Tredicesima mensilità: chi dobbiamo veramente ringraziare?

azionestudenti

di Marcello COLASANTI

Il periodo natalizio coincide con il pagamento della tredicesima mensilità.
Puntualmente, fioccano articoli, post e fotografie di ringraziamento sui social network rivolti a Benito Mussolini per la concessione di questa “gratifica natalizia”.
Siamo sicuri che, per tale diritto, stiamo ringraziando la persona giusta?

IL CONTESTO STORICO

Nel 1937 gli Stati Uniti d’America caddero in un nuovo periodo di recessione dovuto al cambio di politiche economiche. Lo stesso presidente Franklin Delano Roosevelt, promotore del “New Deal” che contribuì all’uscita dalla precedente “Grande depressione” del 1929 con il contributo di politiche sociali e statali, credendo che la ripresa fosse completa, cambiò la politica economica della nazione tagliando le spese e alzando il prelievo fiscale.

Questa scelta riattivò il circolo vizioso che aveva scatenato la precedente recessione, stroncando la ripresa non ancora del tutto completa: di questa seconda depressione, sia gli studiosi di economia che il mondo prettamente economico, ha sempre erroneamente dato poca importanza (i paralleli con la situazione economica europea attuale sono molteplici, ne consiglio l’approfondimento).
Come nel 1929, la recessione arrivò fino in Europa e la ripercussione si sentì soprattutto sul costo del lavoro, aumentato vertiginosamente, e da una fuga di capitali all’estero. Per comprendere la portata della situazione, assolutamente non sottovalutabile, va ricordato come, per queste ragioni, il governo francese presieduto dal presidente Lèon Blum, cadde.

L’ITALIA

Nel 1936, l’anno precedente, l’Italia subentrò nella guerra civile spagnola, in aiuto al golpe dei nazionalisti di Francisco Franco; il supporto italiano, che durerà fino al 1939, porterà in Spagna nel biennio ’36-’37 quasi 50.000 italiani, in gran parte non volontari, a differenza di ciò che annuncia la propaganda di regime.
In un periodo così delicato, con la necessità italiana di dimostrare la potenza bellica anche al proprio alleato tedesco, una battuta d’arresto dovuta alla recessione, come sta avvenendo in Europa, proprio nel settore dell’industria in particolare quella pesante, è assolutamente da evitare.

LA “GRATIFICA NATALIZIA”

Cosi, nell’ottica di una stabilità industriale, con il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro (CCNL) del 05/08/1937 art. 13, viene introdotta una “gratifica natalizia”, cioè una mensilità in più da corrispondere nel periodo natalizio ai soli impiegati del settore dell’industria.

Quindi, oltre che la gratifica non era per tutti i lavoratori ma solo per quelli del settore industria, non lo era nemmeno per tutti i lavoratori del suddetto settore, ma solo agli impiegati; gli operai, chi all’effettivo si trovava nelle fabbriche, non la percepiva.

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La verità detta ai lavoratori (e a quelli che non possono esserlo per colpa di questo sistema economico)

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di Pierluigi Vuillermin

Premessa

In questo saggio mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l’avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti.

Il 1935 è un anno importante nella storia d’Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l’alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l’avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell’impegno e della responsabilità dell’intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo.

Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l’intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell’industria culturale e dei mass media, per smascherare l’inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel drammaVita di Galileo, il capolavoro della maturità.

Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un’arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto. Verissimo. Ma forse non siamo tutti sulla stessa barca. Ne sa qualcosa il popolo greco, a cui sono rivolte le seguenti riflessioni.

Per quel che concerne il metodo, nella stesura del presente scritto, faccio chiaro riferimento al noto saggio in cui Benjamin, commentando alcune liriche brechtiane, afferma che il commento si occupa esclusivamente della bellezza e del contenuto positivo del testo a cui si applica. Da questo punto di vista, ritengo che le Cinque difficoltà sia un testo fondamentale in cui Brecht, ben al di là dell’occasione, enuncia la dottrina marxista nella forma epica di un classico. D’ora in avanti i brani in corsivo sono estratti dal saggio di Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973), facilmente reperibile anche su Internet e tradotto in diverse lingue.

Introduzione

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avereil coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma;l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

Con questa introduzione, Brecht presenta la sua tesi in cinque punti, che verranno di seguito sviluppati. Chi vuole scrivere la verità (cioè l’intellettuale impegnato e organico al proletariato) deve superare la menzogna (dei potenti) e l’ignoranza (dei deboli). I requisiti necessari sono: coraggio, accortezza, arte, avvedutezza e astuzia. Le cinque difficoltà per scrivere la verità sono operanti non soltanto nei regimi totalitari (e per gli oppositori e dissidenti in esilio), ma anche nelle democrazie, dove regna la libertà borghese. Per questa ragione, l’intellettuale deve saper camuffare bene la verità (perciò occorrono pragmatismo e buona tattica, attenzione per i nuovi media messi a disposizione dall’industria, interesse per le forme inferiori dell’arte e della cultura, persino il nemico può essere un buon insegnante), in modo da sottrarre la verità alla censura e alla manipolazione del potere, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma maneggevole, per abbattere i (pochi) potenti che dominano sui (molti) deboli.

1. Il coraggio di scrivere la verità

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare ad ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Per prima cosa bisogna avere coraggio. Ma non è sempre facile. Da un punto di vista storico, gli intellettuali non sono che servi dei potenti, nelle figure del cortigiano e del consigliere, ovvero del consulente. Sono avidi e vanitosi, vogliono essere acclamati e riconosciuti, pertanto non devono dispiacere ai loro padroni, generosi committenti e finanziatori; altrimenti rischierebbero di perdere la fama e il lavoro. La maggioranza degli intellettuali (quell’intellettualità diffusa che oggi in troppi, superficialmente, celebrano come lavoratori autonomi, riflessivi e creativi di terza generazione) non ha coraggio. Sono degli intellettuali vili, docili servitori e disciplinati impiegati. Perennemente sotto ricatto, eppure compiacenti camerieri. Tali o per mancanza di carattere e senso della dignità (i più), o per bieco calcolo opportunistico, nell’avanguardia più cinica e culturalmente attrezzata.

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.

Nelle epoche di crisi e cambiamento, l’intellettuale vile, che non ha coraggio, spesso veste i panni dell’umanista che si interessa alle sorti (generalissime) del genere umano. Soprattutto quando l’oppressione è grandissima, egli ha il compito, ben remunerato dai potenti, di distrarre e intrattenere il popolo, attraverso la conduzione di infuocati dibattiti sui massimi sistemi (diritti, cultura, genere). L’importante è evitare di parlare di ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute); e indicare ai deboli i nomi dei responsabili del furto perpetrato ai loro danni.

Quando il malumore delle masse non s’acquieta e diventa pericoloso, l’intellettuale vile, umanista e generalista, fa appello a concetti nobili ed elevati (nazione, patria, civiltà), ostentando una commovente abilità retorica e mitologica, al fine di impedire che il popolo chieda il conto dell’ingiustizia subita. In un coro unanime di inviti e proclami, tutti quanti (i deboli) devono remare nella stessa direzione, decisa dai potenti e illustrata e spiegata al popolo dagli intellettuali vili, stipendiati e vezzeggiati dai potenti.

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A proposito di quattro Novembre, di identità, di grigio. E della politica come servizio.

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di Michele RAVAGNOLO

Dà da pensare, tutto questo quattronovembrare sottotraccia eppure chiaro, “banalmente retorico” senza che quasi nessuno senta più il bisogno di tirare il freno. Di ricordare quanto siano ambigue parole come “patria” e “vittoria”, di dire che fu un massacro, o che i contadini e gli operai in uniforme verde come in uniforme grigioazzurra avevamo molto di più in comune fra loro (lingua compresa, spesso) che non con chi a tratti di matita sulle carte e a previsioni di bilancio li mandava al macello.

E siccome sono nato su un confine, a cavallo di molti grigi e sapendo che chi li pretende bianchi e neri, mente per interesse, nel sole di novembre e nelle foglie in giardino trovo un filo sottile con casa mia. Mi chiedo cosa sia, casa mia. Visto che è quel massacro ad avermi fatto nascere lì.

L’immagine è un luogo preciso, dove riposa una delle persone che più hanno tentato di rimettere assieme i cocci di tutto quel furioso tracciar frontiere e renderle impermeabili per spostarle avanti e indietro a forza.

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4 novembre: io non festeggio, ricordo con rabbia e con dolore

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di Matteo SAUDINO

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori.
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17 maggio 1973. Analisi linguistica di uno slogan

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di Pier Paolo PASOLINI

Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i «luoghi» dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene «applicata», sono cioè i luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.

C’è un solo caso di espressività – ma di espressività aberrante – nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.

La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.

Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? E’ possibile prevedere un futuro come «fine di tutto»? Qualcuno – come me – tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta.

Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei «jeans Jesus»: «Non avrai altri Jeans all’infuori di me», si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità – subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte – faceva troppo ragionevolmente prevedere.

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La “cosa rossa” e il blocco delle amministrative

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di Claudio BAZZOCCHI

Leggiamo che il tavolo della cosiddetta “Cosa rossa” troverebbe difficoltà a proseguire a causa del nodo delle amministrative e, quindi, delle alleanze. Ci sarebbe insomma una sorta di partito trasversale degli amministratori che resiste all’idea di rompere con il PD a livello locale.

Ora, che la questione delle alleanze e delle elezioni amministrative alle porte sia l’argomento di discussione di un tavolo che vuol dar vita a un nuovo partito della sinistra mi pare che dica alcune cose molto preoccupanti sulla natura dell’iniziativa. Infatti, non è preoccupante che si discuta e che ci si confronti, lo è perché si discute su cose di secondaria importanza.

Quando si decide di costituire un partito, infatti, prima dovrebbe venire il riferimento a una cultura politica condivisa su alcune questioni fondamentali: visione della società, forma-partito, collocazione del proprio paese nel Mediterraneo e quindi politica estera, come si interviene nel conflitto tra capitale e lavoro, crisi della democrazia e sue contraddizioni, euro ed Europa, egemonia dell’immaginario neoliberale e nuova capacità egemonica della sinistra (e qui si ritorna al primo punto sulla visione di lungo periodo).

Se si discute animatamente su alleanze ed elezioni, ciò significa che nessuno discute (magari animatamente!) sui punti fondamentali dell’identità politica. Peraltro, le alleanze si stringono sulla base di patti di programma. Non mi pare che si discuta nemmeno di programmi, cosa difficile se prima non si mettono in fila le questioni dirimenti che ho cercato di elencare prima. E qui il circolo diventa vizioso.

Ho parlato di “partito degli amministratori”. È un’espressione vecchia che risale ai tempi del PCI e che stava a indicare quell’ala cosiddetta riformista o moderata che richiamava il partito alla concretezza del governo contro chi ancora pensava a un’uscita dal capitalismo (anche se chi pensava a quell’uscita non pensava certo all’evento rivoluzionario traumatico ma a una strategia molecolare di avanzamento dei subalterni o di valorizzazione delle eccedenze che rimanevano fuori dal sistema industriale capitalistico). Sul partito degli amministratori c’è una pregevole letteratura sociologica che denunciò anche la sua progressiva autoreferenzialità. Importa qui però dire che all’interno di un grande partito di massa, radicato e strutturato, con organismi dirigenti veri a ogni livello, il confronto fra “amministratori” e “anticapitalisti” (permettetemi le etichette per semplificare) garantiva una dialettica di altissimo livello che rappresentò un arricchimento per quel partito, per i suoi dirigenti e suoi militanti.

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La memoria storica del comunismo italiano

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di Claudio BAZZOCCHI

Nell’orazione funebre per Pietro Ingrao, Alfredo Reichlin si è chiesto il perchè il gruppo dirigente postcomunista non abbia fatto il dovuto per preservare la storia dei comunisti italiani e oggi Emanuele Macaluso stigmatizza l’intervista di Renzi a Repubblica, in cui il segretario del PD rivendica tutto sommato come positivo, per il suo partito, il non avere storia.

Ora, io penso che non si tratti di essere stati capaci o meno di custodire una storia e che il problema non sia certo Renzi che arriva buon ultimo a infliggere ferite nel corpo già morto della sinistra postcomunista italiana.
Il problema stava nella tesi di fondo che animò la svolta occhettiana e che sia Macaluso sia Reichlin fecero propria certificando il suicidio loro e di un intero corpo partitico. La tesi era quella che voleva l’esperienza e l’ideologia dei regimi del socialismo reale come la fonte primaria della cultura e dell’azione politica dei comunisti italiani.
Inoltre, diceva ancora quella tesi, dal momento che Marx rappresentava il riferimento comune dell’esperienza italiana e di quella sovietica, PCI e comunisti dell’Est erano accomunati dalla crisi del marxismo, dal totalitarismo e dal suo crollo.

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Due ragazzi, il mio ricordo per loro: Elena Pacinelli e Walter Rossi

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di Marcello COLASANTI

Il 29 Settembre del 1977 una Mini Minor bianca passa per Piazza Igea e dal suo interno vengono fatti esplodere numerosi colpi d’arma da fuoco, indirizzati verso un gruppo di ragazzi che stazionano nella piazza.

Piazza Igea (oggi Piazza Walter Rossi), nel quartiere Trionfale di Roma, costituiva un ritrovo per i militanti della sinistra di Roma nord, grazie agli edifici occupati della “Casa Rossa”, ma allo stesso tempo, è geograficamente il crocevia tra le zone della Balduina, Monte Mario e Vigna Clara, quartieri feudo della Roma nord di estrema destra, con all’interno alcune delle sezioni del Movimento Sociale Italiano più attive della capitale, da dove partivano soventi raid contro i luoghi d’aggregazione della sinistra romana.

Di quei numerosi colpi, tre colpiscono Elena Pacinelli di 19 anni, che morirà prematuramente data la sua condizione di salute precaria, aggravata dalle complicanze innescate dall’attentato.

Scossi dall’accaduto e dai ripetuti attacchi che si verificavano quotidianamente nella capitale in quei pesanti anni, il giorno dopo, 30 Settembre, con l’obiettivo di distribuire volantini e rendere noto l’attentato ai residenti del quartiere Balduina, viene organizzata una manifestazione con i ragazzi del “Pomponazzi”, palazzo popolare con all’interno un grande cortile, luogo di ritrovo per molti militanti e ragazzi di quartiere.

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Cos’è crollato con quel Muro

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di Vincenzo PALIOTTI

E se avessimo sbagliato tutto in quel lontano 1989?
E se avessimo preso un abbaglio comune?
Mi riferisco alla caduta del Muro che riunì le due Germanie e che contestualmente vide la fine dell’URSS.

Da come sono andate le cose da quel giorno verrebbe da pensare che sarebbe stato meglio lasciare tutto come stava. In fondo, la Germania fu divisa perché “protagonista” di due guerre a distanza di pochi anni e per quanto male aveva fatto a l’umanità intera.

La fine dell’URSS poi ha sbilanciato nettamente gli equilibri dando agli Stati Uniti quel ruolo di “guida” e di “sceriffo del mondo” che gli USA non solo non meritano, ma che non hanno saputo in nessun modo valorizzare. Comportandosi da potenza imperiale “ignorante” della storia e delle dimensioni culturali dei popoli.

In poche parole chi pensava che il ruolo dell’URSS fosse inutile, anche orribile, dovrebbe riflettere sul fatto che grazie all’equilibrio che c’era tra i due sistemi probabilmente avremmo evitato il caos nell’ Iraq, In Siria, nello Yemen, in Libia, e avremmo uno Stato d’Israele meno aggressivo nei confronti della Palestina.

Insomma, questa “esportazione della democrazia” non sta andando a buon fine. La democrazia, lo vediamo, sta finendo stritolata dalla dittatura del debito anche da noi, e non se ne vede nessun effetto in Medioriente.

Va detto, poi, principalmente, che l’Europa sarebbe potuta crescere senza dover agire sotto dettatura del capitalismo statunitense, come avviene oggi. Con la caduta dell’URSS, gli USA si sono impossessati del mondo, hanno egemonizzato un po’ tutto avendo le mani libere e senza lo spauracchio “oltre cortina”.

Non a caso la crisi finanziaria mondiale, oggi trasformatasi in crisi del debito sovrano, è partita proprio da quelle latitudini, con la caduta di tanti colossi della finanza ai quali l’Europa aveva dato credito e investimenti.
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11 Settembre. L’anniversario della tragedia. Quella della democrazia in Cile

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di Luca SOLDI

Oggi non e’ solo l’anniversario della strage, di quell’incredibile serie di attentati, le cui contraddizioni non sono mai venute completamente alla luce, che colpirono, insieme agli Stati Uniti, tutto il nostro modo di guardare il mondo.

Oggi ricordiamo anche quello che avvenne molti anni prima in America Latina.

A Santiago del Cile, l’11 settembre 1973, con un colpo di Stato le forze armate del generale Augusto Pinochet, rovesciano il legittimo governo di Unità Popolare guidato da Salvador Allende. Con il presidente che muore durante l’assedio al palazzo presidenziale muore la democrazia.

Le sue ultime parole, dopo aver gridato attraverso Radio Magallanes, sono : “Viva il Cile!, Viva il popolo!, Viva i lavoratori!“.

La giunta militare instaura un regime dittatoriale, pienamente antidemocratico che resterà al potere per 17 anni, mentre la figura di Allende diventerà presidente un’icona per tutto il mondo della sinistra. Per quei lunghi anni il regime di Pinochet commetterà le peggiori barbarie. Oltre ad eliminare le libertà personali e quelle politiche, la giunta militare si macchierà di omicidi e deportazioni di massa: saranno circa diecimila i cileni torturati, e centinaia le migliaia di persone costrette all’esilio. Tutto viene distrutto. Tristi roghi di libri illumineranno le notti di Santiago.

Ancora una volta, alle tante colpe interne di un paese povero e pieno di contraddizioni dove un’oligarchia militare e di poche famiglie si era sentita minacciata dal governo Allende, si aggiungeranno le colpe, le trame e le indifferenze del mondo occidentale. Un mondo che anche allora si sentiva scalfito negli equilibri e per questo fu complice e colluso di questo “altro” 11 settembre.

In Cile si svolse anche il primo esperimento economico di politiche neoliberiste, miseramente fallito, che fu promosso grazie ai Chicago Boys, i professori di economia facenti capo a Milton Friedman. Vanno quindi ricordate le politiche economiche praticate dal governo di Pinochet insieme ai consiglieri americani dell’Università di Chicago. Per gli storici del neoliberismo la dittatura cilena fu il primo laboratorio di privatizzazioni e smantellamento delle politiche statali a vantaggio delle imprese multinazionali.

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