Il 22 dicembre e la nostra Costituzione. Oggi, c’è chi dovrebbe provare vergogna

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La Redazione

Oggi è il 22 dicembre e sono pochissimi coloro che ricordano che è uno dei più importanti anniversari dell’Italia Repubblicana. Perchè il 22 dicembre del 1947 fu approvata la nostra Costituzione.

Quella Costituzione che è stata vilipesa da leggi elettorali non rispondenti ai suoi principi e che hanno formato un parlamento, illegittimo – dal punto di vista giuridico e politico – che la sta trasformando in senso autoritario, antidemocratico, quindi contrario ai suoi valori istitutivi.

Sono due i senatori a vita che più di altri dovrebbero vergognarsi in questo giorno: Giorgio Napolitano e Mario Monti.

Dovrebbero vergognarsi e dire al Paese la verità – sull’attuale colonizzazione della Repubblica da parte dei poteri economici e finanziari – con un moto di assunzione di colpa grave nel rileggere le parole di Umberto Terracini alla chiusura della votazione finale dell’Assemblea costituente. Non lo faranno. Ma ci auguriamo comunque che molti leggano queste parole che oggi potrebbero risuonare come vuote e retoriche. Lo sembrano soltanto perchè sono state tradite.

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Umberto Terracini pronuncia questo discorso dopo aver comunicato il risultato della votazione con cui i deputati hanno approvato il testo finale della Costituzione, che entrerà in vigore il 1° gennaio 1948.

Onorevoli colleghi,

è con un senso di nuova profonda commozione che ho pronunciato or ora la formula abituale con la quale, da questo seggio, nei mesi passati ho, cento e cento volte, annunciato all’Assemblea il risultato delle sue votazioni.

Di tutte queste, delle più combattute e delle più tranquille, di quelle che videro riuniti in un solo consenso tutti i settori e delle altre in cui il margine di maggioranza oscillò sull’unità; di tutti questi atti di volontà che, giorno per giorno, vennero svolgendosi, con un legame non sempre immediatamente conseguente – in riflesso di situazioni mutevoli non solo nell’aula, ma anche nel Paese – quest’ultimo ha riassunto il significato e gli intenti, affermandoli definitivamente e senza eccezione come legge fondamentale di tutto il popolo italiano.

Ed io credo di potere avvertire attorno a noi, oggi, di questo popolo l’interesse fervido ed il plauso consapevole e soddisfatto. Si può ora dirlo; vi è stato un momento, dopo i primi accesi entusiasmi, nutriti forse di attese non commisurate alle condizioni storicamente maturate ed in loro reazione, vi è stato un momento nel quale come una parete di indifferenza minacciava di levarsi fra questo consesso e le masse popolari. E uomini e gruppi, già ricacciati al margine della nostra società nazionale dalla prorompente libertà – detriti del regime crollato o torbidi avventurieri di ogni congiuntura – alacremente, e forse godendo troppa impunità, si erano dati ad approfondire il distacco, ricoprendo di contumelie, di calunnie, di accuse e di sospetti questo istituto, emblema e cuore della restaurata democrazia.

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Giuseppe Pinelli. Anarchico. Innocente

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di Maria CAPURRO

Ignoro – sempre che ci sia – il disegno sotteso alla pressoché totale rimozione di ogni ricordo delle vittime della strage di piazza Fontana dai media ufficiali, in questi giorni.

Si tratta di un bilanciamento al ribasso della notizia –comunque positiva- di un interessamento dell’attuale prefetto di Milano a conoscere la famiglia di Giuseppe Pinelli: un atto dovuto, ma ritardato di quarantasei anni?

Oppure, della paura che lo spettatore medio confonda questa strage con quella del Bataclan, anzi, che non la confonda ma gli suggerisca di scendere in piazza per reclamare dal governo italiano la cessazione di ogni vendita d’armi all’Arabia Saudita finanziatrice del Daesh e quindi dei terroristi del Bataclan.

Si potrebbe trattare anche di una fanfara – per omissione – aggiunta alla marcia trionfale del figlio del responsabile istituzionale della morte di Pinelli – il commissario Calabresi – verso la direzione di Repubblica (superfluo rivangare un passato così poco assimilato e digerito, come dimostra lo spazio qualitativamente modesto dedicato dal direttore in pectore alla vittima del proprio padre nel suo memorabile saggio Spingendo la notte più in là!).

Quel che ci resta – quel che i media ci restituiscono – è la politica ridotta a Leopolda: ammantata di un nuovo isterico e ormai già rappezzato, un nuovo che si è fatto largo grazie ai denari sporchi del vecchio, del vecchio ancor più stantio.

Il nuovo, per me, resta sempre un uomo gettato innocente, in un inverno milanese di più di quarant’anni fa, dalla finestra della questura; diversamente da altre povere vittime della polizia di stato, ucciso non per una declinazione di debolezza, non per l’errore di un momento, perdonabile ma risultato fatale; ucciso, invece, proprio per la sua innocenza, per la sua forza morale e per la dignità impeccabile della sua rivolta – modello imprescindibile e indimenticato di ogni rivolta futura.

 


 

Mai dimenticare

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di Vincenzo G. PALIOTTI

12 Dicembre 1969, una data da non dimenticare. Milano ferita, l’Italia tutta ferita.

Una ferita mai rimarginata perché è mancato, a distanza di tanti anni il solo cicatrizzante necessario: la verità.

Quante collusioni, quante complicità nascoste per oscurare la verità.

Pezzi dello Stato che si arrogano il diritto di orientare politicamente il cittadino utilizzando il terrore quale arma di persuasione. Purtroppo queste ferite, come quelle di Brescia, dell’Italicus, Ustica, Bologna, il periodo di “piombo” culminato con il caso Moro, così come le stragi di mafia 1993-1994 resteranno aperte e mai si potranno rimarginare fino a quando non si avrà la verità.

Uno stato che sacrifica suoi cittadini inermi in modo terribile come quel 12 Dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano nella Sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e in tutte le altre “occasioni” citate non può dirsi democratico, libero.

Tanto più che tutte queste stragi ribadiscono la dipendenza, con relativo appoggio, da quegli stati egemoni che hanno tutto l’interesse a che l’orientamento politico vada in una sola direzione, quella da loro indicata, anche se il prezzo da pagare è in vite umane.

Mai come in questo momento tornare indietro con la memoria a quei giorni e metterli in relazione all’attualità ci può aiutare a trovare finalmente la verità ma anche strada giusta per affrontare ogni genere di terrorismo, a ricercarne le motivazioni e di conseguenza gli autori e le soluzioni da prendere perché nulla del genere si possa ripetere.

Anche se la soluzione di tutto è molto più vicina di quanto possiamo pensare: basterebbe togliere il segreto di stato sulle tante indagini e se questo non si verifica significa che l’attuale governance politico-finanziaria (non parliamo di governo democratico, non lo è) non si discosta da quelle precedenti che tacendo hanno appunto mantenute aperte tutte queste ferite.

Sperare che possa accadere non è permesso in questo momento che vede l’attuale presidenza del consiglio dipendere ancora più pesantemente del passato dagli stati egemoni, dall’Europa ed a tutti quei poteri oscuri che sono direttamente o indirettamente coinvolti nella storia “nascosta” della nostra Repubblica.

Quelle insospettabili violenze

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di Ivana FABRIS

In questa giornata vorrei fermarmi a riflettere su come ci focalizziamo sempre e solo sulla violenza fisica, contro le donne, ma in realtà è della violenza che si annida nelle pieghe del perbenismo, del conformismo, del moralismo di un certo pensiero borghese che ci dovremmo occupare e preoccupare maggiormente.

Perchè spesso il sessismo e la discriminazione, ma anche le patologie peggiori, nascono e si nutrono avidamente proprio da questi modelli sociali.

In generale ognuno pensa di volere che le donne italiane e non, si emancipino definitivamente e vedano riconosciuti i loro diritti che, ci tengo a ribadirlo, non sono di genere, ma sono UMANI.
Ma nei fatti, poi, non è così.

Praticamente tutti cadiamo in piccole o grandi trappole comunicative, in modelli preconfezionati dalla cultura patriarcale che ancora ammorba la nostra società e che, come un veleno, si insinua nelle nostre vene sin da piccoli anche a causa di un’educazione in cui l’idea della donna è ancora legata a doppio filo ad un’icona cattolico-moralista che la vede comunque in una posizione di subalternità rispetto all’uomo.

Proviamo solo a pensare che nell’immaginario collettivo, per esempio, una donna che nella sua vita sceglie di non diventare madre o di sposarsi (sì, anche quello, specialmente nella provincia italiana che costituisce una larga fetta del tessuto sociale del paese) viene vista come qualcuna che ha negato se stessa, una donna incompleta, una che ha “ripiegato” e che usa l’alibi della scelta consapevole, secondo la vulgata, e che alla fine viene considerata, a tutt’oggi, come una donna che ha una “marcia in meno” rispetto a tante altre che invece hanno scelto di avere figli.

Oppure soffermiamoci sull’insulto: verso le donne, anche da parte di altre donne, la prima parola che viene pronunciata spesso è “puttana”.
Inezia? No, semmai indicatore di come venga percepita la donna: corpo sessuato, moralmente esposto a continuo giudizio e a prescindere dal motivo per cui viene giudicata.

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La crediamo innocenza ma è ancora violenza

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di Serena CORTI

Faccio parte di alcuni gruppi su Facebook, come la maggior parte di noi.

In uno di questi ieri un giovane uomo ha asserito che noi donne non dobbiamo fare un dramma se non abbiamo un bel fisico o una pancia piatta perché in fondo la cosa più importante per una donna è che quella pancia verrà riempita da un figlio, che una donna realizza pienamente se stessa solo quando è incinta e poi diventa madre. Che addirittura in quel momento raggiunge l’apice della sua bellezza.

Io sono madre. Amo mia figlia profondamente. Ho adorato tenerla dentro di me per 9 mesi.
Ma sono rimasta decisamente senza parole quando ho letto queste affermazioni benché fatte, immagino, in buona fede.

Ho trovato violento il commento.

Violento sottilmente perché il ragazzo in questione non si è reso nemmeno conto di aver rimandato un immagine sessista delle donne, un’immagine che ci “ autorizza” ad essere belle e realizzate solo ed esclusivamente nel momento in cui ci riproduciamo popolando il mondo di altri uomini.

Violento perché non ha tenuto minimamente conto di tutte quelle donne che per volere o per impossibilità non saranno mai madri, che di questo soffrano o ne facciano un punto di forza.

Violento perché pensare che tutto il mondo di una donna si riduca all’essere madre e che questo ci debba bastare è come sentirsi dire tutti i giorni che non valiamo abbastanza per avere altro nella vita o come venire schiaffeggiate quotidianamente.

Violento perché non considera che nessuna donna ha bisogno del benestare di un uomo per sentirsi realizzata, nessuna di noi ha bisogno che siano gli uomini a dirci quali sono i motivi per cui dobbiamo essere serene e sicure di noi stesse.

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4 novembre: io non festeggio, ricordo con rabbia e con dolore

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di Matteo SAUDINO

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori.
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17 maggio 1973. Analisi linguistica di uno slogan

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di Pier Paolo PASOLINI

Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i «luoghi» dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene «applicata», sono cioè i luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.

C’è un solo caso di espressività – ma di espressività aberrante – nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.

La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.

Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? E’ possibile prevedere un futuro come «fine di tutto»? Qualcuno – come me – tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta.

Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei «jeans Jesus»: «Non avrai altri Jeans all’infuori di me», si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità – subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte – faceva troppo ragionevolmente prevedere.

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Livorno a Sinistra – Cosa bolle in pentola?

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MovES – Movimento Essere Sinistra

Pubblichiamo il video della presentazione delle posizioni che gli ospiti della seconda giornata del Laboratorio della città di Livorno – Sì Livorno a Sinistra hanno delineato all’inizio del confronto con il pubblico.

Sono intervenuti: Franz Altomare (Movimento Essere Sinistra), Monica Gregori (Futuro a Sinistra), Simone Oggionni (Sinistra Ecologia e Libertà), Monica Sgherri (Rifondazione Comunista), Massimo Torelli (L’altra Europa con Tsipras).

Vogliamo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito, anche economicamente, alla partecipazione del Movimento Essere Sinistra a questo importante confronto.

Tanti nuovi frutti cresceranno sull’albero della sinistra, ma solo a patto che ognuno di noi faccia la sua parte.

Più forti saranno le nostre convinzioni, maggiore sarà la possibilità di cambiare le cose.

Abbiamo incontrato tanti compagni con i quali scambiare opinioni e punti di vista, e incontrarci è stato importante. Gli appuntamenti e le occasioni di elaborazione – anche attraverso divergenze e sani scontri dialettici – aumenteranno, e con essi, aumenterà giorno dopo giorno in noi quel sentimento di affetto e vicinanza che è il più bell’ingrediente per vivere e capire il concetto di democrazia e libertà di pensiero.

Per i martiri di Bologna il dovere della memoria

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di Luca SOLDI

Quella mattina, a Bologna, si volle uccidere, assassinare, scientemente.

Lo si volle fare per colpire intere famiglie, bambini, lavoratori, il popolo italiano. Persone semplici, gente qualunque.

Lo si volle fare per creare paura oltre che orrore. Per destabilizzare un Paese anche allora in difficoltà.

Ben ottantacique furono quei martiri, e oltre 200 feriti.

Con loro, insieme a loro, si volle colpire lo spirito democratico di una città simbolo e di un intero Paese.

La strage di Bologna, fu compiuta quella mattina del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria, ed è stata il più grave atto terroristico avvenuto in Italia dal dopoguerra. Nel pieno di quel periodo storico indicato da molti come il tempo della strategia della tensione.

Un periodo con mandanti oscuri e con esecutori, individuati dalla magistratura, in nomi e volti di tristi figuri appartenenti all’estrema destra.

Con l’aggiunta dei soliti intrecci con i servizi deviati,  si sono conosciuti poi nuovi scenari che però non sono mai stati accertati da sentenze definitive. La verità storica la conosciamo. Quella giudiziaria non la conosceremo mai.

Le indagini sulla pista neofascista, ma solo dopo un lungo iter giudiziario, subirono numerosi depistaggi i cui autori videro condannati anche personaggi che più volte sono stati al centro di momenti destabilizzanti per il Paese.

Nomi come il venerabile maestro della Loggia P2 Licio Gelli, ma anche Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte ed il faccendiere Francesco Pazienza. Più altri nomi di neofascisti. Il tutto coperto da continue menzogne e dalle “facezie” di giornalisti e di un ex Presidente della Repubblica, come Francesco Cossiga.

Nomi le cui trame e il cui volere sono alla base delle trasformazioni politiche e sociali che stiamo vivendo. Nomi che stanno vincendo su quel sangue e sui quei morti.

Camping a cinque stelle

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di Sil Bi

Oggi, per la seconda volta in due anni, il Presidente della Repubblica verrà eletto senza che il Movimento Cinque Stelle si sia reso determinante nella scelta del candidato.

Certo, la manovra in extremis di includere Prodi nella lista delle “quirinarie” – promettendo di votarlo sin dal primo scrutinio se così avesse decretato la consultazione on line degli iscritti – ha probabilmente contribuito ad affrettare la decisione di Renzi per Mattarella, l’unico tra i nomi in campo nelle varie trattative che fosse alla pari con Prodi. Nonostante ciò, però, le esitazioni e le contraddizioni hanno impedito al Movimento di attuare una strategia – quella di sostenere il Professore insieme a Sel fin dal primo momento – che avrebbe potuto davvero sparigliare le carte; in tal modo, i Cinque Stelle si sono condannati, una volta di più, ad una sostanziale irrilevanza. Continua a leggere