A proposito di quattro Novembre, di identità, di grigio. E della politica come servizio.

faccialanger

di Michele RAVAGNOLO

Dà da pensare, tutto questo quattronovembrare sottotraccia eppure chiaro, “banalmente retorico” senza che quasi nessuno senta più il bisogno di tirare il freno. Di ricordare quanto siano ambigue parole come “patria” e “vittoria”, di dire che fu un massacro, o che i contadini e gli operai in uniforme verde come in uniforme grigioazzurra avevamo molto di più in comune fra loro (lingua compresa, spesso) che non con chi a tratti di matita sulle carte e a previsioni di bilancio li mandava al macello.

E siccome sono nato su un confine, a cavallo di molti grigi e sapendo che chi li pretende bianchi e neri, mente per interesse, nel sole di novembre e nelle foglie in giardino trovo un filo sottile con casa mia. Mi chiedo cosa sia, casa mia. Visto che è quel massacro ad avermi fatto nascere lì.

L’immagine è un luogo preciso, dove riposa una delle persone che più hanno tentato di rimettere assieme i cocci di tutto quel furioso tracciar frontiere e renderle impermeabili per spostarle avanti e indietro a forza.

Un luogo che dice molto, su cosa è “casa”. Su ciò che è proprio e ciò che non lo è, su come siano intrecciati, e su come pure delle scelte ci siano, chiare, e vadano fatte. Scelte di vita, di fare prima che di stare; per trasformare, per cambiare. “Fare proprio”.

È ad un fazzoletto di montagna, dove è sepolto Alex Langer, che penso. Una scelta che meriterebbe da sola una storia a sé, quella del luogo della sua sepoltura: è in un posto bellissimo, in un paesino sperduto in cui credo lui da bimbo facesse le vacanze estive, o dove andava a camminare…un luogo magnifico, in ogni caso, che amava e che racchiude tutta la bellezza dell’Alto Adige, per chi l’ha respirata fin dalla nascita.

Ma un posto nel quale, lui vivo, la lista verde-alternativa non aveva pressoché un solo voto, e di lui, intellettuale, mezzo ebreo, multilingue, critico instancabile, senzapatria si pensava in parecchi molto male. È come se avesse detto, Alex: “Io ho amato di amore profondissimo questa terra, in tutta la sua bellezza e lacerazione e ottusità contrapposte. E adesso vengo a dormire in mezzo a voi, che avete sempre pensato che non ero veramente uno di qui, che non era casa mia, riconciliato con questo cielo, questi prati e questi larici, e se a voi non piace – voi che amate linee tirate rette e confini invalicabili e identità cui adeguarsi e non vedete che lati da cui stare – non potete farci niente.
Potete solo, quando l’incazzo sarà stanco, il rancore sarà stanco, il dividersi sarà stanco, l’identificarsi e segnarsi sarà stanco, provare a capire. Parlare con me, con la memoria dei miei gesti, la traccia dei pensieri che ho condiviso. Con le relazioni che ho tessuto e i ponti che ho visto crescere e rompersi e venire costruiti di nuovo. Per questo sono qui. Vi aspetto”.

Casa. Il mio. Heim. Heimat. Heimlich. Ciò che ti mette tuo agio. Che è tuo. Il tuo, cui appartieni, che ti appartiene.

Mi appartiene, casa mia? No. Basta dargli il nome in cui è chiamata “a casa mia”: Heimat. E l’esclusione è subito evidente. Ma lo è davvero? Non apparteniamo tutti a qualcosa che costruiamo, non solo a ciò che è lì da prima, fermo e proprietà di qualcun-altro? Non significa la presa di potere di altri su di te, il dirti che vale solo ciò che già è, e non ciò che facciamo assieme, che desideriamo e immaginiamo assieme, che amiamo?

Ecco: abitare è abitare le fratture, le lacerazioni, i grigi. Ciò che si mescola, che va ascoltato. La contraddizione. Sapere che non necessariamente trova mediazione, sintesi. E avere la bussola del futuro che desideri per poterci mettere le mani, farlo tuo. Condividere e lasciare traccia. Saper scegliere la parte, ciò che è giusto. “Continuate in ciò che è giusto”.

È a casa sua, Alex, proprio perché abita la frattura, ne ha curato i margini, ha mostrato altre fratture, più profonde e dolorose, nascoste attraverso quelle evidenti. È casa, la politica. È il proprio. Quando è politica. E sono anche casa mia, quei larici.

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Un pensiero su &Idquo;A proposito di quattro Novembre, di identità, di grigio. E della politica come servizio.

  1. Lui almeno è “rientrato” a casa sua, ma quanti non hanno una casa nè una “sua”. Quanti si sentono fuori posto e vivono “quasi per niente” perchè di niente si senton fatti. La Prima “casa propria” che si deve cercare di abitare è se stesso e sempre più spesso ci si sente estranei proprio a se stessi e così si vaga, si cerca e ci si sente sempre stranieri. E anche Alex, a un certo punto, non si è più sentito con sè a “casa sua” e l’ha voluta lasciare!

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