Tredicesima mensilità: chi dobbiamo veramente ringraziare?

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di Marcello COLASANTI

Il periodo natalizio coincide con il pagamento della tredicesima mensilità.
Puntualmente, fioccano articoli, post e fotografie di ringraziamento sui social network rivolti a Benito Mussolini per la concessione di questa “gratifica natalizia”.
Siamo sicuri che, per tale diritto, stiamo ringraziando la persona giusta?

IL CONTESTO STORICO

Nel 1937 gli Stati Uniti d’America caddero in un nuovo periodo di recessione dovuto al cambio di politiche economiche. Lo stesso presidente Franklin Delano Roosevelt, promotore del “New Deal” che contribuì all’uscita dalla precedente “Grande depressione” del 1929 con il contributo di politiche sociali e statali, credendo che la ripresa fosse completa, cambiò la politica economica della nazione tagliando le spese e alzando il prelievo fiscale.

Questa scelta riattivò il circolo vizioso che aveva scatenato la precedente recessione, stroncando la ripresa non ancora del tutto completa: di questa seconda depressione, sia gli studiosi di economia che il mondo prettamente economico, ha sempre erroneamente dato poca importanza (i paralleli con la situazione economica europea attuale sono molteplici, ne consiglio l’approfondimento).
Come nel 1929, la recessione arrivò fino in Europa e la ripercussione si sentì soprattutto sul costo del lavoro, aumentato vertiginosamente, e da una fuga di capitali all’estero. Per comprendere la portata della situazione, assolutamente non sottovalutabile, va ricordato come, per queste ragioni, il governo francese presieduto dal presidente Lèon Blum, cadde.

L’ITALIA

Nel 1936, l’anno precedente, l’Italia subentrò nella guerra civile spagnola, in aiuto al golpe dei nazionalisti di Francisco Franco; il supporto italiano, che durerà fino al 1939, porterà in Spagna nel biennio ’36-’37 quasi 50.000 italiani, in gran parte non volontari, a differenza di ciò che annuncia la propaganda di regime.
In un periodo così delicato, con la necessità italiana di dimostrare la potenza bellica anche al proprio alleato tedesco, una battuta d’arresto dovuta alla recessione, come sta avvenendo in Europa, proprio nel settore dell’industria in particolare quella pesante, è assolutamente da evitare.

LA “GRATIFICA NATALIZIA”

Cosi, nell’ottica di una stabilità industriale, con il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro (CCNL) del 05/08/1937 art. 13, viene introdotta una “gratifica natalizia”, cioè una mensilità in più da corrispondere nel periodo natalizio ai soli impiegati del settore dell’industria.

Quindi, oltre che la gratifica non era per tutti i lavoratori ma solo per quelli del settore industria, non lo era nemmeno per tutti i lavoratori del suddetto settore, ma solo agli impiegati; gli operai, chi all’effettivo si trovava nelle fabbriche, non la percepiva.

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I fratelli Cervi. Martiri per la democrazia e la libertà

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di Luca SOLDI

“Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”.

Il 28 dicembre di settantadue anni fa i sette fratelli della famiglia Cervi conclusero le loro giovani esistenze al poligono di tiro di Reggio Emilia.

I fascisti li misero al muro e li fucilarono. Il loro impegno, la storia e la loro fine rappresentano uno degli episodi che più è rimasto scolpito nella storia dell’antifascismo italiano. Un richiamo ancora attuale e vivo al valore della democrazia. Erano stati arrestati un mese prima. Ma nominare la parola “arrestati” è un’offesa all’intelligenza umana ed anche alla pur minima parvenza di governo che allora i nazisti e repubblichini avevano messo in piedi.

Diciamo pure in modo crudo, ma reale, che furono “strappati” ai loro cari, alla loro terra, ai sogni di una vita migliore. La famiglia Cervi, in quel podere di Praticello di Gattatico pieno di avvallamenti, aveva lavorato duramente. Avevano le mucche, allevavano piccioni ed anche le api che producevano un finissimo miele.

Addirittura, avevano comperato il primo trattore della zona ed inoltre avevano piantato per la prima volta in Emilia, l’uva americana.

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Il 22 dicembre e la nostra Costituzione. Oggi, c’è chi dovrebbe provare vergogna

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La Redazione

Oggi è il 22 dicembre e sono pochissimi coloro che ricordano che è uno dei più importanti anniversari dell’Italia Repubblicana. Perchè il 22 dicembre del 1947 fu approvata la nostra Costituzione.

Quella Costituzione che è stata vilipesa da leggi elettorali non rispondenti ai suoi principi e che hanno formato un parlamento, illegittimo – dal punto di vista giuridico e politico – che la sta trasformando in senso autoritario, antidemocratico, quindi contrario ai suoi valori istitutivi.

Sono due i senatori a vita che più di altri dovrebbero vergognarsi in questo giorno: Giorgio Napolitano e Mario Monti.

Dovrebbero vergognarsi e dire al Paese la verità – sull’attuale colonizzazione della Repubblica da parte dei poteri economici e finanziari – con un moto di assunzione di colpa grave nel rileggere le parole di Umberto Terracini alla chiusura della votazione finale dell’Assemblea costituente. Non lo faranno. Ma ci auguriamo comunque che molti leggano queste parole che oggi potrebbero risuonare come vuote e retoriche. Lo sembrano soltanto perchè sono state tradite.

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Umberto Terracini pronuncia questo discorso dopo aver comunicato il risultato della votazione con cui i deputati hanno approvato il testo finale della Costituzione, che entrerà in vigore il 1° gennaio 1948.

Onorevoli colleghi,

è con un senso di nuova profonda commozione che ho pronunciato or ora la formula abituale con la quale, da questo seggio, nei mesi passati ho, cento e cento volte, annunciato all’Assemblea il risultato delle sue votazioni.

Di tutte queste, delle più combattute e delle più tranquille, di quelle che videro riuniti in un solo consenso tutti i settori e delle altre in cui il margine di maggioranza oscillò sull’unità; di tutti questi atti di volontà che, giorno per giorno, vennero svolgendosi, con un legame non sempre immediatamente conseguente – in riflesso di situazioni mutevoli non solo nell’aula, ma anche nel Paese – quest’ultimo ha riassunto il significato e gli intenti, affermandoli definitivamente e senza eccezione come legge fondamentale di tutto il popolo italiano.

Ed io credo di potere avvertire attorno a noi, oggi, di questo popolo l’interesse fervido ed il plauso consapevole e soddisfatto. Si può ora dirlo; vi è stato un momento, dopo i primi accesi entusiasmi, nutriti forse di attese non commisurate alle condizioni storicamente maturate ed in loro reazione, vi è stato un momento nel quale come una parete di indifferenza minacciava di levarsi fra questo consesso e le masse popolari. E uomini e gruppi, già ricacciati al margine della nostra società nazionale dalla prorompente libertà – detriti del regime crollato o torbidi avventurieri di ogni congiuntura – alacremente, e forse godendo troppa impunità, si erano dati ad approfondire il distacco, ricoprendo di contumelie, di calunnie, di accuse e di sospetti questo istituto, emblema e cuore della restaurata democrazia.

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Giuseppe Pinelli. Anarchico. Innocente

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di Maria CAPURRO

Ignoro – sempre che ci sia – il disegno sotteso alla pressoché totale rimozione di ogni ricordo delle vittime della strage di piazza Fontana dai media ufficiali, in questi giorni.

Si tratta di un bilanciamento al ribasso della notizia –comunque positiva- di un interessamento dell’attuale prefetto di Milano a conoscere la famiglia di Giuseppe Pinelli: un atto dovuto, ma ritardato di quarantasei anni?

Oppure, della paura che lo spettatore medio confonda questa strage con quella del Bataclan, anzi, che non la confonda ma gli suggerisca di scendere in piazza per reclamare dal governo italiano la cessazione di ogni vendita d’armi all’Arabia Saudita finanziatrice del Daesh e quindi dei terroristi del Bataclan.

Si potrebbe trattare anche di una fanfara – per omissione – aggiunta alla marcia trionfale del figlio del responsabile istituzionale della morte di Pinelli – il commissario Calabresi – verso la direzione di Repubblica (superfluo rivangare un passato così poco assimilato e digerito, come dimostra lo spazio qualitativamente modesto dedicato dal direttore in pectore alla vittima del proprio padre nel suo memorabile saggio Spingendo la notte più in là!).

Quel che ci resta – quel che i media ci restituiscono – è la politica ridotta a Leopolda: ammantata di un nuovo isterico e ormai già rappezzato, un nuovo che si è fatto largo grazie ai denari sporchi del vecchio, del vecchio ancor più stantio.

Il nuovo, per me, resta sempre un uomo gettato innocente, in un inverno milanese di più di quarant’anni fa, dalla finestra della questura; diversamente da altre povere vittime della polizia di stato, ucciso non per una declinazione di debolezza, non per l’errore di un momento, perdonabile ma risultato fatale; ucciso, invece, proprio per la sua innocenza, per la sua forza morale e per la dignità impeccabile della sua rivolta – modello imprescindibile e indimenticato di ogni rivolta futura.

 


 

Mai dimenticare

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di Vincenzo G. PALIOTTI

12 Dicembre 1969, una data da non dimenticare. Milano ferita, l’Italia tutta ferita.

Una ferita mai rimarginata perché è mancato, a distanza di tanti anni il solo cicatrizzante necessario: la verità.

Quante collusioni, quante complicità nascoste per oscurare la verità.

Pezzi dello Stato che si arrogano il diritto di orientare politicamente il cittadino utilizzando il terrore quale arma di persuasione. Purtroppo queste ferite, come quelle di Brescia, dell’Italicus, Ustica, Bologna, il periodo di “piombo” culminato con il caso Moro, così come le stragi di mafia 1993-1994 resteranno aperte e mai si potranno rimarginare fino a quando non si avrà la verità.

Uno stato che sacrifica suoi cittadini inermi in modo terribile come quel 12 Dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano nella Sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e in tutte le altre “occasioni” citate non può dirsi democratico, libero.

Tanto più che tutte queste stragi ribadiscono la dipendenza, con relativo appoggio, da quegli stati egemoni che hanno tutto l’interesse a che l’orientamento politico vada in una sola direzione, quella da loro indicata, anche se il prezzo da pagare è in vite umane.

Mai come in questo momento tornare indietro con la memoria a quei giorni e metterli in relazione all’attualità ci può aiutare a trovare finalmente la verità ma anche strada giusta per affrontare ogni genere di terrorismo, a ricercarne le motivazioni e di conseguenza gli autori e le soluzioni da prendere perché nulla del genere si possa ripetere.

Anche se la soluzione di tutto è molto più vicina di quanto possiamo pensare: basterebbe togliere il segreto di stato sulle tante indagini e se questo non si verifica significa che l’attuale governance politico-finanziaria (non parliamo di governo democratico, non lo è) non si discosta da quelle precedenti che tacendo hanno appunto mantenute aperte tutte queste ferite.

Sperare che possa accadere non è permesso in questo momento che vede l’attuale presidenza del consiglio dipendere ancora più pesantemente del passato dagli stati egemoni, dall’Europa ed a tutti quei poteri oscuri che sono direttamente o indirettamente coinvolti nella storia “nascosta” della nostra Repubblica.

La verità detta ai lavoratori (e a quelli che non possono esserlo per colpa di questo sistema economico)

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di Pierluigi Vuillermin

Premessa

In questo saggio mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l’avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti.

Il 1935 è un anno importante nella storia d’Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l’alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l’avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell’impegno e della responsabilità dell’intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo.

Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l’intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell’industria culturale e dei mass media, per smascherare l’inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel drammaVita di Galileo, il capolavoro della maturità.

Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un’arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto. Verissimo. Ma forse non siamo tutti sulla stessa barca. Ne sa qualcosa il popolo greco, a cui sono rivolte le seguenti riflessioni.

Per quel che concerne il metodo, nella stesura del presente scritto, faccio chiaro riferimento al noto saggio in cui Benjamin, commentando alcune liriche brechtiane, afferma che il commento si occupa esclusivamente della bellezza e del contenuto positivo del testo a cui si applica. Da questo punto di vista, ritengo che le Cinque difficoltà sia un testo fondamentale in cui Brecht, ben al di là dell’occasione, enuncia la dottrina marxista nella forma epica di un classico. D’ora in avanti i brani in corsivo sono estratti dal saggio di Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973), facilmente reperibile anche su Internet e tradotto in diverse lingue.

Introduzione

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avereil coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma;l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

Con questa introduzione, Brecht presenta la sua tesi in cinque punti, che verranno di seguito sviluppati. Chi vuole scrivere la verità (cioè l’intellettuale impegnato e organico al proletariato) deve superare la menzogna (dei potenti) e l’ignoranza (dei deboli). I requisiti necessari sono: coraggio, accortezza, arte, avvedutezza e astuzia. Le cinque difficoltà per scrivere la verità sono operanti non soltanto nei regimi totalitari (e per gli oppositori e dissidenti in esilio), ma anche nelle democrazie, dove regna la libertà borghese. Per questa ragione, l’intellettuale deve saper camuffare bene la verità (perciò occorrono pragmatismo e buona tattica, attenzione per i nuovi media messi a disposizione dall’industria, interesse per le forme inferiori dell’arte e della cultura, persino il nemico può essere un buon insegnante), in modo da sottrarre la verità alla censura e alla manipolazione del potere, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma maneggevole, per abbattere i (pochi) potenti che dominano sui (molti) deboli.

1. Il coraggio di scrivere la verità

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare ad ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Per prima cosa bisogna avere coraggio. Ma non è sempre facile. Da un punto di vista storico, gli intellettuali non sono che servi dei potenti, nelle figure del cortigiano e del consigliere, ovvero del consulente. Sono avidi e vanitosi, vogliono essere acclamati e riconosciuti, pertanto non devono dispiacere ai loro padroni, generosi committenti e finanziatori; altrimenti rischierebbero di perdere la fama e il lavoro. La maggioranza degli intellettuali (quell’intellettualità diffusa che oggi in troppi, superficialmente, celebrano come lavoratori autonomi, riflessivi e creativi di terza generazione) non ha coraggio. Sono degli intellettuali vili, docili servitori e disciplinati impiegati. Perennemente sotto ricatto, eppure compiacenti camerieri. Tali o per mancanza di carattere e senso della dignità (i più), o per bieco calcolo opportunistico, nell’avanguardia più cinica e culturalmente attrezzata.

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.

Nelle epoche di crisi e cambiamento, l’intellettuale vile, che non ha coraggio, spesso veste i panni dell’umanista che si interessa alle sorti (generalissime) del genere umano. Soprattutto quando l’oppressione è grandissima, egli ha il compito, ben remunerato dai potenti, di distrarre e intrattenere il popolo, attraverso la conduzione di infuocati dibattiti sui massimi sistemi (diritti, cultura, genere). L’importante è evitare di parlare di ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute); e indicare ai deboli i nomi dei responsabili del furto perpetrato ai loro danni.

Quando il malumore delle masse non s’acquieta e diventa pericoloso, l’intellettuale vile, umanista e generalista, fa appello a concetti nobili ed elevati (nazione, patria, civiltà), ostentando una commovente abilità retorica e mitologica, al fine di impedire che il popolo chieda il conto dell’ingiustizia subita. In un coro unanime di inviti e proclami, tutti quanti (i deboli) devono remare nella stessa direzione, decisa dai potenti e illustrata e spiegata al popolo dagli intellettuali vili, stipendiati e vezzeggiati dai potenti.

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Quelle insospettabili violenze

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di Ivana FABRIS

In questa giornata vorrei fermarmi a riflettere su come ci focalizziamo sempre e solo sulla violenza fisica, contro le donne, ma in realtà è della violenza che si annida nelle pieghe del perbenismo, del conformismo, del moralismo di un certo pensiero borghese che ci dovremmo occupare e preoccupare maggiormente.

Perchè spesso il sessismo e la discriminazione, ma anche le patologie peggiori, nascono e si nutrono avidamente proprio da questi modelli sociali.

In generale ognuno pensa di volere che le donne italiane e non, si emancipino definitivamente e vedano riconosciuti i loro diritti che, ci tengo a ribadirlo, non sono di genere, ma sono UMANI.
Ma nei fatti, poi, non è così.

Praticamente tutti cadiamo in piccole o grandi trappole comunicative, in modelli preconfezionati dalla cultura patriarcale che ancora ammorba la nostra società e che, come un veleno, si insinua nelle nostre vene sin da piccoli anche a causa di un’educazione in cui l’idea della donna è ancora legata a doppio filo ad un’icona cattolico-moralista che la vede comunque in una posizione di subalternità rispetto all’uomo.

Proviamo solo a pensare che nell’immaginario collettivo, per esempio, una donna che nella sua vita sceglie di non diventare madre o di sposarsi (sì, anche quello, specialmente nella provincia italiana che costituisce una larga fetta del tessuto sociale del paese) viene vista come qualcuna che ha negato se stessa, una donna incompleta, una che ha “ripiegato” e che usa l’alibi della scelta consapevole, secondo la vulgata, e che alla fine viene considerata, a tutt’oggi, come una donna che ha una “marcia in meno” rispetto a tante altre che invece hanno scelto di avere figli.

Oppure soffermiamoci sull’insulto: verso le donne, anche da parte di altre donne, la prima parola che viene pronunciata spesso è “puttana”.
Inezia? No, semmai indicatore di come venga percepita la donna: corpo sessuato, moralmente esposto a continuo giudizio e a prescindere dal motivo per cui viene giudicata.

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La crediamo innocenza ma è ancora violenza

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di Serena CORTI

Faccio parte di alcuni gruppi su Facebook, come la maggior parte di noi.

In uno di questi ieri un giovane uomo ha asserito che noi donne non dobbiamo fare un dramma se non abbiamo un bel fisico o una pancia piatta perché in fondo la cosa più importante per una donna è che quella pancia verrà riempita da un figlio, che una donna realizza pienamente se stessa solo quando è incinta e poi diventa madre. Che addirittura in quel momento raggiunge l’apice della sua bellezza.

Io sono madre. Amo mia figlia profondamente. Ho adorato tenerla dentro di me per 9 mesi.
Ma sono rimasta decisamente senza parole quando ho letto queste affermazioni benché fatte, immagino, in buona fede.

Ho trovato violento il commento.

Violento sottilmente perché il ragazzo in questione non si è reso nemmeno conto di aver rimandato un immagine sessista delle donne, un’immagine che ci “ autorizza” ad essere belle e realizzate solo ed esclusivamente nel momento in cui ci riproduciamo popolando il mondo di altri uomini.

Violento perché non ha tenuto minimamente conto di tutte quelle donne che per volere o per impossibilità non saranno mai madri, che di questo soffrano o ne facciano un punto di forza.

Violento perché pensare che tutto il mondo di una donna si riduca all’essere madre e che questo ci debba bastare è come sentirsi dire tutti i giorni che non valiamo abbastanza per avere altro nella vita o come venire schiaffeggiate quotidianamente.

Violento perché non considera che nessuna donna ha bisogno del benestare di un uomo per sentirsi realizzata, nessuna di noi ha bisogno che siano gli uomini a dirci quali sono i motivi per cui dobbiamo essere serene e sicure di noi stesse.

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A proposito di quattro Novembre, di identità, di grigio. E della politica come servizio.

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di Michele RAVAGNOLO

Dà da pensare, tutto questo quattronovembrare sottotraccia eppure chiaro, “banalmente retorico” senza che quasi nessuno senta più il bisogno di tirare il freno. Di ricordare quanto siano ambigue parole come “patria” e “vittoria”, di dire che fu un massacro, o che i contadini e gli operai in uniforme verde come in uniforme grigioazzurra avevamo molto di più in comune fra loro (lingua compresa, spesso) che non con chi a tratti di matita sulle carte e a previsioni di bilancio li mandava al macello.

E siccome sono nato su un confine, a cavallo di molti grigi e sapendo che chi li pretende bianchi e neri, mente per interesse, nel sole di novembre e nelle foglie in giardino trovo un filo sottile con casa mia. Mi chiedo cosa sia, casa mia. Visto che è quel massacro ad avermi fatto nascere lì.

L’immagine è un luogo preciso, dove riposa una delle persone che più hanno tentato di rimettere assieme i cocci di tutto quel furioso tracciar frontiere e renderle impermeabili per spostarle avanti e indietro a forza.

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4 novembre: io non festeggio, ricordo con rabbia e con dolore

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di Matteo SAUDINO

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori.
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