (impossible?) della loro scesa in campo anche nel nome del contrasto ad ogni “mollezza” del passato.
Il loro motto sarà guerra senza quartiere, armi in pugno, contro il disordine e l’illegalità.
In puro spirito da far west.

Tanti sceriffi che, proclamata in modo plebiscitario l’incapacità dello Stato, a loro volta, investiranno un popolo di loro vice.
Ed uno dei candidati più chiacchierati e ricercati degli ultimi tempi che aveva già deciso di scendere in campo con le idee chiare è quel signor Francesco Sicignano, il pensionato 65enne, indagato per omicidio volontario per aver sparato, uccidendolo, all’interno della sua proprietà il 22enne albanese Gjergj Gjoni.

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Schizzinoso? No. Universitario e disoccupato

polettibuzzi

di Vincenzo G. PALIOTTI

Dichiarazioni come quelle del ministro Giuliano Poletti danno l’idea precisa di quanto questi sfrontati manichini del potere finanziario siano lontani dalla realtà, quanto ignorino le tematiche e le problematiche che si presentano a un giovane che spera di avviarsi al lavoro e/o allo studio.

Il ministro incita i giovani “schizzinosi” ad “andare a lavorare”, che – per come lo dice – pare che questi vogliano perdere tempo all’università e, sempre per i suoi toni arroganti e sprezzanti, quasi privando il Paese di quelle “risorse” che sono indispensabili per mandare avanti il mondo del lavoro. E qui non ci starebbe male una risata sonora.

Confermando quanto detto rispetto alla conoscenza della realtà, oggi un giovane è quasi “costretto” a prolungare il suo percorso studi perché dove lo trova il lavoro? Un tempo era così: quando non si poteva arrivare alla laurea, si entrava nel mondo del lavoro, con il diploma superiore e c’era anche chi ci entrava con la terza media.

Allora si poteva, allora un lavoro lo si trovava. E’ veramente ridicolo che il ministro del Lavoro (suo, personale) non si sia fatto questo elementare discorso. Credo che come il suo premier, lui viva degli annunci vuoti e falsi che parlano di aumento dell’occupazione, lui come il suo premier ha vissuto sempre in “discesa”: le salite le hanno sempre lasciate agli altri.

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Estetica dell’antifascismo? Punto di vista di un antifascista

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di Danny SIVO

L’antifascismo è una cosa seria e faccio fatica a parlarne su Facebook dove tutto viene frullato, digerito e metabolizzato.
Ieri l’antifascismo era notizia per la rumorosa contestazione a Giorgia Meloni a Bari con coda di polemiche su Michele Emiliano presente alla iniziativa che pare non abbia gradito. E’ seguita notizia e condivisioni: domani, temo non ne parlerà più nessuno.

Voglio condividere qualche riflessione controcorrente rispetto ai tanti a sinistra che hanno criticato il presidente della Giunta della Puglia.

Premessa: Per quanto mi riguarda, per essere antifascisti non è mai stato sufficiente essere “anti” ma occorreva “essere” anche qualcosa e quel qualcosa è quello che manca oggi. E non è un dettaglio. Non è colpa dei manifestanti, intendiamoci, ma se dobbiamo parlarne oltre i “tweet” ed i “like” lo dobbiamo provare a fare perbene individuando il “prevalente” delle nostre scarse e malmesse forze.

Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’antifascismo, in Italia era fatto da esponenti di culture politiche organizzate in partiti: socialista, comunista, azionista, democristiano, liberale, repubblicano, ecc. Potremmo, anzi, dire che il fascismo è stata la risposta delle classi dominanti alla organizzazione in partiti delle masse popolari che chiedevano diritti ed avanzamenti sociali. Senza partiti che la organizzano, la democrazia, infatti, muore.
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Firenze: l’aeroporto delle nebbie

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di Luca SOLDI

Ci sono delle nebbie che sembrano addensarsi sul nuovo aeroporto di Firenze. Non sono le solite foschie che siamo abituati a vedere certe mattine d’autunno percorrendo la nostra Piana.
Sono ben altre. Sono quelle che all’inizio della settimana hanno “imposto” il via libera alla risoluzione presentata dal gruppo di maggioranza e approdata al Consiglio Regionale e che mercoledì 25 novembre, ha affrontato di nuovo la questione del nuovo aeroporto di Firenze.

Si tratta di una risoluzione importante che impegna la Giunta del presidente Enrico Rossi ad orientare nel rispetto di indirizzi precisi la propria attività sia sul processo di qualificazione dell’infrastruttura che sull’integrazione societaria tra gli scali di Firenze e Pisa.

Indirizzi che richiamano la necessità di fissare nero su bianco, tra le altre cose, rassicurazioni sul futuro della Piana con il Parco agricolo e garanzie sulla sostenibilità della pista monodirezionale. Per riassumere in modo molto stringato ci sono adesso quattro pagine del documento Pd che certificano una difficoltà a raggiungere il traguardo del nuovo aeroporto.
E che constata che se non ci si allontana dalla Piana diventa certamente la realizzazione del nuovo aeroporto diventa più difficile da raggiungere.
E la politica, o meglio certi politici di mestiere, accorgendosene, devono necessariamente mettere in atto le strategie per il proprio salvataggio personale.
Si, il proprio salvataggio personale nel caso il “destino” imponga il blocco di un progetto che comincia a mostrare di fare acqua nel suo punto principale.
Quello della reperibilità dei fondi pubblici.
Saltate alcune opportunità, persa l’occasione di cavalcare il passaggio del G7 a Firenze, emerso che la nuova pista non serve, pare ormai che l’ordine di scuderia sia di andare in ordine sparso.
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Siamo in una nuova era padronale legittimata dal basso

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di Ettore Davide COSCIONE

Stiamo vivendo un regresso sociale continuo verso posizioni sempre più convintamente padronali, cioè sempre più ponendo gli interessi dei singoli, dei più forti – Totò avrebbe detto dei ” caporali” – al di sopra di quelli della comunità, intesa anche come l’insieme dei lavoratori, oltre che dei cittadini.

Quindi gli attacchi al sindacato sono, anche quando ragionevolmente meritati dalle sigle sindacali, un attacco all’idea di tutela e diritti della comunità lavoratrice.

La cultura che si sta ri-diffondendo è quella del “homo homini lupus”, per cui colui che è in posizione di dominanza, utilizza tutti i mezzi a disposizione per sfruttare la situazione a discapito di chi sta sotto.

Siamo in una nuova era padronale: non che essi non ci fossero e non esercitassero bene il loro potere  prima, ma oggi c’è una legittimazione da parte dell’ oppresso, da parte di chi sta sotto… per cui il padrone lo fa con l’idea di essere nel giusto, per carica “nobiliare” di superiore umano.

Un capo, un leader, un superiore (in responsabilità) di un’azienda – che sia un manager o un proprietario – dà le disposizioni di come un lavoro va fatto, se è necessario formerà il lavoratore, stabilirà il tempo preciso in cui il lavoratore presterà l’opera, stabilirà una paga e soprattutto pagherà.

Il padrone non è interessato solo al lavoro da fare, ma vuole averti a disposizione per ogni cosa, non vuole che tu sappia cosa, deve sentire il piacere del potere sulle tue braccia, vuole vedere il tuo volto gelarsi quando magari ti chiede cose non previste, nel tempo non prestabilito, non ti dice niente, non predispone… aspetta che tu ti “butti nella fatica”, per poi magari dirti : “ma che stai facendo, non si fa così”.

Il padrone vuole averti per un tempo non dichiarato, la paga può essere fissa  ma se il tempo non lo è, non lo è nemmeno la paga) e vuole pagarti quando lui decide di farlo.

Il ritorno all’era padronale straccia i contratti, straccia gli statuti dei lavoratori, elimina le regole non scritte sulla dignità del lavoratore, lo de-mansiona, lo controlla, lo spia ( così come il jobs act prevede) e tende a rendere estremamente precaria la propria posizione, in quanto , seppur lo chiami indeterminato, il lavoro nell’era padronale è completamente dipendente dalla tua capacità di venderti a quel sorriso padronale che ti comanda, come un servo dell’antica Roma.

Se non ti sottometti alla sua logica da ” farò di te quello che mi va” non andrai avanti nel lavoro, se non ti “butti nella fatica” avrai una stretta di mano derisoria e sarai cacciato senza pietà.

La cosa peggiore di questa “era culturale” è che i poveracci, i lavoratori, gli sfruttati, i derisi, gli schiacciati… si chiudono a riccio nel proprio mondo, nei propri interessi, c’è diffidenza e al posto di unirsi per creare una forza che si contrapponga al potere padronale, ci si divide e ci si adegua ad un destino ineluttabile di sottomessi del “Caro Padrone” magari ferendo e approfittando del collega lavoratore.

“Ognuno per sé”, questa la logica dell’epoca padronale legittimata dal basso.

 

(Pubblicato su Guardo Libero)