A proposito del documento “Abitare Bologna” dell’Associazione “La boa”

bolognadivertimento

di Claudio BAZZOCCHI

Propongo qui una lettura del documento presentato dall’Associazione La boa, che fa capo all’ex assessore alla cultura del Comune di Bologna Alberto Ronchi, in cui si fa il punto sul rapporto tra istituzioni e privato sociale a proposito di welfare e cultura a Bologna. Il documento è dunque particolarmente importante perché esce all’indomani della revoca delle deleghe all’assessore a seguito della vicenda Atlantide, che trova eco, seppur indirettamente, nel documento stesso.

Una strana lettura della postdemocrazia

Il documento si apre con una valutazione positiva dell’elezione diretta del sindaco e dell’autonomia della giunta dai partiti che avrebbero – a detta degli estensori del documento – ancora troppo potere di condizionamento assieme ai cosiddetti poteri forti della città.

Dunque, la sinistra dell’associazione La boa si pone in continuità diretta con le retoriche antipartitiche degli anni Novanta del secolo scorso, che hanno portato all’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione e che hanno inferto un colpo mortale ai partiti e alla loro rappresentanza sul territorio a favore dei tecnici della cosiddetta società civile, delle persone dotate di visibilità mediatica (imprenditori, uomini e donne di spettacolo, professionisti) e di nessuna competenza amministrativa e vicinanza alla propria gente (cosa che invece i partiti garantivano), in un’ottica tipicamente postdemocratica che, a sua volta, ha sortito l’effetto di sottrarre autonomia alla politica e di concedere sempre più influenza – fino alla vera e propria coincidenza tra economia e politica, anche in termini di classe dirigente – ai poteri forti. Quindi, rileviamo che la lettura della postdemocrazia contemporanea è piuttosto confusa nel documento in oggetto e avvertiamo che non vi è alcuna preoccupazione circa la fine dei partiti e l’estrema debolezza dei corpi intermedi in genere.

Questo non deve sorprendere e lo capiremo proseguendo nella lettura del documento, anche se fa comunque impressione notare che un’associazione che si pone il tema della partecipazione cittadina non si periti di dedicare attenzione alla deriva postdemocratica della nostra società e alla conseguente crisi di rappresentanza dei corpi intermedi. D’altronde, noteremo che anche nell’analisi della produzione culturale all’interno di una città non viene spesa una parola non solo per la definizione di cultura – che viene data evidentemente per scontata – ma anche per l’analisi del rapporto tra industria culturale, divertimento, consumo, atomismo sociale, identità nazionale e conseguente degenerazione della cultura stessa a intrattenimento. Ma, come vedremo, anche questo non deve sorprenderci.

Proseguendo nella lettura del documento, possiamo leggere che l’accesso dei privati nel sistema del welfare e della cultura viene considerato come una risposta da incoraggiare a fronte della scarsità di risorse del pubblico e anzi si considera auspicabile anche uno snellimento della macchina comunale al fine di recuperare risorse da investire sul personale. Insomma meno dirigenti e meno assessori e più personale: siamo di fronte al solito refrain populista/liberista che vorrebbe la politica come zavorra dello sviluppo e del benessere di una comunità.

Come vedremo anche più avanti, il documento non mette in discussione, in alcun luogo, le politiche di austerità neoliberista che sottraggono risorse alle istituzioni pubbliche, ma si limita a prendere atto del calo di risorse per proporre ancora più intervento privato nelle politiche sociali e culturali.

Abolire le regole in nome della lotta alla discrezionalità?

Anche la richiesta di abolizione e semplificazione dei regolamenti comunali, per quanto ammantata di retorica libertaria, non sembra altro che una richiesta di deregolamentazione al fine di favorire l’iniziativa privata. Rileviamo peraltro, in tale auspicio, una bizzarra contraddizione: si chiede infatti l’abolizione di molti regolamenti comunali, a partire da quello delle libere forme associative, al fine di «garantire l’eliminazione di discrezionalità, soprattutto nella gestione di servizi e assegnazione di spazi pubblici» (p. 4). È appunto bizzarro chiedere meno discrezionalità nelle decisioni e allo stesso tempo l’abolizione di quei regolamenti che, per definizione, servono proprio a evitare la discrezionalità e le decisioni poco trasparenti. Diciamo che la bizzarria si spiega pensando all’avvenimento recente di sgombero del collettivo Atlantide dai locali pubblici del cassero di Porta Santo Stefano. Tale provvedimento è stato preso dal Comune nei confronti di quel collettivo che non intende sottostare al regolamento comunale che prevede l’iscrizione all’albo delle associazioni per tutti quei soggetti organizzati che vogliano accedere a finanziamenti e all’usufrutto di sedi fornite dall’istituzione. Il collettivo in questione ha sempre rifiutato tale iscrizione in nome di ideali libertari antiautoritari contro qualsiasi tipo di schedatura. La posizione è certamente legittima, ma non si capisce come istanze di questo tipo possano a loro volta interloquire con il pubblico sui suoi regolamenti fino alla paradossale proposta di istituire una regola che prevedeva l’abolizione delle regole.

L’idea di cultura come critica del potere e dell’autorità

Sta proprio qui il punto centrale della questione che agita il documento dell’associazione La boa: l’idea che la cultura sia tutto ciò che mette in discussione l’autorità, le regole e i regolamenti e le forme considerate tradizionali di cultura. Ci troviamo di fronte alla contraddizione in cui incappano i movimenti libertari oggi: la critica dell’autorità in assenza di autorità, la critica delle istituzioni e del loro potere nel momento in cui il pubblico è soverchiato dall’economia e ha quindi sempre meno potere, la critica della religione nel punto più alto della secolarizzazione, che dopo avere travolto le religioni, ha anche tolto sempre più fascino alle grandi narrazioni politiche di destra e di sinistra.

A questo punto, la cultura come riflessione sull’umano e sulla sua insopprimibile contraddizione fra desiderio di infinito e condizione mortale, fra gioia di vivere e consapevolezza della morte non ha più senso.

La cultura non è più la capacità di elevarsi al di sopra della biologia per provare a dare senso, ordine e speranza alla vita e alla sua lacerazione grazie all’arte in tutte le sue forme, il pensiero filosofico e politico e le religioni. Essa pare assomigliare sempre più a forme di svago e intrattenimento.

La controcultura libertaria, votandosi contro un nemico che non esiste più, viene a coincidere con un’idea di cultura come svago, divertimento o affermazione di identità particolari che poco hanno a che fare con l’umano, il mistero dell’esistenza e il significato della presenza al mondo, ma si riferiscono a specificità di genere, preferenze alimentari, pratiche del benessere new age che, a loro volta, muovono un vero e proprio mercato di consumi legati all’identità, allo stesso modo delle culture mainstream dei grandi media e dell’industria del divertimento.

Non a caso, nel documento in questione non c’è una definizione precisa di cultura, ma solo alcune frasi che ci permettono di capire che per cultura si intendono le espressioni di critica dell’autorità che si rivelerebbero in non meglio precisati «nuovi immaginari» o «nuove pratiche estetiche» grazie ad altrettanto non meglio precisati «linguaggi del contemporaneo». Si evoca così un mondo di gruppi molto ristretti, che non hanno reale impatto sulla città e sulla sua popolazione che poco sa di linguaggi della contemporaneità e si trova ogni giorno ad avere a che fare con l’insicurezza, con la sfrenatezza dei consumi da un lato, che sembrano garantire euforia e identità nel momento in cui risolvono la lacerazione tipica dell’umano nel piacere del godimento e, dall’altro, con la ricaduta nell’insensatezza di un atomismo sociale che lascia sempre più soli, con l’ideologia del benessere, non troppo dissimile dalle varie pratiche alternative legate al cibo o ai vari tipi di meditazione, e con il continuo rischio di povertà nonché con l’esposizione alla morte e alla caducità delle cose tipica dell’umano che avrebbero bisogno di una vera e propria cultura in grado di elaborare quelle contraddizioni, ben oltre gli eventi museali, le notti bianche, le eccellenze del territorio o le pratiche del benessere più o meno alternative.

Nel documento in questione si respira invece un’idea di cultura come critica dell’autorità in un mondo che però è già senza autorità; si tratta quindi di una critica senza bersaglio e autoreferenziale, senza alcuna presa sul mondo reale (pensate che interesse possono avere genitori o educatori sempre più alle prese con figli e studenti quanto mai insofferenti a qualsiasi tipo di disciplina da intendersi come capacità di limitare la propria parte istintuale per accedere alla libertà della cultura che ha bisogno paradossalmente del controllo di sé e dell’autorità di genitori e maestri).

Tale critica senza bersaglio si fa a sua volta mercato in quanto rispondente al bisogno di una nicchia di consumatori di tale autoreferenzialità la quale produce identità e benessere economico per una manciata di persone all’interno di una città, e accede anche al mercato vero proprio dell’industria culturale.

Infatti, quella critica dell’autorità è certamente ben accolta dal mercato dello svago e dell’intrattenimento che ha tutto l’interesse a promuovere linguaggi e visioni del mondo anti-autorità, al fine di spezzare gli ultimi residui di cultura intesa come riflessione sull’umano, come ciò che promuove ancora il rapporto virtuoso tra autorità, istituzioni, educazione e libertà (ciò che ha sorretto la politica occidentale dall’eticità hegeliana al socialismo) per ridurre tutto individualismo proprietario e consumatore (a p. 7, leggiamo: «L’aumento di occasioni culturali nello spazio – dentro e fuori ai luoghi deputati – e nel tempo – continuità e pluralità dell’offerta– impone oggi un concetto di cultura ampio, che includa il tradizionale “core art field” – ovvero il patrimonio culturale tangibile e intangibile, le arti visive e le arti performative: ambiti a basso rendimento economico ma fondativi e irrinunciabili in qualsiasi sistema culturale propriamente detto – ma anche le forme più innovative, cross-mediali e intersettoriali, come le industrie culturali – cinema, musica, editoria e multimedia – e le industrie creative – design, architettura, turismo –, dall’impatto socio-economico sempre più rilevante).

Che significa Bologna città votata al contemporaneo?

Da questo punto di vista, ci pare conseguente l’esaltazione di una Bologna «votata al contemporaneo», «perché meno schiava di altre città italiane del proprio patrimonio materiale» (p. 11).

Dunque, sembra che la mancanza di grandi monumenti a Bologna sia una fortuna per la città, libera in qualche modo dall’impaccio della storia.

La storia è infatti un ostacolo per chi ha un’idea cultura come critica dell’autorità, perché il passato è per definizione un’autorità e lo è non in quanto prescrizione di modelli considerati immutabili, ma in quanto sedimento degli sforzi delle generazioni passate per dare senso la propria presenza nel mondo, per contrastare il nichilismo dell’insensatezza dell’esistenza umana tramite le istituzioni, il diritto, l’arte, il pensiero, la religione e le grandi ideologie.

Il passato e la storia sono dunque autorità perché ricordano all’uomo di essere il prodotto di una socializzazione preesistente che lo struttura ancora prima di nascere – perché in quell’immaginario vivono i propri genitori – e che quindi non si nasce liberi avendo a propria disposizione il corpo e le cose, dal momento che per vivere ognuno di noi ha bisogno di significati, concetti, parole, pensieri e immagini che si sono costruiti nei secoli per rispondere al mistero dell’esistenza umana così esposta alla lacerazione tra finito e infinito.

La storia di una città è dunque un memento rispetto alla follia della libertà assoluta e del narcisismo o del solipsismo. Ora, è chiaro che chi pensa invece che nel passato ci sia solo repressione autoritaria e oscurantista non può che esaltare una città priva di storia e quindi votata alla contemporaneità.

Anche se andrebbe ricordato agli estensori del documento che Bologna non avrà i grandi monumenti delle più rinomate città d’arte, ma ha sicuramente una storia sedimentata nei secoli, visibile a ogni angolo della città, in termini di arte, cultura materiale, pietà religiosa, grandi ideologie politiche e archeologia industriale che fa di Bologna una città ricchissima di storia e quindi di autorità.

Invece di rallegrarsi della vocazione a una non meglio precisata contemporaneità, qualsiasi educatore, intellettuale o operatore culturale, nonché dirigente politico o esponente religioso, dovrebbe preoccuparsi della conoscenza della storia cittadina da parte dei bolognesi, proprio per far emergere l’idea di cultura come capacità di resistere al nichilismo dell’insensatezza della morte, grazie all’arte, al diritto, alla politica, alla religione e alle varie espressioni della cultura materiale (dall’agricoltura al mercato, dall’artigianato all’industria e a tutte le varie forme di espressione della creatività pratica del territorio). Si tratta di quell’idea di cultura che tiene assieme libertà e potere, che prova compenetrare – o, per meglio dire, avvicinare – autorità e verità, che risponde alle domande sull’esistenza e prova a fare dell’arena pubblica il campo di condivisione del contenimento dell’urgenza di quelle domande, che dice di giovani che il cammino verso la libertà è fatto di disciplina, accoglimento dell’insegnamento dei maestri e di rinuncia di una parte di istintualità biologica per accedere al pensiero, per dare priorità al desiderio e la sua progettualità di lungo periodo a scapito del godimento immediato.

Cultura come mediazione culturale ed espressione delle schegge vitalistiche dell’umano

Proseguendo nella lettura del documento, ci accorgiamo che la cultura acquisisce un’ulteriore connotazione collegata a quella di critica del potere e dell’autorità. Si tratta della cultura come mediazione culturale che, non a caso, si lega al welfare e alle politiche sociali nelle intenzioni degli estensori del documento. Vediamo cosa significa l’idea di cultura come mediazione culturale. Il mondo viene visto come un insieme di differenze che si dispiegano nell’immanenza più assoluta, tale per cui non esiste una specificità universale dell’umano – con la sua fragilità ontologica di essere un finito che tende all’infinito e che non può mai rendere conto della sua origine che rimane misteriosa – se non quella di produrre una miriade di differenze che continuamente aggrediscono qualsiasi costruzione del potere e affermano l’umano come pura energia vitale non problematica, anzi felice di rimbalzare nel mondo per riappropriarsi di un’immanenza e di una spensieratezza quasi animalesca.Ecco che questa idea di umano, nel momento in cui si rapporta con la sfera pubblica, afferma un movimento contraddittorio: da un lato la critica del potere e l’affermazione vitalistica e anarchica dell’umano, dall’altro la richiesta alla sfera pubblica – quindi al potere stesso – di riconoscere tutte le differenze.

E quella richiesta di riconoscimento chiede al pubblico un welfare sempre più differenziato che diventi assistenza alla persona portatrice di una differenza (differenza di orientamento sessuale, di etnia, di comportamento alimentare, di storia personale caratterizzata da violenza, di religione – che non viene stranamente considerata quando è quella maggioritaria, combattuta in quanto residuo irrazionale, ma viene invece esaltata come differenza quando è minoritaria –, ecc…) e, per fare questo, gli propone di rapportarsi con una pletora di mediatori culturali riuniti in cooperative, associazioni e organizzazioni del privato-sociale in genere. Infatti, se l’umano non è più il mistero della sua presenza nel mondo, ma l’espressione delle sue differenze nell’immanenza assoluta, allora anche il welfare e la cultura si modificheranno rispetto al passato: da welfare universale ad assistenza alla persona, da cultura come riflessione sull’umano a mediazione culturale per il riconoscimento delle differenze legata al welfare personale.

Il rapporto tra pubblico e privato viene quindi pensato come un pubblico che fornisce servizi alla persona, in questo aiutato – tramite convenzioni con le organizzazioni del privato sociale – dal privato che fornisce gli strumenti della mediazione culturale in termini di conoscenza delle lingue degli immigrati, di conoscenza psicologica per supportare i precari o le vittime di violenza familiare e sessuale o i malati di disfunzioni alimentari, di sapere scientifico e psicologico a favore dei malati di AIDS, di conoscenza di problematiche legate al cambio di sesso o all’omosessualità, di sapere circa religioni e tradizioni diverse da quelle cristiane e occidentali ecc… L’immissione di tanti giovani mediatori nel mondo del lavoro viene anche considerata una risposta alla disoccupazione giovanile sia grazie restringimento del welfare universalistico – considerato ormai inutile tanto che sembra quasi che si benedicano le politiche liberiste che lo restringono e che nel documento non vengono infatti mai contestate (ci si limita a prendere atto del restringimento delle risorse) – sia grazie all’apporto di fondi privati.

Espressione delle differenze e crisi della democrazia

Ora, a parte la contraddizione per cui si chiede riconoscimento al potere che per altri versi non si vuole invece a propria volta riconoscere in quanto istituzione considerata autoritaria, si apre una questione che riguarda la democrazia e la sua crisi. In assenza di autorità simboliche e di problematicità esistenziale, così come indagate dalla cultura tradizionale, ciascuno fa valere la propria particolarità smarcandosi dal generale. Se la mediazione tra psiche e società – che richiede l’elemento terzo dell’elaborazione culturale – non ha ragione di essere, tutti sono chiamati a porre la propria istanza senza dover sposare il punto di vista del generale. Tocca poi ai politici il compito di cavarsela tra mille rivendicazioni che giungono senza alcun filtro dei corpi intermedi e mettono i politici stessi in difficoltà, sempre più soggetti alla perdita di consenso e di legittimità, anche se sempre e comunque sollecitati alla risoluzione dei problemi.

Tutti hanno il diritto di essere-se-stessi nella società odierna che dispone in combinazione complice l’idea che si è più liberi quante più scelte si ha a propria disposizione – tipicamente di destra – con quella – invece di sinistra – che ognuno è il legislatore di se stesso, senza bisogno di alcuna autorità esterna. Ogni individuo è quindi autorizzato a esercitare la propria volontà di potenza per essere se stesso, per non sentirsi diviso, bensì intero, risolto, nella continua coincidenza di in-sé e per-sé resa possibile dal neocapitalismo tecno-nichilista.

Ovviamente, anche la democrazia risente di questa sorta di strana etica dell’essere-se-stessi. Infatti, si chiede alla democrazia di integrare tutti – individui, gruppi o interessi – direttamente, senza mediazione. La mediazione viene bandita proprio perché mette in discussione l’essere-se-stessi, ne limita la purezza, l’intransigenza morale, il diritto all’autenticità. E la mediazione è anche ciò che sta a dire agli individui che in realtà non possono mai essere fino in fondo se stessi, perché ontologicamente gli esseri umani sono invece divisi e hanno bisogno degli altri e sono sempre socializzati dagli altri, fin dalla nascita. Insomma, la mediazione è uno scandalo, ciò che attenta al benessere degli individui finalmente risolti, indivisi nel godimento illimitato. La democrazia – senza l’aiuto dei filtri dei copi intermedi – girerà sempre più a vuoto nel circolo vizioso di richieste sempre più pressanti a essa e di incapacità di dare risposte efficaci. Rischia di ridursi dunque a una lotta contro l’autorità e contro l’elaborazione simbolica. La politica è ormai l’affermazione del diritto dei singoli a godere dei propri oggetti. L’arena della decisione collettiva si intasa così di istanze che non possono più essere mediate, dal momento che vengono progressivamente messe al bando tutte le autorità simboliche che impongono l’interdetto in nome della convivenza sociale.

La messa in scena della democrazia moderna eccedeva la realtà che voleva rappresentare perché la politica era il luogo dell’universale e della mediazione, della messa in forma della società che supera egoismi e privatismi di ogni sorta, era l’assunzione dell’imperfezione umana come chiave della libertà.

Si presentava come atto teatrale presupponente sempre uno scarto, un in più di immaginazione, di elaborazione simbolica. La democrazia neoliberale, invece, non rappresenta più, non è più teatro, agorà della pubblica discussione sui limiti dell’umano da contenere e valorizzare allo stesso tempo come occasione di libertà. Si presenta essenzialmente come luogo neutro in cui far transitare le istanze del benessere degli individui che hanno risolto il problema della propria divisione. Tali individui non sentono più il bisogno di un’autorità terza che indichi le leggi della convivenza tra soggetti divisi, in perenne tensione tra finito e infinito, egoismo e solidarietà. Nessuna visione del mondo, nessun grande movimento sociale riscuote più consenso nelle società occidentali iperconsumiste.

Le figure dell’autorità – a partire dai genitori e dagli insegnanti fino ad arrivare ai governanti – perdono così prestigio e sono anzi sospettate di abusare di tali posizioni per il proprio godimento. Le ideologie sono inoltre accusate di esprimere visioni del mondo liberticide, nel momento in cui pongono il problema della convivenza e fanno un discorso sull’uomo, sulla sua fragilità ontologica, sulla politica come campo della solidarietà in cui provare a trasformare la debolezza umana in cultura, istituzioni e accettazione consapevole del limite.

Una sinistra che non si interroga più sull’universalismo dei diritti

Ecco allora che una sinistra che non si interroga più sull’universalismo dei diritti, ma arriva a prospettare politiche sociali e diritti personali, è più che mai in sintonia con la democrazia neoliberale e non riesce, allo stesso tempo, a dire niente sulla crisi della democrazia moderna, pensando addirittura che il problema non stia tanto nel neoliberalismo ma nei residui di potere moderno che ancora soffocherebbero gli individui con le sue mediazioni e la sua tensione all’universalismo. La sinistra deve invece contrastare l’idea neoliberale di democrazia per pensare ancora la politica come luogo della mediazione, della costruzione di senso – civico e spirituale – e dell’universalismo che possa garantire i più deboli. Certamente, la postmodernità vede il proliferare delle culture e delle visioni del mondo, ma la risposta non può essere quella dei diritti intesi come diritti personali di costruzione di una singola buona vita. Perché allora non considerare le culture che chiedono possibilità di esprimersi, appunto come tali, cioè come punti di vista sul mondo e sull’uomo per pensare l’umanizzazione e non solo per rivendicazioni settoriali che vogliono bypassare qualsiasi autorità, con il risultato di indebolire sia le proprie sia le altrui istanze? Con il risultato di mettere in crisi la democrazia e la legittimità delle istituzioni?

Il fondamento sta nell’uomo come diritto e non come portatore di diritti, sta nella sua tensione alla verità, e il pluralismo diventa serbatoio di idee per pensare quella tensione.
Diciamo allora che la persona è il diritto – e quindi non ha semplicemente dei diritti – perché è un finito che può pensare l’infinito ed è quindi costitutivamente in tensione verso la verità e vive la contraddizione dolorosa, ma feconda, di quella tensione
.

E quell’essere diritto della persona non significa uno Stato minimo e senza passione politica a favore di una società che si auto-organizza. Al contrario, si tratta di una forza spirituale che ripoliticizza continuamente la storia affinché non si trasformi inesorabilmente in nichilismo dell’insensatezza o in illusione di liberazione compiuta. Quella forza spirituale, quella misteriosa e infinita speranza ha il valore di dimostrare che per l’uomo il finito è una serie di tappe per arrivare non si sa a che, ma insomma a tentare di superare il finito. Ha il valore inestimabile di non far accontentare l’uomo di nessuna sua costruzione, di farlo rimanere inappagato di qualunque sua conquista. E quelle conquiste sono comunque conquiste preziose perché sono tappe dell’uomo verso la sua irraggiungibile, in termini umani e temporali, libertà. L’invito dovrebbe essere allora quello a non svilire l’essere umano a mero portatore di diritti quando invece può affermare il suo essere il diritto in quanto persona, in quanto soggetto così esposto alla lacerazione tra finito e infinito, così vicino al cuore tragico del reale.
Insomma, la libertà non ha a che fare coi diritti civili ma con la possibilità di costruire il politico. Per Hegel, come si sa, si è liberi nel momento in cui la sfera pubblica non ci è estranea, perché abbiamo contribuito a costruirla e, nel farlo, abbiamo attuato la mediazione tra individuale e collettivo e viceversa (cioè, nel mediare tra psiche e società abbiamo costruito anche la sfera pubblica). La crisi dell’Europa ci dice proprio che senza una nuova idea forte di eticità, e con la sola esaltazione dei diritti per quanto radicali, non si costruisce legame sociale e rapporto virtuoso tra individuo e Stato, istituzioni locali e dimensione sovranazionale.

Divertimento e immanenza assoluta

Vogliamo infine commentare brevemente una delle proposte finali del documento che richiede la liberalizzazione – definita controllata, e non si capisce bene cosa significhi – degli orari degli esercizi commerciali, compresi quelli dei locali per lo svago e il divertimento. Sorprende che un’associazione che fa riferimento al campo della sinistra si spinga a chiedere un’ulteriore deregolamentazione degli orari degli esercizi commerciali, così come da sempre chiede la destra liberista. C’è in questa richiesta l’idea che oggi più che mai bisogna ampliare l’orario del consumo per far procedere lo sviluppo e aumentare la ricchezza di una città. La vita, proprio in conseguenza di una visione dell’uomo come puro vitalismo nell’immanenza assoluta, è vista quindi come un’occasione continua di incontri, consumi, divertimenti in un immenso terziario postindustriale in cui scompare la distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, produzione e meditazione, riposo e attività produttiva, vita sociale e intrattenimento nei luoghi della movida, dimensione verticale dell’introspezione e dimensione orizzontale del rapporto con gli altri. Tutto è vitalismo indistinto e la deregolamentazione degli orari dei negozi e dei locali segue quell’idea di essere umano, ormai non più bisognoso di silenzio, riposo, introspezione, riflessione sul proprio posto nel mondo, ma semplice scheggia di vitalismo che si esprime nel vuoto dell’immanenza da riempire con sempre più incontri e sempre più consumi nel colorato mondo del mercato, a cavallo tra consumo e produzione di oggetti culturali.

Certamente, tale proposta di deregolamentazione è conseguente a una certa visione del mondo e dell’uomo.

Ne capiamo la coerenza e la rispettiamo. Andrebbe però esplicitata fino in fondo e messa in campo come un’ipotesi di sinistra in grado di confrontarsi con le altre idee di sinistra. Purtroppo, ci si trova di fronte a un ostacolo da questo punto di vista. Infatti, chi pensa all’istituzione come luogo della compenetrazione tra autorità e libertà viene considerato liberticida tout court, esponente di un vecchio che non vuole morire, asserragliato in un fortino passatista che dovrebbe essere spazzato via da giovani smart che parlano il «linguaggio della contemporaneità». A quel punto, il confronto si fa difficile.
Oggi gli automatismi della tecnica e della finanza uccidono la cultura, la libertà e la specificità dell’umano. La lotta è allora appunto tra naturalismo e cultura, tra leggi ferree della tecnica e libertà umana, tra il canone del neoliberismo e il lavoro come creatività e medium tra gli esseri umani e la natura e quindi come campo della libertà.

Ci troviamo in una situazione in cui la secolarizzazione ha portato all’insediamento del naturalismo tecnico ed economico nel cuore delle nostre società e in nome della laicità. La trasmissione storica si è interrotta, perché non serve più nel momento in cui contano saperi e competenze tecniche per gestire e perfezionare sempre più gli automatismi. Non siamo però più in grado di fare nostro il senso del passato, di riappropriarci del significato della nostra storia, come storia di costruzione di senso per arginare la fragilità esistenziale costitutiva dell’essere umano e costruire così la libertà contro il naturalismo. Oggi, se vogliamo sconfiggere naturalismo e automatismi della tecnica dobbiamo invece riappropriarci di quel senso affinché si possa di nuovo costruire cultura, visioni del mondo, storia e riflessione sulla libertà e sull’umano.

Ci piacerebbe aprire il confronto su queste grandi questioni.

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