Voglia di pace

risiko

di Vincenzo G. PALIOTTI

Sono tre giorni che sono bloccato, scioccato, cercando di scrivere qualcosa per esprimere il mio stato d’animo su quanto è accaduto a Parigi.

E’ difficile perché sono tante le emozioni che mi ha provocato quella strage, ma penso anche a quanto è accaduto a Beirut, e sta avvenendo in Siria, e contro il popolo curdo, a quello che ogni giorno avviene in Palestina e mi rendo conto come sia triste fare discriminazione anche in queste circostanze, considerando una più importante dell’altra solo perché una provocata nel cuore della cosiddetta civiltà ed un’altra in posti dove, secondo alcuni, è da considerarsi quasi “normale”, tanto normale da non costituire più nemmeno notizia.

Ma non siamo noi quelli della “Livella” di Totò che spesso tiriamo fuori per ricordare a tutti che la morte rende uguali? Che è l’unico atto di giustizia sul quale possiamo contare perché questa “tratta” alla stessa stregua il potente, il ricco, il prepotente e il povero, il negletto, il diverso? Dove è finito quindi tutto questo?

Io non l’ho trovato in questi due giorni se non da parte di chi ha veramente capito che la tragedia non era solo quella di Parigi, che non appartiene solo ai francesi o a noi perché hanno “violato” la nostra civiltà: quando si tratta di violenza non c’è posto al mondo dove questa può essere giustificata o addirittura considerata “quasi normale”.

Non siamo noi quelli delle bandiere arcobaleno, quelle della pace che tiriamo fuori anche quando la pace non c’entra nulla? L’ho vista per esempio nei cortei contro il governo, in ogni genere di manifestazione. E dove sono finiti quelli che ho visto in passato colorare la propria immagine sui social network con quella bandiera?

Per contro ho letto che tanti di quei “pacifisti” inneggiano al ricorso alle armi per rispondere alla violenza alla quale abbiamo assistito in questi giorni. Tanti chiedono una prova di forza non calcolando che questo potrebbe provocare un’escalation facendoci imboccare, come è già successo dopo l’11 Settembre del 2001, una strada senza ritorno, dimenticando quali e quante armi terribili ci sono in circolazione anche a disposizione di chi non si farebbe troppo scrupolo di usarle.

Vorrei chiedere a tutti se hanno pensato a questo, se non credono invece sia meglio cambiare politica lasciando da parte le armi, sedendo intorno a un tavolo e discutere quale sia la migliore strada da seguire escludendo la violenza e operando, contro il terrorismo, le scelte di intelligence e di intervento mirato, che sono le uniche a poterlo sconfiggere.

Lo so ci sono tanti interessi in ballo ma è proprio questo su questo che bisogna lavorare e non sono certo i militari a dover discutere o decidere il da farsi.

Deve essere la politica a muoversi, la diplomazia. A parere mio l’unica possibilità di un intervento armato, se veramente costretti, la si può immaginare solo con una forza internazionale con un accordo comune. Agire singolarmente è un grosso rischio e si ottiene solo l’inasprimento delle forze del nemico e gli si dà un alibi per continuare in questa assurda carneficina che purtroppo colpisce quasi sempre gli innocenti.

Spero quindi che gli “uomini di buona volontà” prevalgano su quelli assetati di potere, di denaro cercando una strada che porti alla pace che è un bene di cui l’uomo non può e non deve fare a meno.

Non ho dimenticato i nostri sit-in davanti alle ambasciate USA per protestare contro l’intervento in Vietnam.

O davanti a quelle sovietiche per la Primavera di Praga. O, tornando ancora più indietro nel tempo, io ero un ragazzino di 12 anni, quando si protestava per la crisi dei missili a Cuba. E andammo in tantissimi contro le guerre di Bush, Blair, Sarkozy e Berlusconi, anche se non riuscimmo a fermarle.

Allora tutto il mondo si ricordava che la guerra porta solo lutti, distruzione e che non la vince nessuno: neppure chi crede di averla vinta. Vorrei che tutto ciò si ricreasse oggi che stiamo vivendo gli stessi pericoli di quel passato, e che si sentisse ancora la nostra voce che vuole la pace.

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